martedì 30 giugno 2009

Exiled ( Johnnie To , 2006 )


Giudizio: 10/10
Capolavoro vero


Finalmente, seppur con 3 disgraziatissimi anni di ritardo, anche in Italia (ad agosto) esce quest' altro esempio fulgido dell'arte cinematografica di Johnnie To; è chiaro, difficile da distribuire, o per lo meno occorrerebbe un minimo di cuore intrepido, molto meglio buttarsi sui film vacanzieri e sulle sceneggiate americane fatte di finti supereroi.
Sì, perchè questo è un film da vedere assolutamente: per chi conosce To lo considererà senz'altro uno tra i capolavori; per chi non lo conosce è l'opera adatta per colmare, almeno in parte , questo difetto.
Le cose cambiano a Macao nel 1998, anno in cui l'ex colonia portoghese fa ritorno alla grande madre Cina, e cambiano soprattutto per coloro che si sono arricchiti più o meno onestamente; le bande rivali che controllano la colonia sono alla resa dei conti e su questo scenario vediamo piombare 5 personaggi, un tempo, sin da bambini, amici per la pelle, ma che poi le cose della vita li hanno portati su sponde opposte: due di loro sono killer mandati ad uccidere Wo ormai sposato con bimbo piccolo e riciclatosi ad altra vita , altri due sono coloro che invece devono difenderlo. Faranno irruzione nel film con una lunga scena iniziale spettacolare, splendida, dalla quale pian piano, solo con gli sguardi iniziamo a capire tutto, in mezzo alla strada su una piazzetta che sembra uscita da un paesaggio andaluso; ricordate "Sparrow"? beh siamo da quelle parti, scena finale sotto la pioggia, movimenti ritmati come un ballo.
I 5 decideranno di sovvertire i piani imposti loro e tornare ad essere come in passato tutti dalla stessa parte, uniti dalla lealtà e dal debito di riconoscenza che, si intuisce, ognuno ha per l'altro; per fare ciò dovranno contrapporsi in maniera frontale ai due temutissimi boss locali con le conseguenze che si possono immaginare.
Tutta la vicenda viene calata in uno spazio vuoto: per le strade non c'è nessuno, nei ristoranti neppure, negli alberghi idem, solo i nostri protagonisti ed un pittoresco spettatore che sarebbe parte in causa in quanto poliziotto, ma che di fatto, contando le ore che mancano alla pensione, è sempre attento a non mischiarsi in nulla ; questa scelta scenica di To la dice lunga: come spesso avviene , i suoi eroi sono soli ,chiusi , legati in maniera indissolubile al proprio ruolo; eppure ce li disegna in una maniera che ce li fa sentire vicini, fin quasi a toccarli. Ridono, scherzano, bevono, fumano, si insultano come farebbero adolescenti alla prese con situazioni che li fanno sentire più grandi e cresciuti,vivono senza un progetto, tutto demandato alla moneta lanciata in aria di fronte al bivio, ce li scannerizza tutti con una delicatezza e una forza penetrativa che colpisce.
Il Maestro di Hong Kong modella gli spazi temporali usando tutto ciò che si può muovere: tende che si agitano e svolazzano, porte che si scardinano e volano via, tutto turbina intorno agli eventi; le sue leggendarie sparatorie assumono, oltre al solito sottile substrato ironico, momenti di grande movimento, quasi una danza, nostante i piedi ben piantati in terra e le braccia tese.
Inutile dire che la messa in scena è unica, magnifica: tra spruzzi di sangue e momenti di vera amicizia, attimi di gioia e situazioni di alta drammaticità, scene in slow che non sanno mai di stantio ma che anzi si propongono come topos del film, con l'immancabile finale che sembra rimettere tutto a posto, se non altro negli sguardi dei morituri.
To si avvale in questo splendido film di alcuni dei sui attori prediletti, già visti in molti altri suoi lavori: tutti stupendi, tutti ben all'interno dei loro personaggi, senza eccessi e senza cadute.
Un inno all'amicizia e alla lealtà? Forse, per lo meno è quello che emerge subito; ma scavando nel film scopriamo il solito, leggendario sguardo , un po' beffardo di Johnnie To che sa cantare le passioni umane, le sue debolezze come pochissimi riescono a fare.

domenica 28 giugno 2009

Le conseguenze dell'amore ( Paolo Sorrentino , 2004 )


Giudizio: 8/10
Il peso della vita


Il silenzio domina il film, il silenzio costruisce un film intimo , quasi minimalista ma nello stesso tempo, di una grandiosità spaventosa.
All'inizio l'albergo sembra la fortezza de "Il deserto dei tartari" e Servillo il tenente in attesa di qualcosa che non arriva; ma non è così : Titta vive nella sua condizione tragica e monotona, circondato dal peso della sua stessa vita segnata da segreti e da paure fin quando capisce, scrivendolo sotto l'occhio della telecamera, che sono le conseguenze dell'amore che deve attentamente valutare e che , forse, daranno un senso alla sua vita.
Un film grandioso nella sua semplicità nel suo attrarre lo spettaore nel gioco a metà tra il noir e la introspezione; girato mirabilmente con una maestria tecnica che fa di Sorrentino, finalmente vien da dire, un vero regista italiano degno di nota.
Riguardo a Servillo, nulla da dire: parlano gli occhi fissi e gelidi, il silenzio ostinato, quell'essere ieraticamente imprigionato nel suo ruolo, il fumo delle sue mille sigarette.....

sabato 27 giugno 2009

The host ( Bong Joon-Ho , 2006 )


Giudizio: 8.5/10
Bong e il mostro

Un feroce e gigantesco mostro dalle fattezze simili ad un incrocio tra un iguana e un T-Rex, viene generato dalle acque del fiume Han, il corso d'acqua che attraversa Seoul, a causa della maldestra manipolazione e smalitmento di grandi quantità di formaldeide da parte di una organizzazione militare americana.
Come incipit, chi non ha visto il film, potrebbe essere tentato a pensare al solito b-movie americaneggiante catastrofico che appesta e tormenta ormai da anni il mondo cinematografico. E invece no, qui siamo dalle parti del Grande Cinema : un film girato con enorme maestria tecnica dal sempre più valido Bong, che cala la sua creatura (ottimamente manipolata digitalmente) in uno scenario che è quello della vita quotidiana che si svolge sulle rive del fiume in città, tragicamente sconvolta dall'emergere improvviso del mostro dalle acque (scena tecnicamente prodigiosa) e in particolare nella vita di una famiglia dalle apparenze sgangherate che quando però l'enorme anfibio rapisce la piccola di casa, trova una sorprendente coesione nella affannosa ricerca della fanciulla scomparsa, abilmente schivando le autorità che cercano di fermarli.
Un autentico colpo di teatro, un'entità emersa dalle acque del fiume che volteggia da un pilone all'altro dei ponti con la leggiadria di un grande ginnasta venuta a svelarci la difficoltà e la tragicità dei rapporti familiari, con un pater che probabilmente ha sbagliato molto nella vita, un figlio che più suonato di così non potrebbe essere, una figlia che primeggia nel tiro con l'arco , racchiudendo però in sè paure e incertezze che la fermano sempre a un passo dal trionfo e questa giovane bambina strappata dal mostro.
Bong descrive con grande delicatezza l'incontro-scontro di queste personalità che emergono in un momento così grave, mentre vediamo la piccola cercare con molto spirito di evitare il pasto immondo da parte del lucertolone, prigioniera nei canali sotto i ponti adiacenti al fiume.
Chi si aspetta grandi effetti speciali rimarrà deluso, così come chi pensa a finali fatti di armi iprtecnologiche schierate contro il mostro: il film tutto corre, sempre, su un binario di rigorosità stilistica notevole , con un uso magistarale delle riprese mettendo al centro della scena il piccolo microcosmo della famiglia protagonista in lotta non solo contro il lucertolone, ma anche contro la protervia di chi pensa alla sicurezza nazionale; non vengono risparmiate frecciate al cianuro agli americani che dopo avere fatto il danno, vogliono usare un rimedio che sembra peggiore del male e non manca certo una strizzata d'occhio al mondo ambientalista. Tutto però costantemente con lievi colpi di pennello, come il pittore che vuole sussurrare alla tela e non possederla.
Qualcuno ha definito questo film il piu bel monster movie di sempre; come sempre tali affermazioni mancano di equilibrio, ma non c'è dubbio alcuno che l'opera si staglia per originalità, stile, suspance e coinvolgimento, con un finale che da un lato ci consola e dall'altro ci inquieta non poco.

giovedì 25 giugno 2009

In the mood for love ( Wong Kar-Wai , 2000 )


Giudizio: 9/10
La forza del rimpianto

Maggie Cheung è meravigliosa , inguainata nei suoi abiti a tubo con fantasie colorate, Tony Leung è splendido nel dare corpo tra sinuosità e slow motion all'essenza del rimpianto e Wong Kar-Wai ascende in maniera definitiva al Paradiso del Cinema, costruendo un film e una storia che fungono da summa della sua arte, già parcellizzata , ma sempre superba , nei suoi lavori precedenti.
Il film si lascia assaporare in maniera virtuosa tra colpi di genio visivi pieni di colori soffusi e sguardi di una tenerezza che spaccano anche il cuore più incallito: è il trionfo del non vissuto, della rimembranza e del rimpianto contrapposti con forza e prepotenza al tradimento, alla meschinità, un trionfo che non urla ma che impone la sua forza con dignità e dolore.
I due protagonisti vivono in una Hong Kong buia , piovosa, quasi diroccata nei suoi mille vicoli, vicini di casa in un palazzone, trasferiti da Shangai e con due rispettivi coniugi troppo assenti e vigliaccamente amanti; non cederanno all'impulso di essere come loro, preferiranno vivere nel loro dolore bagnato di acqua e intriso di cibi vaporosi la loro crescente amicizia e il loro amoroso affetto: solo qualche abbraccio, qualche mano sfiorata, qualche spalla toccata, ma pieni di sensualità e di tenerezza. E la certezza che il segreto, il ricordo, il rimpianto avranno comunque un valore eterno anche quando portano solo lacrime a fiotti e singhiozzi.
E' un film stupendo, un dipinto dei sentimenti che avvolge, stritola, fa sorridere e fa piangere, perchè raramente abbiamo visto uno squarcio così grande sulla forza taumaturgica del rimpianto; ed è un grandissimo film anche nella tecnica , nei colori, nel buio e nelle luci accennate, nella musica che irrompe con la forza delle parole, nell'uso quasi opprimente della telecamera sul volto degli attori e dietro di essi tra i vicoli di Hong Kong ; ed è infine sublime la grandezza dei due attori, cui sembra disegnato addosso il film: la Cheung in quegli abitini a tubo e fantasia è una icona del Cinema, come si fa non innamorarsi di lei?
E come si fa a rimanere impassibili di fronte a Tony Leung che 4 anni dopo, ad eventi conclusi, ad Angkor Wat, Cambogia, sussura, liberando l'anima dal peso, il suo segreto nella fessura di un muro delle rovine del Tempio?

Mad detective ( Johnnie To , Wai Ka Fai , 2007 )


Giudizio: 8/10
Il solito , grande Johnnie To


Strano tipo il detective Bun: dapprima lo vediamo cercare di risolvere dei casi difficili affidandosi a tecniche quanto meno originali come farsi buttare giù per le scale chiuso in una valigia o simulare un combattimento a colpi di coltello con un maiale morto appeso, poi tagliarsi un pezzo di orecchio da offrire come regalo al suo vecchio capo che va in pensione, ed infine messo a riposo per sempre in quanto etichettato come "psicopatico".
Ma quando il giovane detective Ho, che con lui ha lavorato qualche anno prima per poco tempo, rimanendone affascinato, si trova di fronte ad un caso apparentemente irrisolvibile non trova di meglio da fare che affidarsi al vecchio mentore nel frattempo dedito ad una vita grama e da recluso in preda alle sue "pazzie" e con la presenza (o materializzazione?) di una moglie inquietante.
Quello che rende Bun unico (e quindi "pazzo") non sono solo i suoi pantaloni alla "zompafosso" (come si diceva una volta), è anche e soprattutto il saper guardare nell'animo delle persone fino ad individuarne tutte le personalità che le abitano.
Su questo personaggio, vera spina dorsale di tutto il film, To, in collaborazione con Wai Ka Fai, ricama una storia bella , divertente a tratti, sempre con quel filo di sottile ironia che alberga spesso nei suoi lavori e con dei momenti di pura arte cinematografica come l'incontro-scontro nel bagno del ristorante. Un intreccio di flebili e taglienti aspetti psicologici, non semplicissimi da seguire,conditi da un po' di metafisica e conglobati nella sua solita splendida Hong Kong, questa volta meno buia, meno lercia, ma sempre ventre molle delle disgrazie e delle bassezze umane , autentica protagonista neppure tanto occulta del film. A tutto ciò aggiungiamoci i momenti di azione e le immancabili pistole puntate alla testa e avremo un Johnnie To doc, forse un po' più propenso all'introspezione e al gioco raffinato della psiche, ma che nel finale, amarissimo e bellissimo nella selva di specchi, ci dimostra ancora una volta di essere un grandioso e adorabile Maestro.

martedì 23 giugno 2009

Debito di sangue ( Clint Eastwood , 2002 )


Giudizio: 7/10
Callaghan invecchia


All'inizio sembra proprio di essere nel bel mezzo di una scena dell'Ispettore Callaghan: luci lampeggianti, scena del delitto, nastri gialli a delimitarla, agenti invidiosi ed incapaci simpatici come un calcio sugli stinchi, giornalisti in agguato, ma quando vediamo Clint Eastwood correre improvvisamente dietro ad un probabile sospettato , capiamo pian piano che non è più così: il cuore dell'agente Terry Mc Caleb sbotta e lui cade esanime con la faccia atterrita sul selciato.
Lo ritroviamo un paio di anni dopo, pensionato e con un cuore nuovo trapiantato, che passa il suo tempo in barca a Marina Del Rey, fra tramonti rossi, sciabordio delle acque e vicini di barca un po' suonati e beoni. Ma quando una donna gli si presenta spacciandosi per la sorella della donna donatrice del suoi cuore attuale, uccisa in modo efferato, le cose cambiano: deve tornare in strada, spinto dal debito di sangue che piano piano diventa per lui un peso troppo forte; dovrà cercare di sapere come la giovane donna è morta.
Inizia il suo lavoro fatto di intuizioni, di indagini prive quasi totalmente degli ausili tecnologici: insomma un detective un po' fuori moda , troppo vecchio stile marlowiano.
Il film è un bel thriller con sorpresona (neanche tanto ) finale, forse un po' troppo scontata per come si sviluppano le vicende, ma Eastwood (regista e attore) riesce a mettere una pezza dorata a qualche piccola magagna della storia con la sua presenza carismatica, con quel volto che sembra scolpito nel legno come un totem, ma con molta umanità e qualche pizzico di crepa sentimentale che comunque non sembra stonata e il consueto modo di scrutare un po' di traverso i personaggi.
Il nocciolo del film sta nell'eterna lotta-attrazione tra preda e cacciatore, killer e suo inseguitore, foriera di aspetti molti duri e di gesti insani, osservata con occhio lucido , fino al duello finale che mette sempre tutto al suo posto con parole pesanti come macigni ("Tempo scaduto") prima che il fatidico colpo di pistola si erga a sipario.

lunedì 22 giugno 2009

Changeling ( Clint Eastwood , 2008 )


Giudizio: 6.5/10
Il paladino dell'Uomo


Liberamente ispirato ad una storia realmente avvenuta sul finire degli anni 20 a Los Angeles ed efficacemente sceneggiato da J. Michael Straczynski , questo lavoro di Clint Eastwood percorre con tenace coerenza i binari ideologici e narrativi impiantati dal regista nella sua ormai lunghissima carriera di attore e regista.
Christine Collins (una convincentissima Angelina Jolie) ha un bravo foglioletto avuto da un uomo che senza scrupoli poco dopo la sua nascita li abbandona a se stessi; il ragazzino ci appare subito molto giudizioso e ben temprato alla vita, nonostante l'assenza della figura paterna. Quando un giorno tornando dal lavoro la madre non trova il figlio a casa capisce subito che qualcosa di doloroso è successo; inizia la sua battaglia personale tra polizziotti corrotti e insensibili al dramma fino al grande inganno con cui viene oltraggiata. Non smetterà un attimo di dare battaglia fino a rendersi totalmente invisa ad un potere poliziesco che mal digerisce i disturbatori della quiete cittadina e dell'ordine costituito ed una opinione pubblica assetata di lieto fine e rassicurazioni mendaci. Scoprirà con dolore e fierezza quanto malsano e indecente è il potere grezzo in mano a persone incapaci.
I temi della lotta contro il potere da parte del cittadino vessato, i problemi dell'infanzia difficile e precocemente recisa, la dignità del singolo di fronte al dolore lacerante, la corruzione e l'inefficenza di certi apparati statali americani sono i cardini della narrazione cui Clint si è votato anima e corpo, sempre, soprattutto ora da regista, filtrandoli con la poesia dura , spietata che gli da il maneggiare la macchina da presa. Rimane, sottofondo , quell'individualismo che ne ha fatto un eroe epico dei nostri tempi, ma solo per dimostrare come l'individuo è solo, nudo davanti al Potere, troppo grande per i comuni mortali, almeno fino a quando una vera forza solidale non lo risolleva e lo ritempra.
Il film è bello, girato con tinte spesso cupe, impreziosito di alcune scene memorabili (valga per tutte la scena dell'impaccagione), in cui trasudano in tutta la loro forza coinvolgente il dramma e la disperata lotta per la sopravvivenza, abbagliato in questo da una grande Angelina Jolie,mai manierata, sempre sul filo del rasoio nel suo mostrare il dolore e la rabbia che la divorano, ora silenziosa con gli occhi gonfi , ora furibonda come un vulcano in eruzione.
Eleviamo , quindi, anche per Clint Eastwood la preghiera del cinefilo incallito agli dei della celulloide che ci preservino per sempre questo Grande Maestro, cantore della lotta titanica dell'Uomo contro le ingiustizie.

Suicide circle ( Sion Sono , 2002 )

Giudizio: 7.5/10
Il capolavoro imperfetto

Parte la pellicola e subito si assiste ad una delle scene più belle nella storia del Cinema (vale da sola il prezzo del biglietto, si sarebbe detto una volta), autentico brano d'antologia che fa da preludio ad un film tra i più duri e contestati . Esiste in Giappone un Club di adolescenti votati al suicidio, per lo più collettivo, che si afferma tramite una sorta di gioco telematico: naturalmente lo sconcerto e il terrore attanaglia tutta la nazione.Tragico specchio di un società in cui l'arrivismo, il ripudio dell'essere sconfitti e non affermati, il problema adolescenziale e il sempre , ossessivamente, presente rapporto morboso con la morte costituiscono la spina dorsale dei malanni e de disturbi di un paese cresciuto troppo in fretta dalla disfatta bellica.In questo Sion Sono è molto abile a descrivere le fobie e gli sconvolgimenti, senza scadere in ovvietà psicoanalitiche, girando un film zuppo di suggestione che ti avviluppa nelle sue spire, usando una tecnica sopraffina con momenti di altissima cinematografia, anche dove vira allo splatter. Un vero crescendo fatto di indagini e di suicidi inspiegabili, di folli e di esseri in preda al terrore: film di suggestioni forti che farebbero preludere all'esplosione finale e allo squarcio sulla verità. Ma ahimè il capolavoro è imperfetto; il film finisce e non te ne accorgi, tutta la carne messa sul fuoco evapora e lascia un amaro in bocca dopo averti oppresso con una abbondantissima salivazione in attesa del piatto sopraffino. E' un capolavoro, furbescamente sfruttato dallo stesso regista anche nel film seguente che fa da prequel ideale (il pur bello Noriko's dinner table), ma assolutamente imperfetto, monco e forse per questo ancora più suggestivo. I più maliziosi critici penseranno (non senza qualche ragione) che tirare le fila quando si ingarbuglia e si intreccia troppo è difficile, e il regista non ci è riuscito.Ma la grandezza del film rimane ed è una grandezza che punge ed incalza, proprio come il treno della scena iniziale lanciato a grande velocità nella stazione.

domenica 21 giugno 2009

The orphanage ( Juan Antonio Bayona , 2007 )


Giudizio: 7/10
Thriller e fantasmi


Opera prima di Juan Antonio Bayona (sotto la rassicurante egida di Guillermo Del Toro) che si presenta in modo inequivocabile come l'archetipo di film intriso di suspanse e di tensione che riesce a far meno in maniera totale di urla, sgozzamenti, cigolii sinistri , musiche algide e immagini disturbanti.
Lo si capisce subito, dall'inizio, a cosa si andrà incontro : già l'incipit del film ha qualcosa di cupo, doloroso e angosciante, dominato da quella villa che sembra uscita da un film di Sam Raimi.
Laura ( una grandiosa Belen Rueda, totale dominatrice del film) , il marito e il loro piccolo figlio (adottato e sieropositivo inconsapevole) vanno a vivere nella dimora che un tempo fu la sede dell'orfanotrofio dove la stessa Laura visse fino alla adozione : lì decidono di riaprire la casa come centro di accoglienza per bambini; i loro progetti naufragano allorquando il piccolo sparisce in maniera misteriosa e a nulla servono le ricerche delle autorità e fatte in proprio dai genitori, fino a quando piccoli indizi sparsi e strane presenze aprono un inquietante spiraglio.
Da questo momento il film procede in una sorta di paralellismo divergente: la vita reale con l'angoscia per la perdita del fanciullo e la vita dei fantasmi (apparentemente con grande spirito di vendetta), delle paure, dei rimorsi , delle colpe e dei soprusi sommersi sotto la melma del tempo che sembrano però portare un lampo di speranza nella madre disperata; indubbiamente in certi momenti la storia presta un po' troppo il fianco a ovvietà e stereotipi (la scena con Geraldine Chaplin sembra uno di quei programmi abitati da improbabili ricercatori di fantasmi e spiriti malvagi) , ma la figura di Laura riesce sempre a ricondurre tutto sul binario giusto, senza essere a sua volta ovvia, nel rappresentare i sensi di colpa e i tumulti dell'anima lacerata.
Nel drammatico e incalzante finale ricco di pathos troppe cose verranno a galla, troppe verità si sveleranno, ma quello che si impone è sempre lo spirito leggero della psiche anche quando fa a pugni pesantemente con il mondo reale; il finale emoziona pesantemente e scalfisce anche chi si ammanta di scorza dura come l'ebano , dando al film intero un senso di compiuto dipinto di angosciosa rassicurazione.

Antarctic journal ( Lim Pil-Seong , 2005 )


Giudizio: 7.5/10
I fantasmi dell'anima

Il Point of Inacessibility ( POI ) è il luogo geografico dell'Antartide più lontano dalla costa oceanica, ed è qui che è diretta la spedizione coreana guidata da un capitano cui il grande Kang-ho Song offre il suo volto enigmatico.
L'inizio è da cartolina stile WWF con riprese mirabolanti del continente bianco che incutono stupore o angoscia (a seconda dei gusti); la spedizione procede alacremente verso la meta e già si delineano i contorni dei sei prodi esploratori.
Ma il ritrovamento di un diario appartenuto agli esploratori britannici che 80 anni prima avevano tentato la sorte è foriero di novità che si insinuano pericolosamente nella storia: troppe cose sono simili nelle due spedizioni e allora questo "Antarctic Journal" liso e mal interpretabile diviene una sorta di feticco che aleggia in tutto il film.
Tra malattie strane, turbe visive e psichiche , misteriose sparizioni il gruppo tira avanti, col capitano nel ruolo di spietato negriero e insensibile, tra mille dubbi e difficoltà fino all'epilogo , drammatico e grandioso insieme.
Non lasciarsi ingannare dall'inizo del film: è solo il punto di partenza di un crescendo di angoscia e di claustrofobia psicologica ( eh sì, esiste anche negli spazi sterminati dell'Antartico) in cui si trovano immersi i protagonisti: fantasmi che si materializzano, provenienti dal vissuto e dai troppi nodi della vita non dipanati, sensi di colpa che esplodono con rabbia e stupefacente forza distruttiva dal profondo degli abbissi bianchi di neve e ghiaccio e l'anelito ,fin troppo spasmodico e ossessivo, a raggiungere il misterioso ed oscuro POI , forse luogo deputato alla catarsi o all'annientamento.
La tensione serpeggia neppure troppo sottotraccia nelle immense distese bianche, domina il film anche oltre quelle che sono le aspettative di noi spettatori. Questa è senz'altro la grandezza del film diretto (opera prima) da Lim Pil-seong con notevole dispendio di costi (un plauso al coraggio dei produttori) : aver creato un coacervo di tensione e di orrore psicologico, affatto scontati, che trovano il degno climax in un finale permeato di una tristezza infinita: la tristezza che deriva dal sapere che non si fugge dai fantasmi dell'anima.

sabato 20 giugno 2009

Burn after reading ( Joel e Ethan Coen , 2008 )


Giudizio: 7.5/10
Grandi attori , masnada di idioti


La carrellata di tipi strani e grotteschi (e fondamentalmente un po' idioti) stavolta va mettere a nudo i vizi privati di una america rivolta spasmodicamente all'edonismo e alla superficialità, condendo il tutto con sano spirito sarcastico-politico che si abbatte sulla messe di spioni per professione che imperversano nella società yankee. Ne viene fuori un film divertente, irriverente con trovate geniali e finale fantasmagorico popolato da strani individui: uno spione della cia ubriacone e cacciato con infamia, uno strampalato personaggio a metà tra lo sceriffo e l'impiegatuccio annoiato col vizio però di costruire fucking machine, una impiegata di un bodycenter ossessionata dall'apparire più giovane e meno cicciona, un istruttore di palestra che definire idiota è un eufemismo. Tutti questi singolari tipi si trovano più o meno volontariamente coinvolti nel classico misunderstanding cinematografico (sulla scia del Grande Lebowsky), dal quale si sviluppa tutta la storia.
Tutti agiscono senza capire il pericolo e il caos che creano, tutto ruota su chat per cuori solitari , su appostamenti da agenti segreti da quattro soldi, sui russi che tornano ad avere facce da guerra fredda; tutto dimostra, secondo la ormai classica filosofia dei Coen, come l'America non solo non è un paese per vecchi, ma neppure un paese di sani di mente.
Non è un film minore, come qualcuno vuol far credere, ma un grande film, basta saper scavare sotto la faccia di Clooney , il sorriso ebete di Brad Pitt (grandioso) o il ghigno di Malkovic, perennemente col bicchiere in mano, tralasciando di citare due o tre pagine di autentica ed esilarante antologia.

Angeli perduti ( Wong Kar Wai , 1995 )


Giudizio: 9.5/10
Capolavori asiatici


Doveva essere questo film il terzo episodio del bellissimo Hong Kong Express, salvo poi, per decisione del regista, diventare storia a sè; mai decisione fu più ispirata: abbiamo così una versione notturna del precedente che colpisce maggiormente in quanto ad ambientazione. Anche qui due storie parallele: un killer di professione, in crisi di identità con se stesso ed una socia , versione asiatica di femme fatale che non si incontrano mai. Lei commissiona i lavori e lui esegue , tutto via telefono e via fax; nel profondo, ma neppure tanto, un morboso rapporto platonico fatto di masturbazioni e pianti dirotti, di musica dirompente e di laceranti rimpianti; dall'altra parte vediamo un ragazzotto muto svolgere le più strane attività notturne oltre che innamorarsi di una mezza pazza che vuol far fuori la fantomatica donna che le ha rubato l'uomo. Due storie apparentemente diverse che raccontano i disagi delle situazioni limite, spesso oltre il limite e che alla fine del film si intersecano pericolosamente con un quasi colpo di scena (molto bello per altro).
In questo film c'è già tutto lo stile di Wong che ammireremo poi in tutto il suo splendore in "In the mood for love" , sicuramente la sua opera più matura; qui c'è molta frenesia, direi fuorore, anche nella tecnica, con ritmo sincopato, ora tipo slow motion ora tipo fast forward, telecamera in spalla e una descrizione del ventre di Hong Kong cupa psichedelica, inquietante , fatta di fumo, localacci, gangster e vicoli laidi. Regna comunque sovrano, in questa stupefacente massa in scena, lo scrutare i sentimenti, la solitudine, gli stili di vita, e Wong sa farlo come pochi.
Una pietra miliare insomma, giustamente considerato da molti il capolavoro del regista.

Dream ( Kim Ki-Duk , 2008 )


Giudizio: 4/10
La stecca di Kim


Due giovani, un uomo e una donna, entrambi solitari , entrambi con dolorose separazioni amorose recenti, uniti in modo indissolubile da una strana e inspiegabile attività onirica; i loro sogni si intersecano, si fondono, diventano realtà, li portano a vivere, di necessità, uno per l'altra. Lo script è intrigante e , si è portati a pensare, in mano ad un Maestro come Kim, foriero di mirabilie filmiche. E invece , ahimè, no. Il rigore stilistico è sempre lo stesso, la cura della telecamera pure, ma la storia, e il film nel suo insieme, è un continuo avvilupparsi su se stesso con momenti in cui sembra sfuggire di mano al regista. Il tema del sogno come pozzo di S.Patrizio da cui attingere le paure e i desideri che tormentano i protagonisti non regge ed inevitabilmente il succo dell'opera è di qualità quasi dozzinale. Kim è un fuoriclasse e da uno come lui ti aspetti qualcosa che ti faccia strabuzzare gli occhi incredulo, ma stavolta l'impressione è quella di una stecca, ben confezionata, ma pur sempre di una stecca. Non mancano momenti in cui si riconosce lo stile del grande cineasta, ma sono attimi asettici, freddi, senza anima, anche quando pervasi di puro melò , come la scena finale.
Non sarei catastrofico come molti che hanno già suonato la marcia funebre per Kim, ma il debito morale verso i suoi cultori dovrà impegnarlo a far sì che il prossimo lavoro torni sulla scia di "Ferro 3" e degli altri capolavori che ci ha regalato.

Ferro 3 - La casa vuota ( Kim Ki-Duk , 2004 )


Giudizio: 10/10
La forza dirompente del silenzio


Il Cinema del silenzio. Nessuna parola esce dalla bocca dei due protagonisti, le uniche voci che si sentono sono solo sottofondo, fastidioso.
Parlano, anzi urlano, gli occhi, le mani, i volti, i piedi e mai un silenzio così intenso è stato così poetico. Urla la mazza da golf che spara le palline come proiettili colpendoci in pieno petto, parlano le palline da golf che scivolano nella stanza e ci lasciano senza parole con lo sguardo nel vuoto.
Film metafisico, film etereo, film di sentimenti donati allo spettatore e film di fuga: fuggire dal mondo terreno per diventare spirito, visibile solo a chi crede nei sentimenti e nel valore dell'anima, a questo anelano il nostro eroe e la sua splendida complice; liberarsi dalla loro solitudine fatta di collage di foto, di botte, di terrene incomprensioni.
Vivere in maniera solitaria, saltare da una casa all'altra, trovare una identità nel vivere per un solo attimo in mura estranee che appartengono ad altri e quando ciò non è più possibile diventare un ombra, un fantasma e raggiungere per sempre, felice, leggero come una piuma l'unico essere che ti accetta e ti capisce; film di solitudine, di leggerezza , film di poesia, poesia del silenzio che emoziona e lascia estasiati.

La samaritana ( Kim Ki-Duk , 2004 )


Giudizio: 8.5/10
Kim il moralista


Vasumitra si prostituisce dopo la scuola , le servono i soldi per andare all'estero , l'amica del cuore le fa da maitresse pur disapprovandola, prende gli appuntamenti, tiene i conti, la aspetta sotto al motel: sembra quasi un gioco con quel gusto del proibito che solo i quattordicenni possono avere; ma Vasumitra muore cadendo da un balcone fuggendo e l'amica diventa La Samaritana , reincontra i clienti della defunta , si giace con loro e le restituisce i soldi del precedente servizio ; catarsi cristiana per tornare ad essere libera dal ricordo dell'amica amata. Ma il padre poliziotto la scopre e , come una Sonata in crescendo beethoveniano, rimette le cose a posto con spietatezza e ferocia punendo tutti i clienti della figlia. Dal gioco alla tragedia, tutto permeato di un moralismo rigorosissimo da cui Kim non recede mai, neppure nell'ultima metafora splendida: "Ora la macchina la puoi portare da sola, papà ti guarda, vai!!!" e lei va , senza accorgersi che l'ultimo atto morale del padre non può che essere uno solo, dopo avere ricondotta la giovine sulla retta via.
Corri con la macchina! Attenta alla'acqua! Schiva il fango che ti impantani, accellera, cazzo, che altrimenti ti fermi, corri dietro a quella macchina,non vedi che sta scappando via? Accellera che affondi......
La grandiosità di Kim sta in un film stilisticamente perfetto, in una rigorosità intellettuale e formale senza eguali nel trattare il tema della pedofilia , della colpa, del rimorso, della giustizia. Tutto appare perfetto e logico, tranne quelle ruote che lentamente e con fragore affondano nel fango e l'altra macchina che si allontana senza indugio: lì c'è tragedia greca pura, intrisa di pathos. La Samaritana adesso è sola.

Memories of murder ( Bong Joon-Ho , 2003 )


Giudizio: 9/10
Un piccolo grande gioiello


Il film prende spunto da un episodio di cronaca degli anni 80, in cui un serial killer stupra e uccide brutalmente alcune donne in un tranquillo centro della campagna coreana.
Le indagini sono condotte maldestramente dai detective locali, poco bravi di testa ma molto inclini alle mani e alle maniere scorrette cui viene affiancato un poliziotto di Seoul.
Tutto qui? sì, quello che serve da sapere è tutto qui, il resto va visto assolutamente, in quanto la pellicola si pone come uno dei massimi esempi del cinema coreano e del genere, ben lungi dalle serial killer story all'americana fatte di tecnologia e di colpi di fortuna assurdi.
La denuncia del potere politico militare al governo negli anni 80 in Corea, della corruzione ed inefficienza dei corpi di polizia, disegnati sullo sfondo di una sociatà profondamente divisa tra campagna tranquilla e un po' rozza e metropoli in rapida ascesa: questo il substrato sociale dell'opera che rimane però sempre in secondo piano rispetto all'umanità rappresentata che si ispira moltissimo (per stessa ammissione di Bong) a quella tanto cara ai fratelli Coen. Le scene che hanno per protagonisti i poliziotti sono al limite dell'esilarante, in certi frangenti splendido connubio di crime story, commedia e denuncia politica. A questo aggiungiamo una gestione degli spazi e degli ambienti notevole da parte del regista ,uno strano senso di tensione e di disagio che incutono alcuni tratti della storia, avremo così un film tutto da godere, anche se di godimento con retrogusto amaro si tratta. Come la faccia del detective di campagna passato ad altre attività vent'anni dopo, che chiude il film in un finale tragicamente memorabile.

Alexandra's project ( Rolf de Heer , 2003 )


Giudizio: 8/10
...Ovvero come annientare un uomo in poche mosse


Come confezionare un grande film imperniandolo su 3 personaggi uno pù spregevole ed esecrabile dell'altro che si muovono in un unico ambiente spaziale dilatato . Non c'è il buono contro il cattivo: ci sono solo cattivi e disurbati. L'apparente padre modello di una bella famigliola, la dolce mogliettina un po' dimessa e stranamente neppure fica, il vicino di casa dal pollice verde. Tutti protagonisti del progetto di Alexandra: annientare il marito. E lo fa nell'unico modo che le è possibile : la comunicazione visiva unilaterale.
Quando parte la cassetta che il marito trova come regalo di compleanno, la (apparentemente) dolce mogliettina, non è più lei: millanta un cancro, simula un suicidio, si masturba prima e si fa possedere poi, comunicando al marito negriero che mentre lui è al lavoro lei se la spassa e guadagna pecunia con altri uomini, lo mette al corrente che ha gli ha cancellato ogni legame con la prole.
Riuscirà nel tremendo progetto? Poco importa in fondo, l'importante è aver deciso di farlo: annientare e polverizzare il corpo e la mente di colui che l'ha condotta all'azzeramento della personalità, in un crescendo di tensione e di orrore psicologico.
Il film è claustrofobico, buio, angosciante, appena attraversato da sottili sprazzi di luce, ma vive di una lucente bellezza che solo le storie che scavano nel nostro profondo possono avere: l'importante è non farsi cogliere impreparati dalla sua forza destruente.

Ichi the killer ( Takashi Miike , 2001 )


Giudizio: 8.5/10
Metà manga e metà Tarantino (moltiplicato per dieci)


Diciamolo subito: astenersi dalla visione tutti coloro che ritengono i film di Tarantino truci e disgustosi, tanto per fare un esempio. Qui siamo all'apoteosi dello splatter, del cattivo gusto, della perversione sadica e psicosessuale (i titoli del film nascono da una pozzetta di sperma) , ultima frontiera della (sub)cultura post atomica nipponica.
La solita guerra tra mafiosi giapponesi è turbata da uno strano giovinastro insignificante che però una volta indossata una tuta alla Valentino Rossi con tanto di numero Uno stampato dietro, diventa una micidiale macchina per uccidere servendosi di affilatissime lame capaci di affettare un uomo. Chi è questo tipo bizzarro che si masturba sui balconi guardando il magnaccia che ammazza di botte la sua puttana? E' il prototipo di quelli che a scuola una volta si chiamavano "soggetti", vittima designata dei soprusi ed eletto vendicatore dell'umanità da un enigmatico cinese che lo plagia. Il giovanotto cova comunque istinti insani: gode nel violentare le donne, si eccita furiosamente quando incontra qualcuna con uno spirito masochistico , sente una forza innaturale che lo porta a compiere stragi indicibili, salvo poi cadere in preda al pianto e al disgusto.
Suo degno alter ego il capo di una banda che in quanto a sado-masochismo non è secondo a nessuno.
Ne viene fuori una battaglia tra titani dove serpeggia il dualismo eros-tanatos tanto caro al cinema orientale.
La regia di Miike fa il resto: tecniche da videoclip alternate a sinfonie di colori, ritmo ora ossessivo ora funereo, musiche sempre aderenti alla scena: ne viene fuori un film che può degnamente essere elevato a manifesto del genere splatter e che ha fatto di Miike una sorta di icona della generazione post-punk.
Più filosoficamente alla fine viene da chiedersi: esiste un Ichi dentro ognuno di noi?

Caramel ( Nadine Labaki , 2007 )


Giudizio: 7/10
Donne alla riscossa (all'ombra dei cedri)


Opera prima della splendida e brava Nadine Labaki, finalmente un film (pluripremiato) che parla di donne uscendo dall'americaneggiante clichè delle casalinghe disperate e inquiete.
Tutta la storia ruota intorno ad un salone di bellezza di Beirut in cui si ritrovano persone all'apparenza così distanti tra loro, ma ognuna con la sua piccola grande storia: l'amante di un uomo sposato destinata a fare da amante per tutta la vita, la signora matura che però vorrebbe avere 25 anni e che aspira a ruoli da velina, la sciampista in conflitto con la sua omosessualità, la promessa sposa di origini musulmane che teme per la verginità persa che non può portare in dote per le nozze; su tutto aleggia , presenza impalpabile ma altamente peccaminosa, il caramello , usato come sadica cera depilatoria, ma anche assaporato con piacevole sensualità dalle protagoniste. La storia si snoda leggera, si respira quasi l'odore del medio oriente, mai una caduta di stile ( sempre dietro l'angolo in contesti simili), colori pastellati , dialoghi secchi e anche lunghi silenzi, sensualità sempre presentata con grande classe e con rassicurante candore.
Le tematiche del film , molte a dire il vero, sono appena accennate, presentate con discrezione senza cadere nel citazionismo, lasciate molto alla capacità dello spettatore di afferarle e svilupparle. La sensibilità della regista confezione una bella storia, in cui la solidarietà femminile si impone come arma vincente per superare i propri drammi personali: raramente si era visto una donna raccontare una storia di donne in maniera così sussurata, senza urla, ma con grande forza e tenerezza.

L'uomo senza passato ( Aki Kaurismaki , 2002 )


Giudizio: 8/10
Umanesimo in stile finnico


E' questo il film che ha , giustamente, consacrato Kaurismaki nel gotha dei grandi registi e lo ha fatto con una storia che ricalca le tematiche a lui care e già viste in Nuvole in viaggio. Personaggi che vivono ai margini della società in grave crisi economica e di valori, subiscono le angherie e i colpi avversi del fato, cadono, si frantumano ma sanno rimettere insieme i pezzi e con la forza positiva che è intrinseca ad ogni essere umano riescono a superare i momenti duri; è vero il mondo fa schifo, ma l'Uomo (concetto illuministico e non assieme di organi e apparati) può contribuire a migliorarlo. In questo è molto didattico, senza essere pedante, il regista finlandese, ma il barlume di speranza e di ottimismo che sempre accompagna i suoi personaggi non è per nulla manierato, anzi è descritto sempre con grande dignità e realismo al punto di intravvedersi momenti di puro italico stile neorealista (con sane punte di umorismo): c'è del buono negli emarginati che vivono di stenti, nell'ubriacone che beve di nascosto della moglie , a sua volta una sorta di aguzzina dal cuore tenero, nel poliziotto che specula sui poveracci: una carrellata di personaggi che hanno tutti, nel fondo, uno spirito positivo ed umano , che ci destano grande simpatia e partecipazione e che dimostrano in modo chiaro come l'impulso positivo, a volte , può fare il miracolo.
Forse un po' tutti noi dovremmo allontanarci dal consumismo che ci pervade e ritrovare , anche nei momenti bui, la grande forza propulsiva che ci appartiene: è il semplice ma , nel contempo , grandioso messaggio di questo bellissimo film.


L'uomo del treno ( Patrice Leconte , 2002 )


Giudizio: 7/10
Pantofole e pistole


Cosa unisce un professore in pensione che vive nella provincia francese e un rapinatore nomade e dall'aspetto truce? Nulla, ovviamente, ma nel bel film di Leconte, diventano esseri simbionti attratti uno verso l'altro perchè ognuno possiede quello che l'altro nell'intimo vorrebbe. E allora vediamo il professore regalare al filibustiere il simbolo della tranquillità e della quiete (le pantofole) in cambio di una lezione di tiro con la pistola. I due mondi estremi che si attraggono è sempre stato tema caro nei film, ma in questo viene affrontato con grande leggerezza e ironia, puntando sulla solitudine , così diversa, ma alla fine così uguale, dei due protagonisti. Ognuno può dare qualcosa all'altro (tema affrontato da Leconte anche ne "Il mio migliore amico", anche se con risultati inferiori a questo), se non altro facendo intravvedere vicendevolmente come diversa avrebbe potuto essere la vita se il treno fosse passato nell'altro senso.
I due protagonisti si confrontano con le parole ,con gli sguardi, con i silenzi , bevendo vino e pian piano li vediamo compenetrare uno nell'altro, fino alla scena finale , metà sogno metà realtà, in cui il professore prende il treno e parte e il rapinatore , in pantofole, seduto al pianoforte se la suona con calma e rilassatezza. La metamorfosi è completa, anche se, forse, solo nel sogno e nel mondo dei desideri.

Bad guy ( Kim Ki-Duk , 2001 )


Giudizio: 9/10
L'Amore balordo vince


L'amore balordo trionfa.....a nulla valgono gli eccessi di squallore con cui viene presentato, non bastano schiaffi, sputi, sangue, accoltellamenti, battone e magnaccia: l'amore balordo, l'amore insano vince, e lo fa raggiungendo, nonostante tutto , vette di poesia difficili da ritrovare nel cinema moderno; bisogna ritornare ai personaggi dalle facce sporche e segnate dalle cicatrici ma capaci di storie d'amore grandiose del cinema anteguerra.
I bad guy sono così non ci interessa perchè ,non ci viene svelato quale background hanno, sono così basta e non cercano redenzione, il loro destino è segnato: il boss magnaccia tale rimane e la prostituta anche, pur se stretti mano nella mano.
Han-gi ama Sun-hwa, la spia mentre si vende, il suo unico contatto con lei è con la mediazione dello specchio/vetro (ispirazione wendersiana di paris texas? ); solo quando lei, insospettita, lo romperà e scoprirà il suo boss dall'altra parte si squarcerà il velo che la divide da lui e il ritorno alla panchina da dove tutto è cominciato, dove han-gi pensa di ridare la libertà alla fanciulla è uno dei momenti più straordinari del Cinema, del grande cinema: è il momento che segna l'apice della poesia e della descrizione dell'amore marcio.
L'amore balordo trionfa, nonostante tutto e forse nessuno capirà mai come possa raggiungere momenti di così alta grandiosa liricità, ma è così ,avviene ,e Kim Ki Duk da grande maestro lo descrive e basta , non spiega nulla, non gli interessa: ci vuole solo raccontare una grande storia d'amore, balordo, ma stupefacente che colpisce tutti i sensi e ti lascia a bocca aperta e con gli occhi fissi sullo schermo nero.

Mr Vendetta - Sympathy for Mr. Vengeance ( Park Chan-Wook , 2002 )


Giudizio: 8.5/10
Vendetta atto primo


La vendetta insegue la vendetta, il carnefice diventa vittima sacrificale, la spirale si avviluppa su se stessa senza fine; tutto sembra già scritto: il sordomuto dai capelli verdi alienato dal lavoro che accudisce la sorella malata e bisognosa di trapianto di rene, motivo per cui si rivolge ai criminali trafficanti d'organi, senza con ciò poter salvare la ragazza e che impugna la mazza da baseball e parte a testa bassa alla ricerca dei malfattori; il suo datore di lavoro, cui il sordomuto rapisce la figlia allo scopo di poter pagare l'ospedale alla malata; i compari della fidanzata e complice del sordomuto appartenente ad un gruppo sovversivo. Tutti si inseguono , si cercano, si trovano si affrontano , si torturano, si ammazzano. Tutti personaggi perdenti, a modo loro, persi dietro a disagi, malattie , problemi coniugali, rivoluzioni utopiche che trovano nella vendetta l'unico, estremo motivo di esistenza, pietrificati nel dolore e nella certezza che altra via non esiste.
E la mano di Park dipinge , a tratti scolpisce, con perfezione e rigorosità la vicenda, senza cadere in sentimentalismi, senza venire mai meno al principio morale che lega tutta la storia: la vendetta è una gabbia angusta che soffoca, pesa come un macigno, paralizza, possiede senza tregua , ossessiona fino al punto di desiderare di possedere la vittima (il sordomuto, con un certo qual aspetto macabro e grottesco assieme, divora i reni dei trafficanti d'organi dopo essersi fatto giustizia). E' cinema duro questo,senza compromessi, cinema per chi sa soffrire e per chi vuole vedere nel fondo del baratro umano ; un cinema di sofferenza,di disagio,di viscere straziate e di cuore gonfio e il regista non ci nega nulla, non si lascia impietosire e non ci vuole rassicurare; lo fa con la solita magnificenza tecnica, con scene curatissime nei dettagli, con colori che penetrano gli occhi lacerandoli , con il risultato di regalarci un film bellissimo e potente che fa anche male , ma è quel male che a noi amanti del Grande Cinema esalta e delizia.
Basteranno mai le parole per spiegare quanto grande è questo genio coreano e quanto grandioso sia l'affresco che dipinge con la trilogia della vendetta? Non credo, almeno finchè i nostri organi lacerati nel profondo, alla fine dei suoi film, non riusciranno a parlare con voce propria.

Sogni e delitti ( Woody Allen , 2007 )


Giudizio: 4/10
Dov'è finito Woody ?


Se qualcuno aveva ancora dei dubbi al riguardo questo film illumina in modo totale: Woody Allen sembra tristemente giunto al punto dell'inaridimento senza ritorno, con l'aggravante di continuare a specchiarsi nello stagno torbido e limaccioso. Raramente si è visto un film più brutto, noioso, disarticolato come questo e il fatto che provenga da un Maestro per decenni da moltissimi idolatrato, rende la batosta ancora più dolorosa.
Film con sceneggiatura fiacca che forse neppure a superare un esame di cinematografia nel peggiore degli Istituti sarebbe sufficiente, storia priva di qualsivoglia interesse, thriller (o presunto tale) da quattro soldi che ti aspetteresti da qualche giovincello scimmiottatore di Hitchcock ma non dall'autore di Manhattan, di Io e Annie o di Zelig (solo per citarne alcuni).
Se è vero quello che dice un illustre conoscitore di cinema e cioè che "ogni stroncataura non è che un atto di amore tradito", qui il tradimento è colossale e imperdonabile. A nulla valgono le eccellenti doti interpretaive degli attori (in primis un Farrell sempre più Deppizzato nell'interpretare ruoli da sfigato) e neppure la bella musica di Philip Glass: servono solo a sottolineare ancora di più l'inconsistenza del film.
Non sappiamo se Allen tornerà mai a farci godere con film belli, di sicuro le sue opere precedenti , per ora, vanno dritte dritte nel Pere Lachaise della celluloide, pronte ad essere riesumate alla bisogna per ricordare un grande regista che sembra ormai cronicamente giunto al capolinea.

A snake of june ( Shinya Tsukamoto , 2002 )


Giudizio: 9/10
...e piove


Piove, piove sempre, piove come non ha mai piovuto; una pioggia bluastra virata da un bianco e nero fantastico e angosciante. Lei rincuora lui, malato terminale di cancro dicendogli: "fai ciò che ti piace" , lui la assilla dicendole : "non ti dico di fare sesso, ti dico di fare ciò che vuoi" e sembra all'inizio un carnefice con la sua vittima. Ma lei ama masturbarsi, non avendo rapporti col marito , e non capisce subito che solo portando in superficie quello che nell'intimo profondamente ama potrà salvarla.
E su tutto sempre la solita pioggia disturbante, opprimente : pioggia su di lei che gira col vibratore infilato, pioggia sul marito che la spia, pioggia sul carnefice-salvatore che fotografa, pioggia che scorre sulle strade e nei tombini, che bagna le ortensie e che da vita alle lumache.
E' la solita stupefacente e per certi versi poco confortante esplosione di perversione filmica che solo certo cinema orientale è in grado di dare, un tornado che si abbatte sulla nostra coscienza moraleggiante da occidentali del Vecchio Continente.
Fai ciò che vuoi (veramente) e ti sarà resa salva la vita: ecco il messaggio di Tsukamoto in questo film giustamente pluripremiato; film di meravigliosa fattura tecnica, di gran ritmo , di immagini scarne e violente come sassate sulla fronte , film scuro , piovoso, percorso da lampi di genio cinematografico sbalorditivi: come si può non amare Rinko che in miniabito , trucco puttanesco e tacchi alti, cammina sotto la immancabile pioggia e si offre, masturbandosi, alla vista del carnefice-salvatore-fotografo e al marito-guardone , fino a denudarsi e rimanere (fradicia di pioggia) alla mercè dei loro sguardi? E' cinema epico , da antologia !
Il finale è solo apparentemente consolatorio e positivista: forse è solo l'inizio di un' altra ipocrisia, anche se la pioggia non c'è più.

In Bruges - La coscienza dell'assassino ( Martin McDonagh , 2008 )


Giudizio: 7.5/10
Gotico profondo


Se il buongiorno si vede dal mattino, allora non ci sono dubbi che Martin Mc Donagh, noto autore teatrale in Gran Bretagna, dopo questo film d'esordio ci darà grandi soddisfazioni.
Sì perchè In Bruges è un film bello, di quelli che soddisfano l'occhio , l'anima e il corpo, di quelli che pur in assenza quasi totale di azione creano una sottile, quasi impalpabile ma montante tensione, in cui i magistrali dialoghi (chiaro retaggio teatrale, che qualche buontempone ha scambiato per eccesso di verbosità) ti calano con forza nei personaggi; e poi c'è Bruges, l'unica cosa valida che esiste in Belgio ha detto qualcuno,che qui nel film non fa da palcoscenico freddo alla storia , ma ne è parte, e importante: ora si concede nelle sue meraviglie, ora si ritira come una tartaruga nei suoi vicoli, ora segue i tumulti interiori dei due killer maldestri, turisti loro malgrado , offrendo visioni inaspettate: su tutto emerge la sua profonda goticità che sembra sposarsi in maniera indissolubile al dramma, con aspetti a volte comici.
E' il racconto di due uomini così diversi, agli antipodi, che non debbono fare nulla se non aspettare...e guardarsi dentro, provare paura, rimorso, voglia di dare un senso alle loro gesta: alla fine non si può non provare almeno un po' di simpatia e tenerezza per i due, proprio perchè alla resa dei conti si ritrovano soli davanti a se stessi, agli eventi inevitabili e a Bruges che incute un gotico timore.

Lady vendetta ( Park Chan-Wook , 2005 )


Giudizio: 8/10
Vendetta atto terzo : l'incesto


C'è la banda pagliaccesca ad aspettarla fuori dal carcere dove ha vissuto per 13 anni dopo essere stata costretta ad accusarsi per un efferato delitto, c'è il tofu bianco che le viene offerto: "Vai a farti fottere" è la risposta di Geum-ja la dolce; e allora capiamo subito come andrà a finire.
E' lei l'eroina di questa storia di vendetta, stavolta al femminile (che più femminile non si può) di Park. Ed è una storia che ha come vizio d'origine quello di seguire lo stupefacente Old Boy: secondo la regola aurea filmica, anche stavolta confermata, il bis non c'è.
Il film è tecnicamente grandioso, perfetto, girato con una maestria che non lascia più alcun dubbio sulle capacità di questo straordinario cineasta: i giochi coi flasback, i volti dei protagonisti, l'uso dei colori a volte caravaggesco altre volte cubista, il montaggio che alterna momenti di azione ad altri di intimismo, ora onirico ora grottesco, il tutto legato in una maniera che riempie gli occhi e che incanta.
Ma la storia , stavolta, non penetra, non sferza come in Old Boys, troppo incestuoso il legame tra colpa-vendetta-espiazione (che pure nel precedente strisciava nel profondo) e poi il tutto visto nell'ottica femminea , forse troppo incline a risvegli di lirismo,molto spirituale, è vero, ma mancante di violenta forza d'impatto.
Park stavolta cerca anche la morale (la durezza della vendetta individuale rispetto a quella del gruppo, i vendicatori che lasciano il numero di conto per riavere i soldi dei riscatti e che alla fine quindi tanto candidi nell'anima non sono).
Sia chiaro, il film è bello nel suo complesso, eccelso per l'aspetto tecnico, ma forse c'è troppo "bianco" e qualcuno probabilmente continua a preferire la vendetta "amorale", fine a se stessa, che non sia via espiatrice alla salvezza, quella dolorosa che lascia squarci irreparabili.

Fargo ( Joel e Ethan Coen , 1996 )


Giudizio: 8.5/10
Lavagne bianche da scrivere


Le distese innevate e senza fine al confine tra Minnesota e North Dakota appaiono come una tabula rasa sulla quale la solita (nel senso usuale) corte dei miracoli dei fratelli Coen tenta di scrivere le proprie gesta che oscillano tra il grottesco e il tragico, con un profondissimo senso di inadeguatezza ai ruoli auotassegnatisi, ma spinta da una avidità senza limiti.
Tutti sembrano infilati nel loro ruolo senza un minimo di coscienza e di moralità : il venditore di auto sfigato e represso dalla famiglia e dal suocero che si improvvisa ideatore di un piano maldestro quanto prevedibile pur di fare soldi, una coppia di sgangherati gaglioffi, esecutori del piano cui nessuno metterebbe in mano neppure la propria auto da rottamare, il suocero che sembra un epigono del peggior John Wayne, intriso del tipico individualismo americano , le battone del motel che sembrano uscite da un film di stanlio e ollio, la stessa poliziotta che risolve (si fa per dire) il caso che gira a 20 gradi sotto zero trascinando una ridicola pancia pregna e che non brilla certo di astuzia, nonchè sposata ad un mezzo pittore che pensa solo a farla mangiare con fare da ebete.
E' la solita umanità tarata avviata a folle velocità nel baratro, intrisa dei peggiori difetti e delle più smodate e bieche ambizioni , assolutamente priva di coscienza e di "moralità" ; è il solito grandioso affresco di una società che i fratelloni conoscono bene e che sembrano voler redimere spiattellandolgi in faccia i suoi atavici difetti.
I Coen si muovono alla grande in queste tematiche, ci stupiscono col sarcasmo e col grottesco (esilarante, seppur drammatica, la macchina trita cadaveri che tinge di rosso la neve) ma un attimo dopo ci gelano col senso del dramma e della tragedia.
La tabula rasa bianca diventa allora una pagina di grande cinema, ma diventa anche il senso del profondo disagio e della frustrazione che carpisce una umanità ormai priva di tutto.

Le onde del destino ( Lars Von Trier , 1996 )


Giudizio: 9/10
Per chi suonano le campane?


Suonano finalmente le campane, spuntano come una visione, come un miracolo in mezzo al mare, strappate da quella chiesa grigia e opprimente dove non avevano mai suonato, perchè la religione calvinista è grigiore, senso del peccato incombente, nessuna gioia nè redenzione, nè perdono.
Lars Von Trier, nato protestante e convertito al cattolicesimo, scrive una pagina di cinema monumentale, sublime, sacro, intrisa di una spiritualità che disarma e che lascia inebetiti, anche coloro che, molto più laicamente, vedono il film solo per gustare una bella storia.
Bess vive nella coercizione delle tradizioni calviniste, nella religione intesa come tramite per espiare le colpe, molto più cristianamente ha un rapporto con Dio molto personale (versione drammatica dei dialoghi di Don Camillo), dona molto cristianamente la sua vita all'amore e alla dedizione per il marito, intraprende una via crucis personale per dare gioia al marito non più sessualmente attivo causa grave incidente: come non vedere in lei una trasposizione drammatica, terrena ma splendida delle gesta di Gesù Cristo?
Donarsi al prossimo fino a sacrificare se stessi : "troppa bontà" afferma qualcuno nel descriverla.
Questa la lettura spirituale, quasi sacra del film; per noi, poveri peccatori miscredenti ed eretici, rimane il senso tragico di assistere ad una storia in cui la sacralità dello spirito trionfa sulle sofferenze della carne , in cui l'altruismo e l'amore schiacciano e distruggono il bieco individualismo e il falso perbenismo di facciata.
Noi godiamo nel vedere Bess trafugata da morta, e consegnata al mare, quel mare che le aveva portato il dono dell'amore di Ian, il dono della scoperta della gioia di donarsi senza compromessi, contro tutto e contro tutti, ma con la convinzione di portare a termine una missione sacra.
Emoziona la figura di Bess, metà Giovanna d'Arco e metà Cristo femmineo; emoziona per la sua purezza di spirito e per la sua gioiosa tragicità; Von Trier ci consegna un gioiello, una capolavoro che ci colpisce , ci rende incapaci di guardare altrove e che ci esalta nel vedere quelle campane che suonano a festa in mezzo al mare.

La pianista ( Michael Haneke , 2001 )


Giudizio: 8.5/10
Vizi troppo privati e pubbliche virtu'


Lei è una affermata professoressa di pianoforte al Conservatorio, vive con la madre oppressiva ed iperprotettiva in un tipico ambiente borghese, conduce una vita quasi monacale, tutta lavoro e casa, nessuno svago, nessun lusso: solo Schubert e Schumann e gli allievi che tiranneggia spingendoli alla maniacale ricerca della giusta interpretazione.
Ma dentro di sè cova desideri bizzarri: la vediamo frequentare sexyshop e cabine annesse per la trasmissione di film porno che guarda annusando fazzoletti di carta lasciati intrisi di umori dagli spettatori precedenti, fa la guardona nei drive in, si procura ferite alla vagina e quando cede alle lusinghe di un allievo belloccio e spregiudicato che vede in lei una guida artistica, pretende di dettare le regole come se fosse ancora davanti al pianoforte; e le regole sono agghiaccianti: botte, manette, sottomissione ed umiliazioni per se stessa, un rapporto di sesso estremo insomma.
Ma finchè la fantasia rimane tale non fa male, quando si cerca di farla diventare realtà si cade nel baratro.
Haneke racconta con lucidità truce e disincantata questi vizi privati che covano sotto le virtù pubbliche; confeziona un film raffinato, seppur molto duro, fa lezioni di filologia musicale , lasciando intravedere forse un legame fra quello che c'è nell'animo della pianista e le sue preferenze musicali; ci ricorda quelli che sono gli ultimi bagliori dello spirito prima che esso si spenga (e lo fa parlando di Schumann); il tutto senza pudore, senza giri di parole, senza tentare di essere consolatorio , con la forza che può avere lo scrutare uno spirito "malato".
Bisogna avere lo spirito giusto ed una grande lucidità emotiva, capace di sopportare i momenti anche molto bui del film per poter apprezzare questa opera giustamente pluripremiata , altrimenti il rischio che qualche demone sepolto in noi venga alla luce e ci stritoli.
Una menzione particolare per Isabelle Huppert, assurta ormai definitivamente nel gotha delle grandissime: il suo passare dall'algore assoluto, alla tenerezza e all'alterigia con un solo battito di ciglia ne fanno l'interpete ideale che ogni grande regista vorrebbe avere.

Confidenze troppo intime ( Patrice Leconte , 2003 )


Giudizio: 7.5/10
L'arte di sapere ascoltare


La donna cammina per strada e si sente odore di Hitchcock, entra in un lungo corridoio e sembrano spuntare i fratelli Coen, entra nella stanza e tutto sembra condurre ad una gag alla Totò. Ma da questa magistrale scena iniziale in poi si prova disagio, profondo disagio: per la donna che cerca aiuto e qualcuno che la ascolti e le dia le attenzioni che il suo uomo le nega; per lui (fiscalista scambiato per psicanalista), separato,che non sa che pesci prendere fino a che l'attrazione avrà il sopravvento; per il marito, menomato fisicamente e psicosessualmente con fantasie voyeuristiche.
E' il disagio di vedere e ascoltare persone che non trovano la loro giusta controparte , che vagano, fantasticano, millantano e che hanno solo un gran desiderio di trovare qualcuno che recepisca: che ascolti anche le loro intime confessioni, le descrizioni degli orgasmi, le loro fantasie.
E allora, in un film in cui i due (e non si capisce bene chi è più alla ricerca di qualcosa dell'altro)si danno del "lei" fino alla fine, nonostante l'intimità profonda che li lega, sale lentamente ma inesorabilmente la tensione erotica (stupende le pose che assume la Bonnaire sul divanetto rosso)che mette in mostra , sottilmente ma con precisione chirurgica, quanto profonda e violente può essere l'attrazione "verbale".
Seppur con un finale un po' troppo rassicurante, la storia è bella e l'atmosfera, apparentemente claustrofobica, mostra un grande orizzonte: quello dei sentimenti umani, troppo spesso tenuti pudicamente nascosti, quello delle parole ascoltate da chi vuole ascoltare ; non serve lo psicanalista (siamo tutti un po' freud) occorre solo qualcuno che ascolti , che non si spaventi e fugga , neppure di fronte alla descrizione di un orgasmo femminile.

Old boy ( Park Chan-Wook , 2004 )


Giudizio: 9.5/10
Vendetta sublime

Finisce il film, passano i titoli di coda, lo sguardo segue le montagne innevate, ma nella mente scatta furiosa l'idea: potrebbe essere Eschilo l'autore di questa tragedia; perchè di tragedia a canone classico si tratta. La colpa, la vendetta, l'incesto gettati sullo schermo con la violenza e la grandiosità che potrebbero essere proprie di un antico dio implacabile, spietato.
Il senso di libertà privata si insinua in tutto il film, il rincorrersi del senso di colpa e della vendetta si fanno strada con fragore e con cattiveria, tutto gioca a stabilire un pathos che non ti lascia neppure dopo avere visto l'ultimo istante della pellicola. Dove finisce la vendetta e inizia la colpa? Può diventare una l'altra anche dopo tanto , troppo tempo?
Park elabora in maniera sublime questo rincorrersi e narra una storia che è l'apoteosi dell'Uomo imprigionato non da catene ma dal suo anelito di vendetta, da mille angosciose domande, da infiniti dubbi che corrodono, fino allo squarcio di un pallido sole che illumina la verità; e lo fa con una maestria tecnica e con una sensibilità artistica che lasciano stupefatti, con la bocca incapace di articolare parole ma con i sensi sconvolti, feriti, laceri. Questo è Cinema che prende , che tocca tutti i punti sensibili, che squassa, che crea una marea montante di tensione alla faccia dei tanti thrilleristi da parrocchia che popolano il mondo della celluloide. Questo è il grande Cinema di un grande  Maestro figlio di una cinematografia per troppo tempo tenuta nell'ombra.
Park gioca coi flashback , li interseca col presente, crea una delle scene più belle e struggenti del cinema moderno in un doppio binario narrativo nel momento topico del film all'interno della scuola; anche i cattivi di Park hanno un'anima e un cuore: ognuno ha qualcosa di cui liberarsi, come tutti noi, l'importante è farsi le domande giuste, perchè " domande sbagliate, portano a risposte sbagliate...."

Onora il padre e la madre ( Sidney Lumet , 2007 )

Giudizio: 8/10
Grazie, Maestro


Che gli Dei dell'Olimpo ci perseverino sempre un regista come Sidney Lumet; e sì perchè il baldo giovanotto ultraottantenne, firma un film che ti aspetti da un giovane cineasta rampante, da uno di quelli che sono andati a scuola da Tarantino e che ahimè invece scarseggiano.
Come un grande maestro burattinaio, Lumet mette sulla scena quanto di più torbido, cattivo, agghiacciante, violento può esserci nella famiglia e nello stile di vita yankee: spostando i suoi attori avanti e indietro nello spazio temporale di 10 giorni, usando flashback semplici e geniali, denudandoli, anche con violenza ed impudicizia. E ' il film dei primogeniti perdenti, aggressivi, che rinfacciano le scarse attenzioni. E' la storia dei vizi che portano alla distruzione, è la sonda che esplora quanto di più represso può esserci dentro ad una famiglia che potrebbe avere tutto, ma invece non ha più nulla.
"Il mondo è cattivo" dice lo strano ricettatore nel momento chiave del film e Lumet lo sa e ce lo mostra con una crudezza che penetra profondamente fino a far male: neppure il figlio onora più i genitori.
«Che tu sia già in paradiso, quando il diavolo scopre che sei morto» recita un detto irlandese , e che è poi il titolo originale del film: noi invece diciamo:che tu rimanga sempre con noi, grande Maestro della cinepresa.

Bombon el perro ( Carlos Sorin , 2004 )


Giudizio: 8/10
Sorin il minimalista

Film minimalista per scelta e necessità: in Argentina la vita non è rosea per i più e la Patagonia è terra di struggente bellezza ma che spinge all'introspezione portata dal vento sferzante che la batte. Film di solitudine vissuta come uno status inevitabile, in attesa di qualcosa che cambi la vita e dia vigore. Film di una tenera storia di amicizia tra un uomo e uno splendido Dogo argentino , che come un deus ex machina della tradizione teatrale greca, giunge a risolvere i problemi e a dare un senso gioioso alla vita dell'uomo.
Viaggiano nel loro scassato furgone, l'uomo e il cane , uno seduto accanto all'altro, fanno progetti, intravedono una via d'uscita alla vita grama, conoscono posti e gente nuova, tornano a galla dai loro abissi di solitudine.
Crede alla fine di averlo perso il bel cagnone, che invece ha solo fatto l'ultimo atto di ribellione alla solitudine: si è scelto da solo la sua compagna con cui accoppiarsi: anche nel fondo della solitudine, l'essere vivente ha sempre davanti a sè la scelta come suprema forma di ribellione.
E' facile commuoversi leggendo questa storia, tutto concorre a che ciò avvenga: ma ci si commuove di fronte a sentimenti forti, spietati e belli, proprio come la Patagonia.

Rosetta ( Jean-Pierre e Luc Dardenne , 1999 )


Giudizio: 8.5/10
L'affanno e la speranza

La speranza non muore mai, sembra dire il volto di Rosetta nell'ultima inquadratura del film, prima che i titoli di coda ti riportino nella dimensione normale; e sì perchè tutta la pellicola è fatta di un inseguimento frenetico, a tratti pericoloso, molto spesso angosciante, sempre alle costole col fiato sul collo della fanciulla che sembra sempre in fuga e inseguita da qualcuno; e così ben presto lo spettatore diventa Rosetta , ha l'affanno , sbircia da dietro l'angolo, si cambia le scarpe indossando gli stivali per camminare nel fango: pochi altri film ci uniscono così fisicamente al personaggio principale fino a sentirne anche le sofferenze fisiche, siano esse la dismenorrea o la fatica di trasportare un peso.
E' vero, è film di denuncia con grossi aspetti loachiani, ma qui il sociale è solo lo spunto, qui si vuole solo narrare la storia di una giovane donna come ce ne sono molte nelle grandi aree urbane del nord europa in preda alla crisi economica, un'eroina che sembra uscita dalle pagine di Victor Hugo, sporca, che vive nel degrado ma che ha nell'animo lo spirito dei grandi personaggi positivi e puliti. Tutta la sua esistenza è rivolta ad affermare il suo desiderio di pulizia nella vita fino a commettere , spinta dalla disperazione, un gesto che forse eticamente non è corretto, ma che le libera l'animo puro che possiede.
Nonostante questo Rosetta non sembra avere più speranza, almeno fino a quando cadendo sotto il peso della bombola del gas che trasporta, non trova una mano che la aiuta a rialzarsi: forse la speranza torna ad affiorare e lei, Rosetta, a desiderare una vita pulita.
Magistrale la regia e la tecnica di ripresa che fanno ancora di più questo film un autentico gioiello : un inno al positivismo e alla speranza, nonostante tutto......



Sonatine ( Takeshi Kitano , 1993 )


Giudizio: 9.5/10
Il Cinema Open Space di Takeshi Kitano

Il cinema Open Space di Kitano: si respira aria da road movie in questa storia, ma nessuno è in viaggio alla ricerca di qualcuno o qualcosa; le ampie spaigge di Okinawa inglobano lo scorrere degli eventi , le lunghe strade ondulate che solcano le dune sembrano condurre in luoghi ameni; ma di ameno e di riposante sulla spiaggia di Okinawa, non c'è nulla per Murakawa (ennesimo eroe con la faccia di Kitano); è vero, sono spensierati e divertiti, ma l'allegra brigata sa bene che non sarà così ,sa bene che presto tutto troverà una fine. E la fine arriva come solo Kitano ce la sa descrivere, improvvisa e violenta con un senso pesante di ineluttabilità :le canaglie dormono in pace titolava il Sommo Maestro Kurosawa e il nostro eroe Murakawa non ha altra scelta : per lui non può esserci riposo dorato o una vita normale in riva al mare stanco dopo una vita al servizio del crimine che ora aborrisce e da cui vuol liberarsi; per lui la pace ha solo il colore plumbeo di una pistola.
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