martedì 27 ottobre 2009

The big heat ( Johnnie To , Andrew Kam , 1988 )


Giudizio: 8/10
Poliziesco nerissimo

E un Johnnie To primordiale quello che dirige questo "The big heat" che vede Tsui Hark in veste di produttore con licenza di rimescolare pesantemente il film e Andrew Kam in veste di co-regista (in realtà To subentrò a lui nella regia). E una storia violenta , sporca, priva di ogni struttura narrativa tipica del To seguente che tanto ammiriamo, che parla di poliziotti duri e tutt'altro che arrendevoli , in perenne lotta contro la malavita organizzata e contro se stessi, chiusi nel loro guscio esistenziale (e qui c'è già tutto del regista) che non prevede altro epilogo che non sia la morte o la triste realtà. Dominano nel film il senso di appartenenza e di solidarietà , l'onore e la gratitudine, gli affetti quasi sempre offesi in nome della difesa della propria dignità e spiccano momenti di grande violenza, di forte crudezza frammisti a sparatorie che sembrano più di John Woo e mattanze cui manca quel senso di tragica poesia che sarà la firma dei lavori seguenti del Maestro.
La Hong Kong presentata è stranamente brulicante, ma molto impersonale se non in alcune scene notturne costruite con occhio psichedelico, eppure già incombe l'handover che verrà 10 anni dopo. Spunti di umorismo non mancano qua e là, battute che sembrano quasi uscite da un film-parodia ma che stanno solo a dimostrare l'assurdità della cieca violenza, vero bozzolo da cui nascerà la crisalide-eroica: sì perchè il senso dell'eroismo è fortissimo , vissuto in ogni momento contrapposto alla completa immoralità della malavita.
L'influsso cinematografico di Woo è pesantissimo, e non potrebbe essere diversamente: in fin dei conti la strada che separa questo da The killer è brevissima, come appena impercettibile è la strada che separa la colomba che vola in chiesa dal colpo sparato usando una catenina d'oro con la croce appesa.
Anche nel simbolismo religioso Johhnie To rende omaggio al grande Maestro del Cinema di Hong Kong.

lunedì 26 ottobre 2009

Strange Circus ( Sion Sono , 2005 )


Giudizio: 10/10
Stavolta è grandissimo Cinema


Un circo a colori e suoni felliniani apre e chiude il film, ergendosi a luogo dove il sogno e la fantasia permeano ogni cosa prima che la ghigliottina scenda implacabile su chi guarda e rimane sconcertato dalle certezze mandate all'aria da un finale spiazzante e ricchissimo di colorata ambiguità.
La storia, a fortissime tinte bunueliane, è come sempre con Siono ardua , cattiva, grondante sentimenti forti, a tratti profondamente disturbante: Mitsuko , 12 anni, subisce le angherie sessuali del padre che da buon depravato obbliga madre e figlia ad assistere vicendevolmente ai loro accoppiamenti; il lungo prologo scandito dalla voce fuori campo in soggettiva della giovincella diviene il plot di un romanzo che una scrittrice di successo sta scrivendo; i due piani narrativi si sovrappongono e verremo inesorabilmente a conoscere come poi tanto lontani alla fine non siano. Saremo travolti in un turbine di identità celate, rifiutate, drammatici e surreali confronti, vendette atroci che culminano in un finale spettacoloso che sembra mettere i paletti a tutta la storia. Ovviamente Sono è troppo geniale per concluderla così e il dubbio, l'ambiguità se non proprio un finale aperto esplodono sullo schermo e ci lasciano piacevolmente interdetti e confusi.
La grandezza di Siono è assolutamente fuori discussione, sin dai tempi di Suicide Circle, ma in questo film riesce a dare un senso di magnifica compiutezza che altre volte era mancato; tratta con decisione e senza alcuno schermo morale o perbenista un tema devastante quale l'incesto, mostrandoci una vendetta dolorosa che pur nella sua vena quasi surreale risulta più che penetrante, indica nel percorso della accettazione e della metabolizzazione del rancore la strada per emergere dal buio che paralizza, plasma realtà e sogno in funzione di una verità che non sempre deve esser univoca.
Il film è geniale in tutta la sua struttura: ambientazioni barocche estreme, musiche circensi e sonate al piano che accompagnano con grazia lo svolgersi degli eventi, colori decisi , netti che riempiono lo schermo, grandissima tecnica di ripresa e momenti singoli di cinema indimenticabili ( il corridoio rosso di lynchiana memoria , la sega elettrica brandita come strumento di giustizia e di purificazione , inserti circensi sfocati).
Lascia un segno indelebile anche la bravissima Masumi Miyazaki , capace di impersonificare madre e figlia contemporaneamente con risultati eccellenti , grazie ad una espressività composta ma efficace.
Stavolta possiamo dirlo: Sono ci ha regalato un capolavoro, grandioso nella sua imponente forza destruente che da una parte colpisce come un gancio in pieno mento e dall'altra ci dona i colori vivaci della fantasia e del sogno.

Naboer - The next door ( Pal Sletaune , 2005 )


Giudizio: 7.5/10
Il baratro della follia

Film breve e intensissimo che ci racconta di John, rimasto solo dopo che la fidanzata lo ha lasciato anche per le sue insistenti fantasie erotiche orgiastiche fatte di sottile violenza e alle prese con due strane vicine di casa che mostrano uno strano interesse verso di lui. Quando entrando nella casa attigua abitata dalle due avvenenti nonchè inquietanti e insistenti fanciulle si rende conto di trovarsi in una sorta di labirinto diabolico e calustrofobico, il giovane inizierà a capire che qualcosa non quadra e si renderà presto conto che ciò che pare reale altro non è che una angosciante proiezione della sua mente , fatta di sesso e botte, paure e desideri bui.
La discesa nel baratro di John fino alla follia, tragicamente mostrata in una scena finale che colpisce, pervade tutto il film in un crescendo che , intuiamo, non potrà che avere conclusione drammatica; tutta la vicenda si dipana all'interno di una casa che lungi dall'essere il luogo rassicurante che l'accezione comune le attribuisce, diventa un luogo di sofferenza onirica , tra corridoi che sembrano labirinti e stanze che appaiono ricettacolo di ogni oggetto alla rinfusa.
La bravura del regista, giustamente osannato come tra i più promettenti della scena mondiale, sta in una regia secca , senza fronzoli, essenziale, dominata da colori cupi e che ben dipinge il senso di abbandono che va di pari passo col degrado del protagonista.
Film indubbiamente molto poco rassicurante, raggelante nella sua lucidità che si svelerà a pieno nel finale e che fotografa in maniera efficacissima , con potenza e senza falsità il disagio che segue la perdita dell'amore.

domenica 25 ottobre 2009

Dead friend ( Kim Tae-kyung , 2004 )


Giudizio: 6.5/10
Memoria e fantasmi

Ji-won è una docile e un po' ombrosa studentessa universitaria, uscita da poco da una situazione difficile che le ha causato la perdita della memoria, sua grande passione è il nuoto che la aiuta nel suo disagio. Le morti in circostanza strane di alcune sue ex compagne di scuola le fanno percepire attorno a sè un ambiente ostile cui lei non riesce a dare spiegazione , almeno fino a che la memoria inizia flebilmente a tornare alla luce: il suo passato è ben diverso dal presente, ma soprattutto lei stenta a credere di essere stata tutt'altra persona.
Man mano che la verità affiora si materializzano i soliti fantasmi un po' troppo simili alla Sadako di nakatiana memoria , esseri che hanno una strana predilezione per l'acqua (altro rimando al Dark Water di Nakata) e che naturalemnte sono assetati di vendetta.
Il colpo di scena finale, un po' telefonato , ma sicuramente efficace, capovolgerà il senso della storia, lasciando appeso un forte senso di spiazzante ambiguità.
Se il citazionismo un po' troppo esasperato di Kim può lasciare qualche dubbio riguardo la originalità della storia è anche vero che il film offre qualcosa in più: il processo di riappropriazione della propria memoria va di pari passo con un profondo disagio della protagonista, molto restia, incredula nel ricordare e riconoscere sè stessa, scatenando non pochi sensi di colpa e l'immancabile rimorso ( e ne dovrebbe avere molto), dando alla storia un robusto grado di sofferenza e di autentica tristezza. E' senz'altro l'aspetto più valido del film che per il resto è costruito con una sapiente regia, anche tecnicamente valida ed interpretato da un nugolo di giovani attrici molto a loro agio nel ruolo di teen ager.
Ancora una volta viene da domandarsi: è giusto ed eticamente valido portare in superficie quello che ci cova nel profondo? E' morale dare vita ai fantasmi della nostra anima? In questo il cinema coreano, ed orientale in genere, ci viene in grosso aiuto, mostrandoci , anche con vigore, quali possono essere le conseguenze.

sabato 24 ottobre 2009

Antichrist ( Lars Von Trier , 2009 )


Giudizio: 3.5/10
Peni, clitoridi mozzati e irritazione profonda

La storia in breve: lui e lei a fare l'amore in bagno e il figlioletto che elude tutti gli ostacoli e muore cadendo dalla finestra mentre affascinato guarda la neve che cade.
Le sequele saranno devastanti soprattutto per lei e lui (idea geniale) da buon psicoterapeuta decide di curarla.
Il commento non sarà altrettanto breve perchè l'alternativa sarebbe l'oblio e il silenzio assoluto , tanto questo film indispone e irrita o, quando va bene, annoia.
Von Trier ha dato al cinema ottimi lavori (su tutti Le Onde del destino), ha avuto l'indubbio merito di smuovere le acque stagnanti con il Dogma con risultati anche eccellenti, arriviamo perfino a riconoscere la sua grande forza dissacrante quando afferma di essere il più grande regista del mondo, ma la visione di questo film porta a chiederci quasi increduli se tutto ciò abbia un senso, di qualsiasi tipo. Se come dice il regista , il girare questo film è stato un tentativo terapeutico per curare la sua depressione , e se ciò a portato a un buon risultato, ne siamo sinceramente contenti per lui; ma se con ciò intende renderci una schiera di morbosi guardoni che scrutano le sua alterate percezioni delle dinamiche umane, beh, allora no, se lo scordi.
L'infarcire il film di peni che penetrano la vagina, peni eretti masturbati furiosamente fino ad una eiaculazione sanguinolenta, clitoridi mozzati, masturbazioni tra foglie marce e fango sembra soltanto l'ultima spiaggia della provocazione , fatta solo per tenere fede al ruolo di dissacratore cosmico che il regista si è autoassegnato; se invece il tutto è ideato con la finalità di colpire, sarebbe il caso di fa sapere al buon Lars che sono altre le scene e i momenti che al cinema colpiscono e lasciano il segno, quello vero che rimane dentro.
Il film per la prima parte rimane faticosamente in piedi mostrandoci l'arduo quanto scellarato tentativo del marito di psicanalizzare la moglie, seppure in un eccesso di inutile verbosità fatto di giochini psicanalitici da quattro soldi; ma quando i due si trasferiscono nella casetta immersa nel bosco di Eden (ma guarda un po' che caso...) inizia la catastrofe completa, in tutti i sensi: ancora giochini scemi, sesso forzato con l'impronta del raptus , abbondanza di culi e mutande (quando va bene), animali parlanti, scoppi di violenza , disegnini da psicanalisti di quart'ordine, dissertazioni pseudofilosofiche sulla Natura quintessenza di Satana e su streghe, diavolesse e misoginia a gogo fino al tragico(quasi comico) finale.
Tutto ciò può far parte del processo di rimozione del dolore e di superamento della colpa? Può spiegare le dinamiche indubbiamente pericolose e imprevedibili che serpeggiano nella coppia di fronte al dramma?
Cosa volesse dirci il regista non è chiaro, o forse lo è fin troppo; di sicuro il film lascia un senso di profondissima irritazione per il tempo sprecato male nonostante la bellissima aria di Haendel che apre (unico momento decente) e chiude la pellicola.

Spider Forest ( Song Il-gon , 2004 )


Giudizio: 7/10
Dolore e subconscio

Kang Min è un produttore televisivo che in circostanze misteriose viene trovato moribondo lungo una strada; rimarrà in coma per 2 settimane e al suo risveglio rivelerà il luogo in cui ha visto due cadaveri prima di subire l'incidente; il detective amico si recherà sul posto indicato e troverà precisamente ciò che il ferito aveva riferito: i cadaveri del capo di Min e quello della sua fidanzata massacrati a colpi di coltello.
Man mano che la memoria torna, affiorano ricordi e circostanze e noi spettatori inizamo a conoscere il personaggio, profondamente colpito nella vita dalla morte della giovane moglie e riemerso solo di recente a vita normale, nonostante l'emicrania che lo tormenta.
Tutto il film sarà un viaggio nel subconscio del protagonista e in una realtà che diviene di momento in momento sempre più agghiacciante.
Il finale chiuderà il cerchio e annoderà tutti i fili di una coscienza e di un corpo straziati.
Definire thriller o horror questo film è oltremodo errato, semmai posssiamo parlare di thriller psicologico condito con un pizzico di immancabile ghost story, in cui i fantasmi altro non sono che spiriti erranti nella Spider Forest, materializzazione dell'inconscio.
Tutta la pellicola vive di sprazzi chiaramente lynchiani frammisti a visioni, sogni , incubi e suggestioni, incastonati in un continuo rimaneggiamento temporale che al primo impatto può anche confondere, ma che a film terminato risulta essere di grande suggestione e fascino , oltre che assolutamente coerente.
Il subconscio, quindi, come sede di ciò che è stato fatto e rimosso o non accettato, sede del dolore che pervade in maniera netta il film, ed è un dolore non solo della psiche, ma anche del corpo; non manca il ricorso al linguaggio dei simboli e dei segni che danno una complessità alla storia che senz'altro può risultare indigesta. Non è film da grandi platee, è bensì un lavoro che necessita di meditazione ed attenzione che , sia chiaro, non sono assolutamente sinonimo di noia; il regista da parte sua dimostra grande capacità a non disperdere i mille rivoli nei quali, da un certo punto in poi, sembra dipanarsi la storia, e lo fa con grande eleganza.
Il doloroso delirio del protagonista aggrega tutti gli eventi concatenandoli e restituendoceli ricchi di una visionarietà che sa colpire con effetto, avendo come risultato un film bello , in cui regna sovrano il dolore, quello vero, profondo che morde le carni e non lascia la presa.

giovedì 22 ottobre 2009

Muoi ( Kim Tae-kyung , 2007 )


Giudizio: 6/10
Leggende e maledizioni

Come sappiamo, il cinema orientale attinge a piene mani alle tradizioni popolari e alle leggende per usarle come ispirazione per i numerosi thriller che da anni ormai sforna a ritmo industriale.
Alla carrellata si aggiunge la leggenda di Muoi, giovane donna amata da un pittore e morta atrocemente dopo che la fidanzata tradita scopre la tresca.
A questa leggenda e alla maledizione ad essa legata si interessa la scrittrice Yon-hee, in crisi di ispirazione dopo il successo ottenuto con un libro scandalistico, recandosi in Vietnam dove è conservato un ritratto della fanciulla che è intimamente legato alla leggenda. Qui le farà da guida la sua amica Seo-yon, che ha lasciato la Corea e che è una delle discusse protagoniste del romanzo della scrittrice.
Il film prenderà la piega tipica delle ghost story, con un finale che stravolge le certezze acquisite e che offre una sorprendente circolarità a tutto il racconto.
Non brilla certo di originalità il soggetto, con richiami chiarissimi a certa letteratura che vede il "ritratto maledetto" al centro delle vicende, così come molti sono i punti di contatto con la filmografia di genere coreana , però il film ha una sua identità precisa , scavando nel doloroso e pregno mondo delle colpe, dei torti subiti, della vendetta e del rancore, tratteggiando soprattutto il tormentato rapporto tra le due protagonista non immune da certi ammiccamenti omosessuali , vero asse portante della storia, al punto che in certi momenti il film vira verso il melodramma, abbandonando i forse troppo abusati scricchiolii di porte, respiri ansimanti, apparizioni orrorifiche, sogni agghiaccianti e urletti vari.
Il vero punto di forza del film sta in una regia molto curata, elegante a tratti addirittura raffinata con ambientazioni ben studiate , che evita il ridondante che strizza l'occhio, con colori ben dosati , riprese azzeccatissime e una fotografia molto bella. Un film insomma che si lascia vedere piacevolmente e che aggiunge il suo contributo senz'altro valido alla cinematografia coreana di genere. Vero che la tensione e la suspance sono spesso più costruite che reali, ma lo studio psicologico delle protagoniste unito alla vivisezione del loro rapporto complesso danno comunque al film un tocco di inquietudine.

Elephant ( Gus Van Sant , 2003 )


Giudizio: 7/10
Il dramma della banalità

Gus Van Sant porta sullo schermo una follia tipicamente americana: rifacendosi alla strage avvenuta a Columbine, in cui due liceali armati di tutto punto seminarono panico e morti ; ci racconta le ore che precedettero la carneficina con il suo personale modo di vedere le cose. Non è un film di cronaca e neppure di denuncia, è semplicemente un film sul vuoto assoluto di una generazione, sulla totale assenza di alcuna "morale" che spinge i comportamenti , si badi bene, non solo negli autori del folle gesto , ma anche in coloro che ne sono rimasti vittime. Vediamo gli alunni muoversi nella scuola come avviene tutti i giorni, li vediamo seguiti, braccati, spesso ripresi di spalle, svolgere le normali attività scolastiche, ascoltiamo i loro discorsi assolutamenti vacui, li vediamo mangiare e muoversi lungo interminabili corridoi, di qualcuno intuiamo i problemi personali legati alla famiglia: tutto ciò avviene con una, a tratti noiosa e prolissa, lentezza che se vuole rendere il senso del vuoto ci riesce benissimo e con un incrocio di prospettive e punti di vista che invece è uno dei punti forti della storia. Su tutto domina un senso di quotidianietà e di banalità: nei gesti dei due kamikaze assassini , nel figlio costretto ad occuparsi del padre ubriaco già di mattina, nelle teen agers che, ossessionate da dieta e linea, prima mangiano e poi si procurano il vomito.
Non traspare alcun giudizio da parte del regista, c'è solo una didattica descrizione, certamente ben fatta, degli eventi, nudi e crudi e quello che rimane in chi guarda è un indubbio senso di angoscia e disagio, conseguenza di un mondo che pare non abbia più nulla da dire.

mercoledì 21 ottobre 2009

Mother ( Bong Joon-ho , 2009 )


Giudizio: 9.5/10
Ancora un capolavoro

Ritorna sui suoi passi Bong , facendoci respirare nuovamente ambientazioni e suggestioni da "Memories of murder" e non solo perchè piazza la sua storia in una Corea provinciale, lontana
dalla scintillante Seoul o perchè anche qui sprizza un certo astio nei confronti della polizia inefficiente, ma soprattutto perchè il clima che si respira all'interno del film è il medesimo del capolavoro che ha reso Bong famoso e giustamente osannato come uno tra le colonne portanti del nuovo cinema coreano.
Anche stavolta possiamo definirlo un thriller dal punto di vista strutturale stretto, di fatto è un'opera piena zeppa di situazioni da tragedia greca.
Do-Joon è un giovanotto ritardato che vive con la mamma premurosa e protettiva, il loro rapporto è di quelli che farebbero la felicità di schiere di strizzacervelli, lo intuiamo subito e ne abbiamo drammatica conferma nel procedere. Quando il giovane viene accusato e incarcerato per l'omicidio di una giovane, in totale assenza di prove reali, la mamma (che non sapremo mai come si chiama, ma c'è una ragione) si improvvisa detective con l'aiuto di un amico scapestrato del figlio di cui lei , prima d'ora aveva scarsissima fiducia.
Con una serie di eventi che si rincorrono, piccoli indizi scovati con tecniche investigative non certo da RIS, capovolgimenti di situazioni chiare, improvvisamente divenute confuse, arriverà (forse ) alla verità e allo scagionamento del figlio, grazie anche all'immancabile incapacità della polizia: tutto ciò però avrà un prezzo altissimo.
Anche qui Bong sparge dapprima certezze, quindi dubbi e conclude con enorme tristezza e amarezza in un finale splendido, dopo avere, con lucidità e durezza, descritto un rapporto madre-figlio pieno di problematiche, tenuto insieme dall'amore, dalla rabbia , da segreti e dalla fusione dei destini personali. L'immagine della donna, privata addirittura del nome nel film, è l'archetipo della Madre intesa dal punto di vista biologico, spirituale, sacrificale, colei che saprà intraprendere qualsiasi strada pur di proteggere il figlio (drammaticamente stupenda la scena in cui lei, che ormai sa la verità, va ad incontrare il poveraccio che ha preso il posto del filgio come accusato del delitto). Poche volte sullo schermo abbiamo assistito a figure così epicamente belle e indimenticabili nell'interpretazione del ruolo di madre.
Anche stavolta il finale è amaro, nero come il carbone, impregnato di rimpianto e di sfiducia.
La bravura tecnica di Bong fa il resto: un film che tratta un tema così tragico e coinvolgente è svolto con una classe e una incisività che rimangono a lungo stampate negli occhi, tutto presentato con una semplicità disarmante che , sempre, risulta essere la vera arma in più dei fuoriclasse.
Ci illudiamo di sperare che nessuno osi privarci nuovamente di potere assistere nelle nostre sale ad un film così bello e tosto, sarebbe un peccato mortale.

martedì 20 ottobre 2009

Angel-A ( Luc Besson , 2005 )


Giudizio: 6/10
Parigi spettacolosa, favola moderna

Quale fosse l'intento di Besson nel girare questo film forse non lo sapremo mai, ma sicuramente quello che emerge più prepotentemente è un 'omaggio pieno di amore per la sua città; una Parigi come non l'abbiamo mai vista, in un bianco e nero che rimanda ai film anni trenta francesi e che mescola lo stile perfetto , ma mai asettico, delle pubblicità ricercate; una città esposta nel suo splendore , in ogni fotogramma e che , alla fine dei conti è il pregio più grande di questo lavoro del cineasta francese; d'altronde non poteva essere altrimenti come ci insegna la storia del cinema da Woody Allen a Wim Wenders:dipingere la propria città è anzitutto un gesto di amore sconfinato e se le mani che lo fanno sono quelle sapienti di Luc Besson il risultato non può che essere grandioso.
La storia, calata nella Ville Lumiere, tratta di un maghrebino, pasticcione, imbroglione e casinista che non sa più come fare per venir fuori dai numerosi imbrogli in cui si è cacciato; quando decide di farla finita gettandosi dal ponte si ritroverà accanto una biondona intenzionata a fare altrettanto; finirà col salvare lei dalle acque della Senna e lei essendole debitrice, si metterà a sua completa disposizione, tirandolo fuori da molti inghippi.
Scopriremo che la biondona-coscelunghe è in realtà un angelo mandato per soccorere Andrè, pasticcione sì ma di buon animo.
Assisteremo alle pene d'amore del maghrebino che, pur avendo scoperto la verità , si innamora dell'etera creatura e anche quelle di quest'ultima che non riesce più a capire quale sia il suo vero ruolo nel mondo, al punto di mostrarci un angelo disperato e piangente
Il finale sarà ottimista e sistemerà i dolori di entrambi.
Il tema , diciamo la verità, è abbastanza scontato ed alcuni dialoghi ancor di più, però il film è ricco di una leggerezza e di uno slancio positivista che rendono merito al regista.
La morale, tipica delle favole, ci insegna a credere in se stessi con forza e passione, portando alla luce il buono che c'è in ognuno: concetto molto francese ed esposto con chiarezza da Besson.
Bravi i due protagonisti : Jamel Debbouze , molto noto in patria come attore brillante e la stangona bionda Rie Rasmussen (in)credibilissima nel suo miniabitino nero molto poco angelico.

lunedì 19 ottobre 2009

Bastardi senza gloria ( Quentin Tarantino , 2009 )


Giudizio: 7.5/10
Il Cinema secondo MastroTarantino

Stavolta MastroTarantino l'ha fatta veramente grossa: ha preso a schiaffi la Storia ed i suoi orrori, ha rivisitato e interpretato generi e culti cinematografici e soprattutto ha fatto gridare al filmone tutti, anche i suoi più acerrimi detrattori.
Quest'ultimo evento, in effetti, sconcerta un po', perchè quando il critico cronicamente acrimonioso si schiera con entusiasmo dalla tua parte, qualche conto non torna. E il conto che non torna è un film che è inequivocabilmente tarantiniano per i primi due motivi esposti; visivamente però un po' troppo distante dalle opere precedenti e meno penetrante.
La dissacrazione presente in questo lavoro è sconfinata: la storia si riscrive, i cattivi stanno dappertutto, le tragedie globali si possono raccontare anche con ironia (nera), ma è dissacrazione fatte con arte , condita di cattiveria e di violenza, di Cinema e di citazioni cinefile a iosa.
E quale miglior luogo per riscrivere la storia se non il cinema, dove i cattivi possono essere comunque sconfitti e presi a mitragliate in faccia e dove il luogo della magia e del sogno cinefilo può diventare la tomba di fuoco dei nazisti deturpatori del mondo?
L'omaggio al Cinema di Tarantino è come sempre strabiliante: come un artigiano che fruga nei cesti e rielabora tutto quello che trova per creare qualcosa di nuovo e di sorprendente, MastroQuentin incamera e forgia dalla sua fucina qualcosa che è insieme una opera omnia cinematografica e personale visione del mondo.
I Bastardi del titolo sono i soliti brutti e sporchi disposti a mettere sul piatto della battaglia tutto pur di far capire ai nazisti che c'è qualcuno che sa essere più cattivo di loro, che marchiano in fronte i nemici, che si prendono lo scalpo come i Navajo, che fracassano i loro crani a colpi di mazza da baseball. Superfluo dire che alcune delle situazioni in cui li vediamo in azione sono da antologia (vedi la lunga scena nella taverna) così come i dialoghi, ma qui è la solita immensa bravura di Tarantino nel fare della parola un'arma micidiale capace di trasformare in western una scena con svastiche e mitra.
Tutti i personaggi hanno una faccia credibile e indelebile: dal Pitt capobanda dei bastardi (grandioso nella scena in cui si finge siciliano con tanto di mascella alla Padrino) a uno splendido Christoph Waltz (giustamente omaggiato a Cannes) ufficiale nazista cacciatore di ebrei, grondante ironia e glacialità, da Diane Kruger, star di regime così tanto Marlene, ispiratrice di un ardito attentato ad Hitler ad Eli Roth , stralunato bastardo fracassatore di crani.
Tutto torna insomma, peccato solo che usciti dal cinema si vorrebbe di corsa tornare a casa e mettere nel lettore dvd Kill Bill.

I'm a cyborg but that's ok ( Park Chan-wook , 2006 )


Giudizio: 7.5/10
Commedia poetica

Con uno strabiliante salto mortale carpiato ad altissima difficoltà, il grande Park abbandona la vendetta e il suo cinema duro per gettarsi anima e corpo in una commedia in cui si fondono surreale, poesia e profonda umanità; lo fa però a modo suo, con un lavoro quasi sperimentale, che a dire il vero in alcuni tratti rivela anche qualche pecca e una verbosità che non è propria del regista, e con una tecnica scintillante e policromaticamente abbagliante.
La storia narra di una adolescente rinchiusa in un manicomio (che nulla ha a che vedere con quello di "Qualcuno volò sul nido del cuculo") in quanto convinta di essere un cyborg con tanto di circuiti e fili: qui vedremo una pittoresca carrellata di personaggi che abitano l'istituto, tutti, ovviamente con comportamenti che denotano il loro disagio psichico. La nostra cyborg è convinta che non deve mangiare altrimenti si rovinano i ciruiti, parla solo con la macchinetta che distribuisce le bevande e con una radio costruita artigianalmente; unica persona che le starà vicino fino ad divenirne amica è un ladruncolo che asserisce di saper rubare qualcosa dall'animo delle persone , che si lava sempre i denti e che teme di scomparire dal mondo. Tra i due sboccerà, nonostante l'animo cyborg ed asettico della ragazza, anche un tenero affetto. Un finale un po' confuso forse e sicuramente ottimista metterà il punto ad una storia che Park è bravissimo a mantenere su binari di leggerezza con spunti poetici noetvoli, in cui descrive con la consueta grazia e sensibilità l'universo della diversità , della fantasia (forse) malata, la leggerezza dello spirito libero, la visione del mondo e dei sentimenti non unipolare. Si concede solo un paio di scene (immaginate tra l'altro) che hanno la sua impronta indelebile che sono lo sfogo fantastico della ragazza decisa ad uccidere tutti i medici e gli infermieri del manicomio usando armi micidiali che spuntano dai polpastrelli delle dita; è solo una licenza poetica in un contesto etereo, delicato che un Maestro come Park può tranquillamente concedersi.

sabato 17 ottobre 2009

Sukiyaki western Django ( Takashi Miike , 2007 )


Giudizio: 8.5/10
Il mito degli spaghetti western

Cosa può uscire fuori quando un regista come Miike, sotto l'egida, nonchè attiva partecipazione come attore, di MastroTarantino, mette in cantiere un western dichiaratamente omaggio , sin dal titolo, allo "spaghetti western"? Semplicemente un film imperdibile, geniale e naturalmente splendido.
Ciò che più emoziona in questo film , e di emozione pura si tratta, è la totale dichiarazione d'amore che fanno il regista e il suo degno compare ad un genere, a dei registi e attori che questo genere hanno creato; ecco perchè parlo di emozione pura, quasi commozione di fronte ad un lavoro simile.
L'operazione è una sorta di funambolico salto mortale perchè si citano e si omaggiano Leone, Corbucci, lo spaghetti western che a loro volta omaggiavano nei loro film Kurosawa e i Samurai, ritornando quindi al Giappone terra del regista.
La storia narra le vicende seguite alla Battaglia di Dannoura avvenuta nel 12° secolo al culmine di una lotta tra fazioni avversarie, spostata in epoca più recente molto più vicina a noi, seppure imprecisata. Si fronteggiano due clan rivali gli Heike (bianchi) e i Genji (rossi) che si contenderanno i servigi di un misterioso quanto infallibile pistolero giunto nel villaggio, cui una alcolizzata di nome Ruriko, che vive col nipote rimasto solo e menomato nella favella dopo aver visto l'uccisione del genitore, racconterà le nefandezze che questa guerra porta, non ultima l'uccisione del figlio , reo di avere sposato una donna della fazione rivale.
La storia sarà un susseguirsi di personaggi ed eventi ad un ritmo strabiliante: capi clan sanguinari e rozzi che leggono Shakespeare contrapposti a capiclan raffinati , che usano la katana di fronte alle pistole, sparatorie e scontri sanguinosi, rose bianche e rosse che si uniscono a creare un ibrido, sceriffi schizofrenici, sangue che zampilla e ovviamente un tesoro favoloso conteso. Tutto ciò condito da una miriade di citazioni che vanno da Django di Corbucci (la mitragliatrice nella bara) ai film di Sergio Leone elaborate con la spettacolarità tipica di Miike , con l'umorismo e la tecnica fummettistica da manga che tanto piace a Tarantino e con l'immancabile duello finale sotto la neve che si macchierà di sangue.
L'inizio del film ci presenta un Tarantino pistolero infallibile di nome Piringo che in un contesto da fumetto ci narra in uno spettacoloso inglese giapponesizzato gli eventi che fanno da prologo alla storia, e risulta sicuramente uno dei momenti più stupefacenti; la fine , leggendo i titoli di coda, ci lascia un film che si vuole quasi autoeleggere a prequel di Django.
La tecnica sopraffina di Miike rende la pellicola godibilissima, con momenti di altissima classe ( il fake trailer con cui scopriremo che Ruriko altri non è che la famigerata Bloody Benten, pistolera implacabile), con riprese spettacolari e ben riuscite.
Il messaggio finale sta in una post moderna rilettura del "fate l'amore, non fate la guerra" , in una condanna delle contrapposizioni estreme visualizzata nelle rose bianche unite a quelle rosse che generano una rosa con i petali di entrambi i colori.
Un film da vedere assolutamente che ci lascia il cuore e gli occhi gonfi di emozione e di gratitudine per questa strana( ma non tanto) coppia di registi capace di rendere un omaggio così grandioso ad un genere che è stato il mito della nostra giovinezza (e non solo).

Fino a prova contraria ( Clint Eastwood , 1999 )


Giudizio: 7.5/10
Pena di morte e coscienza

Dopo la curiosa divagazione di "Mezzanotte nel giardino del bene e del male" , il vecchio Clint torna a trattare i temi a lui più congeniali con questo film che spazza via definitivamente le malelingue che non perdono mai occasione per accusarlo di reazionarietà.
L'eroe questa volta è un vecchio giornalista dell'Oakland Tribune, un tempo punta di diamante dell'editoria newyorkese, che si occupa di casi criminali tra bevute, donne (dei colleghi) e inevitabili problemi coniugali.
Quando il fato gli metterà di fronte il caso di un uomo di colore che sta per essere giustiziato per l'omicidio di una cassiera, il suo fiuto da cronista lo porterà ad eludere il compito assegnatogli di scrivere un pezzo "umano" sul morituro per cercare di riaprire il caso in una disperata corsa contro il tempo.
Il film è chiaramente una dichiarazione di contrarietà alla pena di morte , calata in un contesto di chiara critica alla giustizia e all'ambiente razzista, non quello ostentato e becero, ma quello strisciante dei benpensanti tipico di una certa America bianca e piccolo borghese. Il personaggio di Steve Everett monopolizza la storia creando un mix di coscienza civile e di problemi privati, di vizi e diossolutezze; il solito personaggio alla Clint insomma, di quelli segnati dalla vita ma che tirano fuori dall'angolo più lontano dell'anima una forza positiva e di riscatto.
Non possiamo definirlo un thriller e neppure un grande film , ma sicuramente ha il pregio di affrontare temi così difficili con la semplicità e la sincerità che sono proprie del regista il cui scopo è quello di inoculare almeno il dubbio nei fautori della pena capitale.
E ovviamente il film vive sulla performance di Clint Eastwood che sa trasmettere, anche da attore, la forza della ragione e della coscienza che scolpisce il suo volto da totem. Ottima spalla James Wood nel ruolo del direttore del giornale, autore insieme al protagonista di duetti dialetticamente efficacissimi e, perchè no, anche divertenti.

giovedì 15 ottobre 2009

The quiet family ( Kim Ji-woon , 1998 )


Giudizio: 8/10
Commedia nerissima

Opera prima del regista coreano Kim Ji-woon, affermatosi poi grazie ad altre pellicole di notevole spessore, questo film mostra già sul nascere il talento del cineasta , la sua profonda conoscenza del Cinema a 360° e la sua versatilità che lo porterà in seguito a cimentarsi con ottimi risultati in svariati generi.
La famiglia del titolo, composta da genitori, 3 figli e uno zio, acquista uno chalet in montagna per adibirlo a locanda e già dall'approccio con i pochi escursionisti che passano senza fermarsi, capiamo che oltre che quieta la famigliola è pure strana parecchio, con la madre che lancia apocalittici anatemi ai mancati avventori; quando poi assistiamo alla bizzarra comparsa di una vecchia che predice sventure e sangue, capiamo che qualcosa di grottesco e di inaspettato avverrà.
Infatti la locanda sembra essere stata eletta ad ultimo alloggio prima del trapasso mediante suicidio da chiunque vi si trovi a passare, motivo per cui l'occupazione maggiore della famigliola diverrà quella di scavare fosse per occultare i cadaveri, timorosi che la loro scoperta possa essere di nocumento per il buon nome della locanda. Gli eventi si accavaleranno, i fatti strani anche e le morti cresceranno, anche con l'ausilio più o meno voluto dei gestori dell'albergo.
Commedia nerissima , in perfetto stile fratelli Coen, ben costruita, sempre oscillante tra il grottesco, il dissacrante e l'ironico con momenti di assoluto esilarante umorismo nero, dotata di brio e ritmo, tra badilate e misunderstanding , fosse scavate e cadaveri dissotterrati diretta con bravura da Kim, molto efficace nel descrivere le piccole gelosie, le tensioni e la solidarietà familiare sempre però intrisa di una certa ipocrisia: in tal senso molto significativo l'ultimo fotogramma con la famiglia riunita che invita al silenzio con il classico dito sulla bocca.
L'impresa di recuperare questa opera prima di uno dei più fulgidi talenti cinematografici coreani è valsa assolutamente la pena: peccato solo che per la stragrande maggioranza del pubblico questo titolo passerà colpevolmente inosservato.

mercoledì 14 ottobre 2009

The good, the bad , the weird ( Kim Ji-woon , 2008 )


Giudizio: 8/10
Grande omaggio a Sergio Leone

Viene dal regista coreano Kim Ji-woon uno dei più grandi tributi all'arte cinematografica di Sergio Leone, grazie a questo bellissimo film, presentato al Far East Film Festival di Udine nel ventennale della morte del grande Maestro.
Il regista ,oltre che con sentitissime parole, dimostra di conoscere a menadito l'opera di Leone, nobilitando il film con una serie di citazioni sempre azzeccate, creando un clima da autentica suggestione in chi guarda, al punto che ti aspetti da un momento all'altro di vedere spuntare Clint Easwood o Lee Van Cliff.
La storia è semplice ,lineare: tutti rincorrono una certa mappa che dovrebbe svelare un segreto cui bramano in molti; siamo negli anni 30 in Manciuria, il Giappone spadroneggia su tutto l'estremo oriente, gli eserciti di liberazione , più o meno credibili, pullulano, ma soprattutto imperversano gang di banditi in vendita per lavori sporchi al migliore offerente ed ecco allora che questa mappa fa gola a tutti, giapponesi compresi che sperano di potere continuare a finanziare le loro mire espansionistiche grazie al fantomatico tesoro indicato nella cartina.
Vediamo allora uno strano e stravagante bandito solitario (lo scemo) che entra in possesso della preziosa carta senza accorgersene, sulle sue tracce si lanciano il cattivo, killer ferocissimo e prezzolato e il buono cacciatore di taglie anche egli profumatamente pagato da altri committenti.
La storia prosegue tra inseguimenti a cavallo, sparatorie, agguati in villaggi spettrali, efferatezze (di classe) varie e raggiunge il climax in una fantastica scena di circa 20 minuti in cui tutti inseguono lo scemo diretto al luogo segnato sulla mappa e tutti uccidono tutti , in un paesaggio desertico splendido con riprese a volo d'uccello e moltitudini di stunt man. Non mancherà certo il triello conclusivo summa finale delle citazioni che porterà i tre alla resa dei conti.
Il risultato è uno di quei film che incantano, che finiscono e credi sia passata solo mezzora (invece ne son passate oltre 2 di ore), un film che sprizza cultura cinematografica da ogni poro (ulteriore dimostrazione per Kim, dopo il melvilliano "A bittersweet life"), che mostra iperboli tarantiniane sferzanti e che rende un omaggio commovente e appassionato ad un Maestro e a un genere, comi pochissimi hanno saputo fare; infine conferma in maniera ormai incontestabile la eccelsa tecnica cinematografica del regista, tra funambolismi e riprese attente e dettagliate, che danno al film un ritmo frenetico e incalzante che entusiasma.
Citazione d'obbligo per i tre eccellenti protagonisti : uno splendido Song Kang-ho ( lo scemo) si conferma attore la cui fama giustamente ormai travalica i confini dell'oriente; Lee Byung-heon dismette i panni deloniani in cui lo avevamo visto in Bittersweet life e da il volto truce e intenso del cattivo producendo un risultato credibilissimo; ed infine Jung Woo-sung , grande personaggio poliedrico in patria, da la sua faccia al buono, con ombrosità ed enigmaticità, proprio come sarebbe piaciuto a Sergio Leone.

Il silenzio sul mare ( Takeshi Kitano , 1991 )


Giudizio: 7.5/10
Rivisitazioni cinematografiche / 2
Il mare di Kitano

Terzo lungometraggio del Maestro giapponese il primo che esula in maniera netta da quelle che saranno le tematiche trattate nella maggior parte dei suoi lavori : non ci sono yakuza, nè pistole, ne sangue, c'è solo il mare, cui il film vuole decretare una sorta di elegia, elemento che sarà sempre presente nelle opere successive; non esiste inquadratura in cui non si veda il mare e per cantarne l'attrazione e l'amore che il regista prova per lui , ci narra la storia di un sordomuto stancamente impiegato come netturbino che trova uno slancio irrefrenabile quando tra l'immondizia trova una tavola da surf rotta: sarà amore a prima vista, da allora tutta la sua esistenza sarà votata ad imparare a cavalcare le onde. Lui e la sua ragazza, sordomuta come lui, che lo osserva dalla riva. Sono i volti e gli occhi dei due a raccontarci del loro tenero amore e ci riescono meglio di mille parole.
Kitano ci offre l'immagine del mare come elemento ristoratore, salvifico, inizio e fine di tutto, con inquadrature secche , nude, immobili, forse a volte un po' troppo ripetitive , ma che alla fine del film lasciano comunque qualcosa di delicato e di profondo.
Solo le onde e le cavalcate dei surfisti danno movimento alla pellicola, per il resto statica sui protagonisti e sui loro piccoli e intimi gesti.
Rivisto bene questo film, capiremo meglio il senso profondo delle spiagge di Okinawa in Sonatine o le spiagge deserte e sferzate dal vento di Hana-bi.

martedì 13 ottobre 2009

Gran Torino ( Clint Eastwood , 2008 )


Giudizio: 8/10
Un Clint che commuove

Walt Kowalski, tra tutti i personaggi creati e/o interpretati dal grande Clint, è senz'altro quello più umano, più fragile e assolutamente credibile e , di conseguenza, quello che più attrae e crea simpatia. Il suo modo di essere , così misantropo, arrabbiato, razzista , gretto si tramuta durante il film quasi in uno spot pubblicitario sull'integrazione e sulla tolleranza.
Kowalski è un uomo profondamente segnato: nella coscienza , tirandosi dietro tutto ciò che un reduce dalla Coprea può aver covato dentro e nel corpo, essendo ormai anziano e malato; vive una vita , una volta morta la moglie , fatta di odio verso tutti, figli e nipoti compresi, troppo assimilati ad un una subcultura americana detestabile, solo nella sua casa col suo cane , in un quartiere degradato ormai a ghetto per immigrati (piena di significato la bandiera americana che tiene appesa nel portico della casa) e che conserva gelosamente una Ford Gran Torino del 1972, su cui lui, come operaio metalmeccanico , ha montato lo sterzo , come dice con orgoglio. Il suo odio maggiore è per la famiglia di asiatici che vive nella casa accanto, troppo numerosi e chiassosi , incuranti del giardino che va in malora. Si può quindi immaginare la sua reazione nello scoprire il ragazzotto asiatico vicino di casa che nottetempo cerca di rubargli la preziosa auto, atto di iniziazione impostogli da una gang di cinesi, salvo poi divenire una sorta di eroe quando lo stesso ragazzotto prima e la sorella poi vengono da Kowalski salvati dalle vessazioni e dalla violenza delle gang.
Da quel momento , passo dopo passo, scoprirà come i suoi pregiudizi siano sbagliati e come ci si possa sentire stimati di più da persone estranee ma con animo nobile piuttosto che dai propri figli. Sarà un percorso che suona come insegnamento pedagogico : l'integrazione razziale si costruisce giorno dopo giorno e non sbandierando idee tolleranti soltanto.
Il giovane aspirante ladruncolo diverrà un protetto di Kowalski, lo inizierà alla vita, prima con metodi rudi poi con complicità e saggezza (eccezionale in tal senso la scena del barbiere).
In un finale lungo sarà cura del protagonista mettere ogni cosa al suo posto: la confessione dal prete (ultimo desiderio dalla moglie), la Gran Torino, il cane , la banda di teppisti e , soprattutto, la sua coscienza; sarà un finale votato al sacrificio e alla salvezza.
Dopo tanti film Clint Easwood riesce ancora a sorprendere con un lavoro bellissimo, probabilmente tra i migliori, ricco di spunti interessanti trattati con la solita acutezza e bravura: si sente nell'aria una grande nostalgia per una America che non c'è più , che potrebbe essere migliore se solo certe barriere cadessero e se si tornasse a porre l'individuo al centro del cosmo.
Quello che per qualcuno è semplicemente lo spirito reazionario del regista che viene a galla , è invece una grande forza morale e propositiva, messa sullo schermo con commovente semplicità e passione.
Il volto di Clint fa tutto il resto: credo esistano pochi attori in grado di valorizzare anche una ruga piccolissima del loro volto come sa fare lui e vederlo invecchiare dignitosamente ma inesorabilmente ad ogni lavoro ce lo rende ormai più simile ad una magnifica icona, soprattutto quando dopo tanti anni riesce con quel suo ghigno con cui fronteggia i teppisti asiatici a farci tornare in mente il Clint prima maniera, pistola in mano e sigaro di traverso in bocca.

domenica 11 ottobre 2009

Paranoid Park ( Gus Van Sant , 2007 )


Giudizio: 8.5/10
Adolescenza e abbandono

Paranoid Park è il luogo agognato dagli skater di Portland, una sorta di Mecca e insieme battesimo del fuoco, per il quale "non si è mai pronti"; ed è lì che Alex, ragazzino sedicenne, avrà la svolta della sua vita, una svolta che lo segnerà per sempre.
In quella sorta di paese per balocchi girovagano sfaccendati, sballati e skater forsennati: Alex ne è attratto, un po' perchè ha l'età in cui si mitizza tutto e un po' perchè è solo, maledettamente solo, con due genitori separati che il regista non ci mostrerà praticamente mai in faccia. Una bravata tipica di chi ha la forza dell'incoscienza si trasforma in tragedia involontaria a causa di Alex che procura la morte (orribile) di un sorvegliante della stazione dei treni merci.
All'inizio del film troviamo Alex già ad eventi avvenuti che usa matita e carta per esternare il peso che lo opprime, il film si chiude con lo stesso che brucia le sue memorie affidando al fuoco la liberazione della coscienza dalla colpa.
Film di indubbio impatto in cui la condizione adolescenziale è ben descritta, molto asetticamente a dire il vero: e il ritratto che ne esce fuori è amarissimo, cupo, quesi privo di speranza. L'abbandono in cui vive Alex, la totale assenza di una guida proprio quando le difficoltà di quella età la impongono, sono mostrate con rigore , tra evoluzioni sullo skate, discorsi adolescenziali fatti di sesso e bravate e la perennemente amimica faccia del protagonista che esprime un vuoto assoluto e un totale disorientamento. La colpa pesa sulle fragili spalle del giovane e il dover tenere dentro di sè, tra mezze bugie e mezze verità, un simile segreto non fa che accrescere il suo profondo disagio nonostante i suoi tentativi di rielaborazione in chiave giustificazionista.
Van Sant sta perennemente col fiato sul collo del ragazzo, usando tra l'altro anche tecniche semiamatoriali di ripresa, mostra un ambiente in costante degrado che si assimila al degrado delle nuove generazioni, infarcisce la storia con una colonna musicale che spazia dalle felliniane note di Nino Rota al rock ma , soprattutto, non si erge mai a giudice degli eventi, conservando una notevolissima capacità descrittiva pura.
E' un film, in conclusione, che come pochi è capace di descrivere in modo non stereotipato, scevro da inutile trovate manieristiche, la condizione degli adolescenti, suonando nel contempo come allarme per gli adulti che di questi ragazzi dovrebbero essere guida e appoggio e che invece, troppo spesso, vengono meno ai loro compiti.

sabato 10 ottobre 2009

Un tranquillo week end di paura ( John Boorman , 1972 )


Giudizio: 8/10
Rivisitazioni cinematografiche / 1

La visione di questo film di John Boorman dopo tanti anni dalla sua uscita, conferma una volta di più come vada considerato a tutti gli effetti un antesignano di certo cinema thriller: una scia indelebile nella quale sono finite decine di pellicole dei generi più vari, in cui il microcosmo del "gruppo" si scontra con le situazioni ambientali.
Importante e innovativo , all'epoca, anche il messaggio naturalistico: l'uomo "civilizzato" non rispetta la Natura che è selvaggia per definizione e che si ribella ad esso violentemente così come violenti e ostili sono gli abitanti di questa natura.
I quattro amici che si apprestano a trascorrere il week end tra canoe e rapide improvvise e pericolose sono un concentrato della moderna civiltà, molto diversi tra loro ma sempre solidali anche di fronte ai fatti che solitamente portano alla distruzione dei microcosmi.
Il breve periodo di vacanza si trasformerà in un incubo , braccati da nemici invisibili e logorati nella propria coscienza; l'istinto di sopravvivenza avrà (parzialmente ) la meglio, tutto tornerà nei ranghi, tranne un piccolo e profondo tarlo che si materializza nei sogni e ,intuiamo, forse anche nella realtà.
La regia di Boorman è magistrale , con ritmo serrato e tensione palpabile, con riprese molto spettacolari e attori bravi , primo tra tutti John Voight senz'altro più poliedrico del troppo caratterizzato Burt Reynolds.
La fama di questo film è assolutamente meritata, rivederlo è un piacere e essere in grado di trasmettere comunque una certa tensione va ad assoluto merito del regista.

Epitaph ( Jeong Beom-sik , Jeong Sik , 2007 )


Giudizio: 7/10
Ancora fantasmi orientali

L'anziano e solo dottor Park Jung-nam apprende la notizia che l'Anseng Hospital dove ai tempi della occupazione giapponese della Corea (1942) svolgeva tirocinio come giovane medico, sta per essere abbattuto; non potrà fare a meno di effettuare una ultima visita nella struttura abbandonata per poi , a casa, preso dalla nostalgia dei ricordi , sfogliare un vecchio album di fotografie che lo ritraggono nell'ospedale.
Questo è il prologo della storia, per poi rapidamente trovarci proiettati decenni indietro con il dottor Park giovane medico in servizo in quello strano ospedale dove si intrecciano alcune storie fatte di morte, dolore, rimpianto , fantasmi e dissertazione sull'anima.
L'esordio dei fratelli Jeong è senz'altro promettente, pur presentando il film alcune lacune anche abbastanza evidenti, che non tolgono però quel senso di eleganza e di raffinatezza che si respira per tutta la pellicola. Le storie narrate, con momenti anche di supance che hanno fatto cadere qualcuno nell'errore di considerarlo un horror, si intrecciano su vari piani temporali, senza però purtroppo trovare mai una conclusione formale e logica, si rimane un po' intrappolati in uno script che si avviluppa su stesso e che lascia pochi fili da tirare per ricomporre il tutto ordinatamente.
Di contro il film è ottimamente girato, il soggetto, anche se ormai chiaramente abusato, è intrigante, soprattutto nella dicotomia anima-fantasmi, molto bello il lavoro di scena e di fotografia , con uso continuo di colori scuri ma che non opprimono e, infine, ben corredato da una bella colonna sonora che da un senso di melanconia piacevole.
Non mancano i momenti in cui, soprattutto sotto l'aspetto formale, il lavoro assume caratteri veramente notevoli denotando una indiscutibile bravura dei registi, illuminata da sprazzi di genialità che vanno a compensare , come detto, alcune pecche della sceneggiatura e della struttura della storia.
Ancora sprazzi di vitalità quindi dalla Corea, cui, ovviamente, restano ciechi i nostri distributori, in ben altre fesserie affaccendati.

giovedì 8 ottobre 2009

The chaser ( Na Hong-jin , 2008 )


Giudizio: 8.5/10
Mirabile esordio

Segniamoci sul libro bianco il nome di questo regista, perchè se il buon giorno si vede dal mattino, siamo sicuramente di fronte ad un grande talento cinematografico.
Questa opera prima osannata dal pubblico e dalla critica è stata uno dei fenomeni cinematografici del 2008, al punto che la cronicamente stitica America ne ha già messo in cantiere il remake, mentre da noi ovviamente non se ne vede neppure l'ombra.
Jong-ho , ex poliziotto, ora pappone , vede le sue ragazze sparire una alla volta; pensando ad una sorta di tradimento si mette alla ricerca delle lavoranti, avvalendosi anche di qualche aiuto di suoi ex colleghi poliziotti; ben presto si rende conto che le cose non stanno come sospettava e la sua strada si interseca pericolosamente con quella di un psicopatico che lui ritiene essere il sequestratore nonchè assassino delle ragazze. Ad aggravare il tutto c'è la piccola figlia di una delle prostitute che, rimasta sola, non ha altri cui affidarsi se non il protettore della madre. Gli sviluppi delle indagini saranno ritmate da cose a perdfiato in vicoli deserti, botte, agguati e stoltezza e corruzione delle forze di polizia. Il finale, convulso e drammatico, porterà ad una tardiva resa dei conti, con la certezza che non servirà a nulla, tutto ormai è stato scritto.
Con il taglio di un thriller che si rispetti, il film presenta tematiche già esposte nel cinema coreano, come la corruzione e l'inedia della polizia, la vendetta privata, la solitudine nell'affrontare gli eventi, l'ineluttabilità del loro corso; e lo fa con grande forza ed efficacia trascinando lo spettatore in un processo di compassione che è la vera chiave di volta della storia; il pappone cinico e bieco che trasforma in una missione catartica quello che era nato come un problema di affari è il classico esempio di personaggio che pur nella sua abiezione conserva dei valori umani veri.
La bravura di Na è anche nella conoscenza nella tecnica cinematografica, le riprese sono sempre spettacolari e mai sopra le righe , neppure nei momenti in cui la violenza esplode (stupenda in tal senso la scena nel retrobottega col martello brandito dal serial killer), i dettagli sono curati e l'ambientazione è sempre credibile, i momenti di tensione sono ben scanditi e mai fine a se stessi; insomma oltre alla durezza e alla carica emotiva, il film è notevole anche dal punto di vista stilistico, in perfetta linea con la grandissima parte delle opere coreane , soprattutto recenti.
Alla fine rimane la curiosità di rivedere presto all'opera questo regista, che dopo un esordio così notevole, promette di diventare un altro valido esponente del nuovo cinema coreano.

Nightmare detective ( Shinya Tsukamoto , 2006 )


Giudizio: 8/10
Sogno e paura

Keiko (una deliziosa Hitomi star della musica giapponese) è una giovane poliziotta che appena trasferita sul campo si trova a fare i conti con una esecrabile serie di suicidi, tra cui quello di un suo collega; con l'aiuto di uno strano "detective degli incubi" che possiede il potere di penetrare nei sogni (e nelle teste) delle persone cerca di venire a capo dell'enigma, rimanendo ben presto ella stessa invischiata in un incubo angosciante.
A metà strada tra il manga, Wes Craven e David Lynch, questa opera di Tsukamoto conferma lo stato di grazia del regista cui possiamo solo imputare un eccesso di autocitazionismo; per il resto il film è bello, angosciante nella sua complessità, ricco di momenti di suspance dettata dalla apparente assenza di via d'uscita; ma soprattutto ha l'innegabile pregio di trasmettere il vero terrore che il sogno può emanare: chiunque abbia fatto un sogno spaventoso proverà vedendo il film la stessa ansia clustrofobica che si prova al risveglio.
Per stessa ammissione del regista c'è aria di Freud nell'opera e c'è l'ormai eterno riflessivo rimuginare sulla morte e sulle ossessioni che ne derivano, tematica che non abbandona mai i lavoro di Tsukamoto. La morte e il sogno, la liberazione del corpo e dello spirito, due facce della stessa ribellione: con la prima affermazione del proprio Ego in uno slancio estremo di nichilismo, il sogno come contenitore dei torti subiti, degli abusi solo rimossi e non risolti pronti all'eplosione. E' sempre uno Tsukamoto pessimista, tetro come ci ha abituato da tempo, incollato all'individuo solo , estraniato dal mondo che corre troppo in fretta; a poco serve il colore utilizzato nel film , sempre preciso e intonato allo scorrere della storia, un colore molto sbiadito con solo rari momenti di luce piena, ancora intriso di underground e per questo molto simile, di fatto, al bianco e nero bluastro di Snake of June. La genialità tecnica del regista non si discute, il suo pedinare i personaggi, i momenti di tensione montate,gli attimi di splatter violenti sono autentiche gemme filmiche.
Probabilmente Tsukamoto è uscito definitivamente dal suo guscio underground che ci ha deliziato per tanto tempo, ma la mano decisa e ferma rimane la stessa, capace come poche di sapere disegnare i tormenti della solitudine e del dolore: a noi, per ora, non resta altro che goderci le sue opere; io personalmente lo ringrazio per avermi riportato alla mente con questo film cosa significa la paura dopo il sogno.

Green chair ( Park Chul-soo , 2005 )


Giudizio: 5/10
Sesso e verbosità

Pellicola dal percorso tribolato, che una volta tanto è giunta in sala prima in Europa che in Corea , dove , a causa del tema scabroso non ha trovato distribuzione.
Il film inizia nel mezzo della vicenda: una giovane donna trentenne incarcerata per avere avuto rapporti sessuali con un minorenne, viene rilasciata giusto in tempo per cadere nuovamente tra le braccia del ragazzotto. Da questo punto in poi il film ondeggia tra il prima (il colpo di fulmine, la prima volta) e il dopo (gli incontri nell'albergo, la crisi, la ritrovata unione) , tutto condito da scene di sesso abbastanza esplicite , seppur mai volgari. Capiamo subito la vita tormentata della donna incapace di ricevere amore, la sua paura di essere caduta nelle mani del classico playboy alla ricerca di donne mature inquiete, la sua insicurezza sul futuro della relazione che fanno da controaltare ai momenti di felicità, di appagamento (non solo sessuale).
Un finale a dire poco sgangherato lascerà qualche dubbio, dopo averci travolto con una scena infinita quasi comicamente surreale.
Park è partito per fare un film dai connotati forti, molto fisico ed ha finito con l'imbastire una storiella molto poco interessante, fatta di chiacchiere insulse, una sorta di psicanalisi di gruppo della strana coppia. D'altra parte va anche riconosciuto al regista di non essere caduto in morbosità e volgarità fuori luogo, anzi proprio le scene di sesso sono tutto sommato i momenti migliori del film. Manca soprattutto un qualsiasi abbozzo psicologico dei due amanti, neppure quando il sogno diventa parte integrante della storia.
La bravura tecnica del regista e la conturbante presenza della protagonista ( Suh Jung) non bastano a risollevare un film che mostra troppe debolezze.

mercoledì 7 ottobre 2009

The wrestler ( Darren Aronofsky , 2008 )


Giudizio: 7.5/10
Mickey Rourke eroe perdente

Randy "The ram " Robinson è stato sul finire degli anni 80 una stella assoluta del wrestling, i suoi combattimenti riempivano il Madison Square Garden, era ricoperto di gloria e idolatrato; venti anni dopo lo vediamo sbarcare il lunario lavorando ad ore come scaricatore in un supermarket e combattere per pochi spiccioli mettendo in scena incontri patetici: la parabola sembra giunta al suo punto più basso. La fama lo segue ancora e anche qualche affezionato fan , ma la sua vita è una deprimente e spietata corsa verso il baratro cui si aggiunge anche la malattia che lo allontana dai ring e che lascia sul suo corpo l'ennesima cicatrice in mezzo al petto.
Tenterà di dare una svolta abbandonando il wrestling e cercando di riconquistare l'affetto di una figlia abbandonata e quello di una ballerina di lap dance tanto simile a lui, ma ben presto capirà che lui non è in grado di avere una vita "normale" la sua vita è una sola, lì sul ring , tra sangue e botte, pagliacciate spacciate per combattimento e l'urlo della folla che entra nelle orecchie e nelle carni.
Aronofski , pur confezionando un lavoro che è ben lungi dall'essere considerato un capolavoro come da qualche parte si è imprudentemente urlato, ha senz'altro alcuni meriti: ha saputo fare un film che nessun altro poteva interpretare meglio di Rourke, quasi una sua biografia con il risultato di assistere ad una prova grandissima dell'ex bello e maledetto del cinema americano che dona molto corpo e tanta anima in una recitazione a tratti tenera e commovente. Descrive inoltre con molta compassione lo strano backstage del wrestling dove si intuisce regna un grande cameratismo e un solidarietà che è propria di chi sta sull'orlo del baratro; evita soprattutto "americanate" varie che sarebbero potute uscire fuori in ogni momento, descrive una storia umana di sconfitta , di degrado fisico, di emarginazione con grande efficacia e partecipazione: l'eroe quando è sconfitto è pur sempre eroe.
Ha sorpreso molto il Leone d'Oro assegnato a Venezia a questo film, preferito ad altri probabilmente superiori, ma la storia indubbiamente è bella e va ad aggiungere al lungo corteo di perdenti che il Cinema ci ha donato, questo Mickey Rourke che rinasce dalle sue stesse ceneri, segnato nel fisico, ma capace di dare il volto a questo eroe che ispira tanta tenerezza.

martedì 6 ottobre 2009

I lunedì al sole ( Fernando Leon de Aranoa , 2003 )


Giudizio: 8/10
La strenua difesa della dignità

Primi anni del nuovo millenio, Galiza, la crisi dei cantieri navali esito di una globalizzazione sempre più pressante, lascia senza lavoro una gran quantità di persone non più giovanissime; tra questi un gruppo di amici che si ritrova ogni giorno in un bar gestito da uno dei licenziati che ha avuto più fortuna (o intuito).
Questa è l'ambientanzione del film di de Aranoa che punta l'occhio su una provincia spagnola lontana anni luci dalla movida madrilena disegnata da Almodovar o dalla cosmopolita Barcellona, una Spagna che somiglia molto a certa Inghilterra di Ken Loach, tormentata dai problemi economici, dalla disoccupazione e dalla rabbia.
Il film, pur avendo dei chiari connotati anticapitalisti, non indugia però sulle miserie in maniera a sè stante, anzi, lo fa con grazia, umorismo e con momenti di divertimento, togliendo tutto ciò che suoni troppo di ideologia e analizzando con lucidità i contesti personali calati nella situazione di disagio.
Assistiamo quindi ai lunghi dialoghi degli amici al bar , tra bevute quasi sempre scroccate, scopriamo i loro modi di interagire con il periodo di crisi, leggiamo nei loro occhi o nelle loro parole la disillusione e l'amarezza di sentirsi come dei ruderi in un mondo che corre troppo e che lascia indietro chi ancora quarantenne non sa darsi una ragione della sua nuova situazione sociale; ma vediamo anche, con molta tenerezza, come basti pochissimo per sognare l'Australia, come la solidarietà, l'amicizia e la dignità siano puntelli fondamentali per non affondare.
Il film vive su dialoghi bellissimi, il vero punto di forza, con battute che meriterebbero di passare alla storia, girato con molto verismo forte di influenze neorealistiche all'italiana, in ambienti e situazioni che disegnano il disagio sociale, impreziosito da uno stuolo di attori fantastici di cui Bardem è sicuramente il capofila.
La lunga serie di riconoscimenti ricevuti in Spagna è assolutamente meritata: non è facile saper raccontare la dignità calpestata, la solitudine , l'amicizia e il disagio interiore con la forte e melanconica poesia con cui lo ha fatto de Aranoa.

lunedì 5 ottobre 2009

Bittersweet life ( Kim Ji-woon , 2005 )


Giudizio: 8/10
Ancora vendetta

Nel 2005 anche in Italia giunge il meraviglioso "Old Boy" di Park Chan-wook, contemporaneamente a Cannes viene presentato questo Bittersweet life dell'altro coreano Kim Jee-woon, lavoro che per taluni versi si inserisce nella sua scia, dimostrando ancora una volta, ammesso ce ne fosse bisogno, come oltre il nostro cortile occidentale esistano ampi spazi di cinematografia da apprezzare.
Sunwoo ( un algido e credibilissimo Lee Byeong-Heon) è un efficiente quanto professionale direttore di un albergo di lusso di Seoul, nonchè scagnozzo del potente boss Kang; vive la sua vita in assoluta solitudine e dedizione per il datore di lavoro , il quale pensa bene di affidargli, in sua assenza, il compito di spiare la sua giovane amichetta che sospetta di infedeltà.
Ovviamente Sunwoo svolgerà il suo lavoro egregiamente, fino a quando una scintilla di tenerezza scatterà in lui e gli impedirà di portare a termine il compito che doveva concludersi con l'eliminazione della ragazza e del suo amante.
Il boss non gradirà e sarà un attimo passare dagli altari ad una polvere fatta di cieca violenza , botte, sangue fin ad un passo dalla morte che solo la forza della disperazione riuscirà ad evitare.
Quale migliore catarsi in questi casi che una sanguinosa vendetta?
Il tema della vendetta torna ancora prepotentemente alla ribalta in un film orientale, ma , vale la pena dirlo subito, "Old Boy" rimane diverse spanne al di sopra di questo seppur bel film.
La storia evita colpevolmente lo sviluppo di quella scintilla di tenerezza (o di amore) che scocca nel glaciale protagonista; possiamo solo immaginare che Sunwoo sentendo la ragazza suonare con arte il violoncello, capisca in modo drammatico la sua squallida e violenta solitudine contrapposta alla limpida vitalità della giovane: è sicuramente uno dei momenti più belli del film.
Il regista inoltre mostra una fenomologia della vendetta, ben lungi dallo scavare e penetrare nelle storie umane, il che di per sè può anche essere una scelta non discutibile, soprattutto quando il contorno è magnificamente costruito avvalendosi di una scenografia potente ed efficace , ricca di colori cupi e di ambientazioni ben realizzate che sono senz'altro il piatto forte del film, che comunque trasuda violenza e sangue a tratti in maniera quasi tarantiniana.
Il finale è di quelli cui il cinema orientale ci ha abituato, un po' western con duello finale e un po' Johnnie To (con meno grazia) , tra specchi in frantumi e lampadari in mille pezzi a suggellare una storia fatta di vendetta e di solitudine, di incapacità di redimersi e di violenza.

venerdì 2 ottobre 2009

Inner senses ( Law Chi Leung , 2002 )


Giudizio: 7.5/10
Psicanalisi sui fantasmi

Viene da Hong Kong questo bel thriller (autenticamente) psicologico appena spruzzato di horror ed è un vero compendio di psicanalisi applicata con il quale il regista tenta, riuscendoci, di spiegare cosa in realtà sono i fantasmi: la conferenza di Jim, psichiatra rampante e affermato, che apre il film è in tal senso una sorta di manifesto programmatico del genere ghost-story.
A Jim (un mai troppo compianto Leslie Cheung) viene affidato da un collega un caso interessante riguardante una giovane ragazza, Yan (una splendida e brava Karena Lam) che asserisce di essere tormentata da oscure presenze.
Teorizzando l'inesistenza dei fantasmi che sono bensì solo la materializzazione delle paure, dei rimorsi, dei conflitti irrisolti ,Jim riesce a guarire la sua paziente nonostante vari episodi di tentati suicidi e ricoveri conseguenti. Quando l'attrazione della ragazza verso il proprio curante diverrà insostenibile eticamente, Jim la dichiarerà guarita dopo aver rimosso da lei gli incubi di una infanzia difficile.
Sarà lui, a quel punto che inizierà ad essere perseguitato da una presenza insistente che trova vita dal profondo della sua psiche, una presenza che causa dolore ed angoscia, senso di colpa e disperazione: la ex paziente Yan si metterà al suo fianco nella strenua ricerca della soluzione, riuscendo finalmente anche a conquistare l'amore del suo ex medico.
In un finale progressivamente votato al dramma incombente scopriremo la verità su Jim, verità che ovviamente sarà in perfetta linea con le sue enunciazioni teoriche e in una convulsa scena madre finale permeata forse di eccessivo melodramma, i tasselli torneranno tutti al loro posto, fantasmi compresi.
Il film mostra senz'altro una notevole ispirazione del regista bravo a non cadere nelle numerose trappole che potevano presentarsi nello svolgimento della storia; ci mostra come mai questo genere di film trova così ampia diffusione , e con risultati speso ottimi, nella cinematografia orientale; è molto bravo inoltre a dosare sottile tensione ed introspezione quasi scientifica.
Insomma un thriller psicologico nel senso più genuino del termine che non risparmia attimi di dolore: un occhio che scruta nei recessi nascosti dell'anima tutto ciò che è stato percepito, assorbito, accantonato e che è pronto ad esplodere.


Uzak ( Nuri Bilge Ceylan , 2003 )


Giudizio: 7/10
Istanbul innevata

Due uomini a loro modo soli: Mahumt l'intellettuale che guarda film porno, avendo sognato di fare un film come Tarkovskij e suo cugino Yusuf campagnolo e un po' cialtrone che emigra in città alla ricerca di fortuna. L'uno ferito dal divorzio con la moglie ormai legata ad un altro , cui probabilmente non ha mai detto tutto ciò che pensava, immerso nella sua solitudine tra piastrelle e fotografie in preda a chiara nevrosi da single, l'altro che sembra invece l'esatto negativo: un po' rozzo, disordinato che perde il tempo ad appestare di fumo la casa del cugino e a guardare le cosce delle ragazze sull'autobus, fingendo di tanto in tanto di cercare lavoro, avendo come fine ultimo (forse) solo il partire con un cargo per l'altra parte del mondo e tornare carico di soldi. Potranno questi due mondi conciliarsi in una spettacolosa Istanbul innevata fino all'inverosimile e adagiata su un Bosforo dal colore livido?
Il film è tutto in questo contrasto di solitudini estreme, e concluse in modo diverso: due mondi che si avvicinano, si scontrano senza mai attrarsi e si allontanano senza lasciare traccia di sè nell'altro.
Film intensamente minimalista, giocato molto sui particolari, su lunghi piano sequenza, su silenzi rotti solo dagli sguardi, che quasi mai risulta però lezioso o pesante, senza eccessi di depressioni o di malinconia stucchevole.
Il turco Ceylan , che con questo film è stato premiato a Cannes insieme ai due bravi attori, conosce la tecnica, dosa bene i colori come solo chi ha studiato fotografia sa fare, legge con intensità negli occhi e nel viso dei protagonisti, sa non annoiare anche quando i ritmi sono molto lenti.
La metafora della solitudine profonda che può attanagliare un uomo sta tutta nella lunga, bella scena finale: occhi sul mare sferzato dal vento, vaghi movimenti dello sguardo a cercare qualcosa cui aggrapparsi e il fumo dell'ultima sigaretta.
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