domenica 27 dicembre 2009

Three...extremes ( Fruit Chan , Park Chan-wook , Takashi Miike , 2004 )


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Tris d'assi, tris di ossessioni

Presentato a Venezia con immancabile scia di polemiche (per lo più fuori luogo), il film ripete l'esperimento già riuscito con Three , di cui è formalmente un proseguimento : mettere assieme tre fra i più validi e visivamente provocatori registi orientali per confezionare un thriller in tre parti tra loro svincolate.
Dumplings di Fruit Chan è senz'altro il più bello, quello più completo nel suo insieme nonchè il più duro e disturbante: la ricerca dell'eterna giovinezza attraverso la consumazione di ravioli ripieni di tritato di feti umani. Zia Mei, moderna fattucchiera, possiede la ricetta per sanare l'ossessione femminile per la giovinezza da mantenere a tutti i costi; si rivolge a lei Qing ex attrice ormai avviata ad una inevitabile maturità che vede sfuggirle di mano il marito che la tradisce con donne giovani e belle. L'iniziale disgusto di fronte all'orrido pasto si tramuta quindi in una sorta di dipendenza, visti pure i risultati; il finale drammatico da un lato e ammiccante dall'altro lascia più di un punto interrogativo.
Chan dirige il corto con maestria consumata, soffermandosi su particolari che potrebbero essere orridi ma che di fatto risaltano solo per la vivacità cromatica; affronta senza mezze misure quella che anche in oriente ormai è una mania , mostrandoci Qing quasi come una versione femminea di Faust, a tutto disposta pur di placare la propria folle ossessività.
Cut di Park Chan-wook narra la storia di una vendetta (tanto per cambiare...) : quella dell'attore mediocre, fallito che scatena la sua violenza contro chi ha fama, talento, denaro e che non mostra alcun lato negativo di sè, impersonificato dalla figura di un regista cinematografico. Per metterla in atto trasporta il malcapitato e la moglie nello studio cinematografico che riproduce la casa del regista, infliggerà torture indicibili alla moglie, umilierà il regista accusandolo di essere privo di difetti e di cattiveria e il finale, con colpo di scena, sarà in perfetto stile Park col sangue che si disperde sul pavimento a scacchiera.
Se dal punto di vista tecnico il film è magnifico (basti pensare alla scena iniziale) con la consueta regia provetta di Park, dall'altro manca qualcosa in fatto di consistenza della storia che appare un po' deboluccia, avendo come risultato la netta sensazione che Park stavolta abbia voluto semplicemente mettere in piedi un magnifico esercizio di stile.
Box di Takashi Miike , tra i tre, risulta il più enigmatico e al contempo il più intigante, così sospeso tra sogno e realtà , condizione nella quale Kyoko, giovane scrittrice di successo, si trova: il sogno di una scatola sotterrata che la contiene che si interrompe sempre allo stesso punto. Dietro ciò c'è il senso di colpa per la morte della sorellina quando lavoravano in un circo come illusioniste e il morboso rapporto col patrigno dal quale lei non si è ancora liberata.
Un finale in bilico tra attività onirica e realtà sembrerà far quadrare il cerchio, ma il dubbio su cosa sia stato sogno e cosa realtà rimarrà sospeso.
Miike è bravissimo con la regia, offre riprese molto belle pur nella loro essenzialità, gioca col sogno e con la vita reale di Kyoko senza risolvere l'enigma, ma solo mostrandoci il potere destruente del senso di colpa e del rammarico.
Tre film, tre ossessioni che ognuno saprà metabolizzare secondo la propria sensibilità ed esperienza, sapientemente stimolate dalla forza visiva e narrativa di tre grandi registi.

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