venerdì 5 febbraio 2010

Kairo ( Kiyoshi Kurosawa , 2001)

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La solitudine dopo la morte


E' un film frammentato come pochi Kairo, di quelli che sgusciano e scappano via , al punto che risulta difficile accennarne una trama: se ciò in parte deriva da una sceneggiatura non certo perfetta, è anche vero che il regista giapponese ci ha ormai abituato a lavori di questo tipo, spesso tremendamente e fascinosamente criptici e oscuri.
Taguchi lavora in un vivaio, e quando dopo una settimana di assenza sembrano perse le sue tracce, le colleghe di lavoro decidono di cercarlo, lo trovano in casa e lui le accoglie impiccandosi. Tra i documenti informatici del ragazzo Michi trova un floppy all'interno del quale scorrono delle strane e angoscianti immagini che spingono Yabe a indagare: tutto sembra ruotare intorno ad un sito web nel quale appaiono immagini di fantasmi.
Si volta pagina e si scopre come anche lo studente Kawashima entra casualmente in questo sito: allarmato chiede consiglio ad una esperta di informatica , Harue. Nel frattempo le sparizioni e le morti misteriose aumentano e sempre più incombente diventa la presenza di fantasmi legati agli eventi.
Il finale apocalittico, che risolleva anche le sorti del film, è in linea con la teorizzazione strisciante nel film: i fantasmi si diffondono dall'aldilà , ormai saturo e lo fanno attraverso la falla tecnologica aperta dall'uso massiccio di internet.
L'espediente non risulta particolarmente originale, ma questi fantasmi evocati e narrati da Kurosawa hanno senz'altro  spessore diverso rispetto a quelli assetati di vendetta e mossi dal rancore che popolano la cinematografia di genere orientale: questi spettri non uccidono, vagano ,chiedendo aiuto , nella loro solitudine, che è la stessa che regna nella vita materiale; anche dopo la morte che spazzerà via tutto  e renderà arido il mondo, l'anima non trova pace e la tecnologia che è il motore primo della alienazione (concetto un po' trito a dire il vero) è il tramite col quale le anime in pena colonizzano la vita dell'uomo.
Questo substrato filosofico serpeggia in tutta la storia, mostrando come la solitudine in vita trova solo un illusorio ausilio nei mezzi di comunicazione che, in realtà, allontanano ancora di più ed estraneano e la profonda riflessione sulla morte, sempre evocata nella cinematografia giapponese , condisce il resto del film.
Kurosawa ama distendere le sue storie a ritmi compassati, a passo felpato, e lo fa anche qui, lasciandosi prendere la mano in qualche circostanza con pericolose dilatazioni  che paralizzano il film, ma la bravura tecnica ed un finale incalzante, seppur sempre a ritmo lento, rendono comunque il lavoro valido con abbondanza di immagini girate con classe , vive nella loro cristallizzazione; sa creare una tensione impalbabile, soffice che fa da contraltare alla paura montante che attanaglia i protagonisti, quasi magicamente attratti dalle presenze spettrali.
Altrettanto non può dirsi del cast , composto da una schiera di giovani attori che definire inespressivi è puro eufemismo, e non basta certo il volto dell'attore feticcio Koji Yakusho che apre e chiude fugacemente il film per risollevare un cast assolutamente non all'altezza del regista, aggiungiamoci un doppiaggio in italiano al limite del ridicolo  la frittata è fatta e la conclusione anche : i film orientali vanno visti in versione originale.

1 commento:

  1. Kurosawa mi rompe quando fa cose tipo "Barren Illusion", ma questo mi piacque molto e non mi parve affatto frammentato. Piuttosto è un film asciutto, secco, essenziale. Un nocciolo (sofferto) di celluloide. I fantasmi qui non mettono paura, anzi, son loro che ne hanno. Di sé. Ombre nere un po' contorte, sconnesse, informi macchie scure sul muro, poi coriandoli. Non assaltano, non si impossessano della carne, chiedono aiuto. Si avvitano su se stessi in una Tokyo che si desertifica romerianamente nell'ocra, fumando di spire grige. Esattamente come i vivi. Per questo angosciano. E pulsano!

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