venerdì 5 febbraio 2010

The bird people in China ( Takashi Miike , 1998 )

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Miike ambientalista e spirituale


"Nella mia vita devo aver sognato almeno diecimila volte, ma mai ho sognato di volare" . Nessuno scommetterebbe un centesimo sul fatto che questa frase apre un film di Takashi Miike con ampi squarci di delicatezza e persino di poesia: sarebbe come scommettere di vedere spuntare la coda del diavolo da dentro un acquasantiera. E invece è proprio così, Miike dirige un film assolutamente atipico per i suoi canoni abituali, improntato ad un ambientalismo e ad un tocco paesaggistico assolutamente sorprendenti.
Wada viene inviato dalla compagnia giapponese per cui lavora in una sperduta regione della Cina alla ricerca di una miniera di giada. Qui trovera Shen, la sua guida e, suo malgrado, Ujiie ,mandato dalla mafia giapponese a pedinarlo, onde accertarsi che la miniera di giada possa diventare fonte di guadagno per la compagnia pesantemente indebitata con la Yakuza.
Il viaggio si rivelerà piuttosto avventuroso , tra fiumi in piena e vallate invase dalla nebbia, ma quando il villaggio verrà raggiunto, lo splendore incontaminato e la semplicità del luogo colpirà duramente i  due "cittadini"; nel villaggio inoltre si tramanda una sorta di leggenda secondo la quale esiste una scuola per imparare a volare, gestita da una giovane che la ha ereditata dal nonno, aviatore della Raf, precipitato nelle vicinanze molti anni prima e lì stabilitosi.
L'impatto sulla vita interiore dei due sarà deflagrante al punto che, una volta accertatasi della bontà della miniera, la ripartenza sarà più che traumatica, ponendo oltre tutto un dilemma lacerante: è giusto distruggere questa armonia per trarne benefico economico? Lo yakuza non avrà dubbi, Wada qualcuno in più e il finale ci offre una chiave di lettura non estremista del dilemma.
Miike dimostra di essere un bravo regista, anche utilizzando le tecniche classiche, meno retaggio del manga, imbastendo una storia che in alcuni momenti riesce addirittura a commuovere. Il contrasto tra la civiltà che lega e fa schiavo e la natura incontaminata abitata da uomini che ancora vivono di sogni e di magia è violentissimo in tutta la storia, tratteggiato però con grande equilibrio, senza cadere in eccessi documentaristici e in facili moralismi naturalistici. Piuttosto quello che indica Miike è il cambiamento della propria ragione di vita e del proprio essere indotta dal contatto con un mondo pulito, sincero che non conosce le trappole della modernità. La voce narrante dello stesso Wada descrive benissimo questi momenti di profondissima introspezione che conducono a livelli di alta spiritualità e di connubio con l'ambiente.
Qualche momento del film sembra indugiare troppo, soprattutto riguardo la canzoncina che il nonno cantava alla nipote, ma complessivamente il lavoro è molto buono, diverte, fa pensare ed emoziona anche.

2 commenti:

  1. sicuramente (e purtroppo) atipico, ma sospetto il suo migliore.

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  2. Mah, iosif, su Miike è difficile esprimersi: sicuramente è tra i suoi più originali, di certo non ritengo il regista una sorta di simulacro sacro come certa critica vuol lasciare intendere, anzi, a mio avviso di schifezze ne ha fatte diverse, seppur in una filmografia sterminata.

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