venerdì 15 gennaio 2010

Festen ( Thomas Vinterberg , 1998 )


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Il feroce ritratto della borghesia


Una grande e suntuosa residenza di campagna nella quale si celebra in pompa magna il sessantesimo compleanno di Helge, patriarca di una famiglia dell'alta borghesia danese: questo è lo scenario, in perfetta conformità col Dogma, in cui Vinterberg ambienta questo lavoro che, con fin troppa baldanza e pomposità, viene definito come il primo film fedele alle rigide regole del patto sottoscritto da alcuni registi nordici capitanati da Lars Von Trier.
La villa si popola di personaggi vari tra i quali i figli del ricco proprietario, il cui solo presentarsi sullo schermo li rende subito facilmente classificabili.
Nella casa e sulla festa aleggia la presenza/assenza impalbabile della giovane figlia morta suicida solo poco tempo prima, fantasma che popola i pensieri e la mente dei fratelli, incapaci di spiegarsi il gesto.
Nel bel mezzo della festa Christian , il figlio più grande, tra canti e discorsetti di circostanza , durante il suo discorso di brindisi, accusa il padre di aver ripetutamente abusato di lui e della sorella gemella morta quando erano in tenera età e di essere colui che ha causato il suicidio della ragazza.
La festa diviene da quel momento una sorta di ring dove si lotta per la sopravvivenza e in cui nessun colpo è vietato, raggiungendo apici di meschinità , di cattiveria e di violenza inusitati.

Il ritrovamento di una lettera sapientemente nascosta dietro flebili indizi da parte della suicida metterà la parola fine sulla tragica vicenda, offrendo l'immagine di una famiglia e di tutto un ceto sociale assolutamente detestabili.
Rigidissimamente vincolato al Dogma, di cui il regista è uno degli esponenti di punta, il film, per fortuna, offre ben altri interessi: raramente si è visto un film così cupo, cattivo che descrive con ferocia i vizi di tutta una classe sociale annidiati dentro una famiglia in cui la sopraffazione, l'annientamento psicologico , lo squallore , la deriva morale rimangono nascosti sotto una patina di perbenismo e di agio.
L'analisi di Vinterberg è spietata: dove Bunuel spargeva sarcasmo sopraffino e surrealismo , il regista danese usa la ferocia, la lucida rappresentazione, la cattiveria e la violenza che si tingono di tragedia.
In questo senso il film si fa valere in modo notevole: il quadro nel quale si pongono i componenti la famiglia è nitido e rappresenta benissimo i disagi e i vizi di ognuno di loro, così come l'acre denuncia del formalismo bigotto e del falso perbenismo che permea taluni ambienti spicca in modo indelebile.
Un film bello e tragico quindi , che non aveva certamente bisogno delle stigmate del Dogma per risultare valido; per fortuna brilla di luce propria a prescindere da manifesti programmatici e regole ferree.

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