martedì 13 ottobre 2009

Gran Torino ( Clint Eastwood , 2008 )


Giudizio: 8/10
Un Clint che commuove

Walt Kowalski, tra tutti i personaggi creati e/o interpretati dal grande Clint, è senz'altro quello più umano, più fragile e assolutamente credibile e , di conseguenza, quello che più attrae e crea simpatia. Il suo modo di essere , così misantropo, arrabbiato, razzista , gretto si tramuta durante il film quasi in uno spot pubblicitario sull'integrazione e sulla tolleranza.
Kowalski è un uomo profondamente segnato: nella coscienza , tirandosi dietro tutto ciò che un reduce dalla Coprea può aver covato dentro e nel corpo, essendo ormai anziano e malato; vive una vita , una volta morta la moglie , fatta di odio verso tutti, figli e nipoti compresi, troppo assimilati ad un una subcultura americana detestabile, solo nella sua casa col suo cane , in un quartiere degradato ormai a ghetto per immigrati (piena di significato la bandiera americana che tiene appesa nel portico della casa) e che conserva gelosamente una Ford Gran Torino del 1972, su cui lui, come operaio metalmeccanico , ha montato lo sterzo , come dice con orgoglio. Il suo odio maggiore è per la famiglia di asiatici che vive nella casa accanto, troppo numerosi e chiassosi , incuranti del giardino che va in malora. Si può quindi immaginare la sua reazione nello scoprire il ragazzotto asiatico vicino di casa che nottetempo cerca di rubargli la preziosa auto, atto di iniziazione impostogli da una gang di cinesi, salvo poi divenire una sorta di eroe quando lo stesso ragazzotto prima e la sorella poi vengono da Kowalski salvati dalle vessazioni e dalla violenza delle gang.
Da quel momento , passo dopo passo, scoprirà come i suoi pregiudizi siano sbagliati e come ci si possa sentire stimati di più da persone estranee ma con animo nobile piuttosto che dai propri figli. Sarà un percorso che suona come insegnamento pedagogico : l'integrazione razziale si costruisce giorno dopo giorno e non sbandierando idee tolleranti soltanto.
Il giovane aspirante ladruncolo diverrà un protetto di Kowalski, lo inizierà alla vita, prima con metodi rudi poi con complicità e saggezza (eccezionale in tal senso la scena del barbiere).
In un finale lungo sarà cura del protagonista mettere ogni cosa al suo posto: la confessione dal prete (ultimo desiderio dalla moglie), la Gran Torino, il cane , la banda di teppisti e , soprattutto, la sua coscienza; sarà un finale votato al sacrificio e alla salvezza.
Dopo tanti film Clint Easwood riesce ancora a sorprendere con un lavoro bellissimo, probabilmente tra i migliori, ricco di spunti interessanti trattati con la solita acutezza e bravura: si sente nell'aria una grande nostalgia per una America che non c'è più , che potrebbe essere migliore se solo certe barriere cadessero e se si tornasse a porre l'individuo al centro del cosmo.
Quello che per qualcuno è semplicemente lo spirito reazionario del regista che viene a galla , è invece una grande forza morale e propositiva, messa sullo schermo con commovente semplicità e passione.
Il volto di Clint fa tutto il resto: credo esistano pochi attori in grado di valorizzare anche una ruga piccolissima del loro volto come sa fare lui e vederlo invecchiare dignitosamente ma inesorabilmente ad ogni lavoro ce lo rende ormai più simile ad una magnifica icona, soprattutto quando dopo tanti anni riesce con quel suo ghigno con cui fronteggia i teppisti asiatici a farci tornare in mente il Clint prima maniera, pistola in mano e sigaro di traverso in bocca.

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