mercoledì 9 dicembre 2009

Il mio amico Eric ( Ken Loach , 2009 )


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Il potere del mito

Eric fa una vita grama, consegna e smista posta, il suo unico vero amore lo ha mollato ormai 30 anni orsono dopo avergli dato una figlia e lui non l'ha mai dimenticata, la seconda moglie è sparita lasciandogli come simpatico dono due adolescenti nullafacenti, la sua casa sembra più un bordello di quart'ordine che una dignitosa dimora, la figlia studia all'università cercando di conciliare il suo ruolo di madre di un bamboccetto quasi neonato e quando gli chiede di accudire il piccolo dividendosi i compito con la sua prima moglie, va nel pallone, troppo grande essendo il fardello di doverla rincontrare.
Uniche consolazioni sono i suoi amici e colleghi di lavoro che si danno da fare nel sostenerlo , senza grandissimi risultati a dire il vero e la sua infinita idolatria per Eric Cantona, ex campione del Manchester United, di cui serba una gigantografia nella sua camera. Un giorno mentre rimugina con se stesso fumandosi tristemente una canna l'idolo diviene realtà, si siede accanto a lui, gli passa lo spinello e da quel momento diventa il suo consigliere personale invisibile, il suo compagno di chiacchierate, il suo mentore , la sua coscienza critica.
Anche quando le cose prenderanno una piega drammatica, il totem vivente sarà accanto a lui e lo spronerà, portando a galla una personalità sopita dall'abbrutimento.
Ancora una volta Loach fa centro, dimostrando una versatilità e una capacità di muoversi tra commedia e dramma con grande tatto e sensibilità; i grandi temi sociali sono alle spalle, appena accennati in questo film; qui c'è un ricorso ad un intimismo del microcosmo personale in cui l'esaltazione del potere taumaturgico della solidarietà parentale e dell'amicizia dominano incontrastati.
L'apparizione del mito di una vita ha l'effetto di uno specchio nella vita di Eric, uno specchio in cui riflettersi e da cui ottenere forza, auotstima, coraggio: un confronto tra la vita triste di Eric e la vita dorata del campione cui però non manca sensibilità e altruismo anche nel raccontare le sue epiche gesta sportive.
I diaolghi tra i due sono molto belli con Cantona nel ruolo del saggio dispensatore di consigli ( "Ci sono sempre più scelte di quanto crediamo") che esalta il libero arbitrio e la capacità umana di poter decidere il proprio futuro e le propie azioni in maniera attiva e vitale.
Quasi nel finale Loach ci regala una divertentissima scena quasi surreale nel momento in cui parte la spedizione "punitiva" contro il bullo del quartiere, reo di turbare il ritorno ad una vita normale di Eric, all'insegna dei cori su Eric Cantona intonati dai tifosi del ManUtd.
Steve Evets è bravo nell'interpretare un Eric ora triste e abulico, ora tenero e volitivo ed Eric Cantona si dimostra immenso istrione anche fuori dal campo interpretando se stesso con la stessa classe e apparente strafottenza con cui calcava i campi di calcio, sorretta da una simpatica autoironia rappresentata da quel suo modo di tirarsi su il colletto della maglietta di calcio che tanto ha stregato milioni di tifosi.

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