martedì 19 gennaio 2010

Synecdoche , New York ( Charlie Kaufman , 2008 )

*****
Un film che stordisce


Charlie Kaufman , stimatissimo e geniale sceneggiatore, tra  gli altri di Michel Gondry, passa dietro la macchina da presa e firma questo formidabile film che lascia in chi lo guarda il senso di essere stato investito da un tir a velocità supersonica, tanto grandi sono lo sbigottimento e la lacerante, tangibile sensazione di dolore e oscurità che infondono le storie che vanno dritte alla quintessenza della vita.
Narrarne la trama può risultare altamente riduttivo; basti sapere che dietro le vicende di Caden Cotard, commediografo americano di un certo successo, in rapida successione scosso da insoddisfazione, ipocondria etrema , abbandono da parte della moglie, artista anch'essa, e della piccola figlia, rapporti umani in perenne instabile equilibrio, il regista mette in scena un progetto tra i più ambiziosi che si siano mai visti: la descrizione della vita, nei suoi aspetti più pregnanti e la sua parabola  tracciata dal profondo senso della morte, dall'arte come espressione  e come specchio della realtà, dall'incomunicabilità umana racchiusa nella famiglia e nei rapporti interpersonali.
Come tutte le opere ambiziose, anche questa non sfugge a qualche imperfezione, minima a dire il vero e soprattutto, quando sa andare dritta al cuore del problema, si tinge coi colori del capolavoro assoluto.

Non è assolutamente un film facile, da nessun punto di vista, percorso com'è da acrobazie verbali, da un approccio fortemente intellettualizzato, da profonde riflessioni , da un senso di generale intangibilità che Cotard, vinto un prestigoso premio con tanto di finanziamento, tenta di mettere in scena in una opera "globale" che deve essere specchio di una esistenza dominata dall'incapacità di essere sè stessi e dalla labilità della realtà, in eterno contrasto e simbiosi con il sogno.
Lo sconcerto che attanaglia nel vedere la promiscuità assoluta dei ruoli che si appalesa nel film, con i protagonisti che recitano se stessi nell'opera di Cotard per il tramite di attori che li braccano però anche nella vita privata, vuole essere una forma di esorcizzazione del disagio di essere sè stessi, fino alla proiezione esteriore extracorporea.
Il senso di ossessione per la morte che si respira in tutta la storia risulta essere opprimente in alcuni momenti e a nulla valgono le gag più o meno volontarie dell'ipocondriaco Cotard a stemperare il clima: morte fisica e morte artistica scrutate con un profondo senso di rispetto e di terrore.
Kaufman mette a fuoco il suo occhio su tutto ciò che rappresenta disagio per il protagonista che , suo malgrado, diviene una sorta di rappresentazione della caducità umana: la famiglia che si disgrega dopo una lunga deriva, l'incapacità a resistere agli eventi, la ricerca del rapporto affettivo che appaghi, il disperato tentativo di rimettere le cose a posto e su tutto l'assoluta incapacità di poter controllare  le cose , dargli un senso che almeno plachi l'insofferenza; a nulla servirà al povero Cotard riprodurre spazi e luoghi in sterminati studi, anche racchiudendo il cosmo in un capannone , il senso di incompiutezza rimane.
Raramente si è visto un film che così pesantemente si interroga sulla vita e sulla morte , ne sono esempio illuminate le parole riportate dal pastore in uno dei tanti funerali del film : La maggior parte del tempo lo passi da morto o prima di nascere. Ma mentre sei vivo, aspetti invano, sprecando anni, una telefonata o una lettera o uno sguardo da qualcuno o qualcosa che aggiusti tutto. E non arriva mai oppure sembra che arrivi ma non lo fa per davvero. E così spendi il tuo tempo in vaghi rimpianti o più vaghe speranze perché giunga qualcosa di buono."
E' veramente l'essenza intima del film, al termine del quale  verrebbe voglia di scrivere ed urlare la marea di sussulti che ci hanno pervaso, ma questa opera di Kaufman è troppo impetuosa ed emozionalmente sterminata per poter essere ristretta nei confini delle parole.

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