giovedì 18 febbraio 2010

Dog bite dog ( Soi Cheang , 2006 )

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Tanta violenza e un drammone sociale con pretese

Film di estrema violenza raccontata con dovizia di particolari immerso in un substrato da drammone sociale con notevoli pretese antropologiche, e lo si capisce subito, dai primi fotogrammi sbiaditi che mostrano un sottobosco di umanità che si azzuffa in una discarica alla ricerca di rifiuti commestibili.
E dire che il film parte benissimo, primi 10 minuti di sola azione a ritmo blando ma con crescendo, che ci imprimono subito negli occhi l'immagine del killer cambogiano, manovalanza allevata a botte e cazzotti nei recinti, che sin da bambino conosce la moderna interpretazione dell'evoluzionismo darwiniano e che è ben lungi dallo stereotipo del killer professionista perfetto in ogni sua minima mossa.
La polizia HKese brancola alla ricerca del killer che pure era riuscita a catturare e soprattutto vagano come scheggie impazzite i poliziotti alla prese con una profonda crisi di identità: troppe volte sentiamo la frase "noi siamo poliziotti" oppure "Siamo una squadra" che il capo urla ai suoi. Ne rimarranno sul terreno svariati di poliziotti e Wai, il più anarcoide di tutti, mosso da una rabbia violenta e dal rancore verso il padre ritenuto da tutti un bravo collega ma in effetti uomo al soldo della malavita, cercherà di risolvere le cose a modo suo.
La resa dei conti , in perfetto stile ossessivo, Wai la cercherà e la troverà giocando fuori casa, in Cambogia, dove il killer, portandosi dietro una scia di sangue e una fanciulla gravida, ha riparato.
Finchè il film vive della violenza reciproca tra cacciatori e preda , in una Hong Kong squallida e laida, non risulta affatto male, ma quando la storia d'amore, prima,tra il killer e la giovane fanciulla sottratta alla violenza del padre tra rifiuti e baracche ai margini della discarica che suona troppo come una catarsi se non altro dei sentimenti e il rapporto dilaniato tra Wai e il padre poi  prendono il sopravvento, con gran dispendio di luoghi comuni e ovvietà cinematografiche, la pellicola scade , a maggior ragione perchè cerca di offrire una lettura sociale della vicenda, operazione che magari a qualcuno può piacere, ma che in questo contesto stona fortemente.
La scena finale poi, non priva di una sua fin troppo semplice lettura simbolica, è l'apoteosi del banale che strizza l'occhio alla falsa commozione e a nulla vale la citazione conclusiva di stampo evoluzionista a far cambiarne il senso.
Un passo indietro rispetto a Love Battliefield dunque, anche se la regia, quando non diventa ridondante e debordante, è buona nel tentativo di supportare una soggetto forse troppo ambizioso. Il pregio del film sta in un ritmo che non scema mai e nei momenti di azione che fanno da traino alla storia; anche le descrizioni dei poliziotti , della loro frustrazione e rabbia e di Hong Kong sono ben costruite, con una dominanza assoluta del buio e dei colori cupi.
Film che la sufficienza la tira veramente per i capelli; cerca di coniugare, riuscendoci poco a dire il vero, l'action movie tipicamente HKese a tematiche cui forse noi occidentali siamo più sensibili, ma che così esposte risultano un po' velleitarie.

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