sabato 2 gennaio 2010

Rough cut ( Jang Hoon , 2008 )


*****
L'eterna lotta tra realtà e finzione

Altra interessante opera prima proveniente dalla Corea: Jang Hoon, avvalendosi, tra gli altri, di Kim Ki-duk come sceneggiatore, propone un film che, oltre a ricevere svariati riconoscimenti, gioca con ironia ed efficacia sulla sempiterna dicotomia tra finzione e realtà.
Su-ta è un famoso attore dal caratterino non certo facile, attento alla sua immagine che in occasione di una scazzottata sul set con un altro attore rischia di uscirne a brandelli: il film è bloccato, nessuno vuole recitare con lui.
L'attore si rivolgerà allora a Gang-pae gangster provetto, nonchè (di nascosto) amante del cinema che aveva incontrato in maniera non certo amichevole qualche tempo prima in un ristorante. Unica condizione posta dal malvivente, quella di portare sulla scena la realtà vera fatta di cazzotti e calci.
Tra scozzattate stile saloon , scene fin troppo vere nella loro violenza e sopraffazione, guai veri e lotte tra bande, amori che nascono e che svaniscono sempre oscillanti tra scena e vita reale, tradimenti veri e problemi di produzione, il film giunge alla conclusione scandita da un duello a mani nude nel fango dal sapore epico. Ancora qualcosa rimane da chiudere, e il finale del film (vero) è improvviso, drammatico , sublimato dal fotogramma finale del video splittato in due:...
quando la realtà confluisce nella finzione per poi dividersi nuovamente.
Il tema della pellicola non ha nulla di particolarmente innovativo: il terma della realtà che si miscela alla finzione è abbondantemente utilizzato nel cinema, ma il regista lo utilizza bene mostrando come spesso la realtà superi anche la più fervida fantasia.
Tutta la storia vive e si nutre del dualismo tra l'attore vero e l'attore improvvisato: molto simili tra di loro, essendo solo la scelta di vita a renderli diversi nella realtà , ma così uguali sul set dove proiettano il loro essere , anche nelle pieghe più nascoste, si inseguono, si confrontano, si scontrano per capire alla fine come il limite tra il vero ed il fittizio sia molto labile. Il finale, molto secco ed esplicativo, sembra colpire con l'accetta questa commistione mettendo un confine rappresentato proprio dallo schermo a metà.
"Un film è un film" è la traduzione del titolo coreano che mette diligentemente i puntini sulle i, ma quel limte che divide è spesso aleatorio e facilmente superabile.
Il regista esordiente mostra indubbie buone qualità , pur mostrando, soprattutto la sceneggiatura, qualche crepa qui e lì, specialmente quando va a descrivere dinamiche molto poco utili allo scorrere della storia; per il resto il film ha buon ritmo e sa muoversi bene tra finzione filmica e vita reale.
Bravi i due attori principali: So Ji-sub (Gang-pae) sa rendere bene l'asetticità del gangster e il suo essere di scarse parole, Kang Ji-hwan (Su-ta) è bravo nell'impersonificare la star cinematografica sempre al limte, anche se la figura migliore la fa Ko Chang-seok nel ruolo del regista , sprizzante fervore ed ironia.

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