giovedì 8 ottobre 2009

Green chair ( Park Chul-soo , 2005 )


Giudizio: 5/10
Sesso e verbosità

Pellicola dal percorso tribolato, che una volta tanto è giunta in sala prima in Europa che in Corea , dove , a causa del tema scabroso non ha trovato distribuzione.
Il film inizia nel mezzo della vicenda: una giovane donna trentenne incarcerata per avere avuto rapporti sessuali con un minorenne, viene rilasciata giusto in tempo per cadere nuovamente tra le braccia del ragazzotto. Da questo punto in poi il film ondeggia tra il prima (il colpo di fulmine, la prima volta) e il dopo (gli incontri nell'albergo, la crisi, la ritrovata unione) , tutto condito da scene di sesso abbastanza esplicite , seppur mai volgari. Capiamo subito la vita tormentata della donna incapace di ricevere amore, la sua paura di essere caduta nelle mani del classico playboy alla ricerca di donne mature inquiete, la sua insicurezza sul futuro della relazione che fanno da controaltare ai momenti di felicità, di appagamento (non solo sessuale).
Un finale a dire poco sgangherato lascerà qualche dubbio, dopo averci travolto con una scena infinita quasi comicamente surreale.
Park è partito per fare un film dai connotati forti, molto fisico ed ha finito con l'imbastire una storiella molto poco interessante, fatta di chiacchiere insulse, una sorta di psicanalisi di gruppo della strana coppia. D'altra parte va anche riconosciuto al regista di non essere caduto in morbosità e volgarità fuori luogo, anzi proprio le scene di sesso sono tutto sommato i momenti migliori del film. Manca soprattutto un qualsiasi abbozzo psicologico dei due amanti, neppure quando il sogno diventa parte integrante della storia.
La bravura tecnica del regista e la conturbante presenza della protagonista ( Suh Jung) non bastano a risollevare un film che mostra troppe debolezze.

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