domenica 7 marzo 2010

Ai confini del paradiso ( Fatih Akin , 2007 )

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Beffardo intreccio di destini

Sul triangolo Amburgo-Brema-Istanbul si sviluppa la storia raccontata da Fatih Akin, un film dalla trama volutamente complessa e articolata che vede protagonisti un padre puttaniere e un figlio professore universitario immigrati in Germania, una madre prostituta e una figlia lontana, affiliata ai gruppi rivoluzionari turchi, una madre e una figlia tedesche, i cui destini porteranno lontano da casa in una Istanbul ormai prossima all'entrata in Europa.
E' un puzzle interessante e intrigato nella trama quello che ci presenta il regista, in cui le vite e le storie dei protagonisti procedono parallele, si intersecano per un attimo e si allontanano senza apparente possibilità di congiunzione, beffate dagli scherzi del destino sotto forma di coincidenze anche troppo curiose.
Ognuno insegue il proprio obiettivo, sia esso mettersi in casa una prostituta oppure combattere contro le ingiustizie, sia esso l'amore filiale o quello carnale, ma tutti inevitabilmente sbeffeggiati da attimi che segnano la vita.
Un disegno cinematografico così ardito , soprattutto sul piano narrativo, era tutt'altro che facile da affrontare, ma Akin tutto sommato ci riesce bene, anche se il volere mettere troppa carne al fuoco inevitabilmente porta ad esemplificare e a buttarla giù con un po' troppa superficialità.
Indubbiamente il rapporto tra padre puttaniere e figlio intellettuale,così apparentemente normale e tenero, è uno dei momenti migliori del film, così come il volere presentare quella sorta di osmosi sociale e culturale tra Germania e Turchia che conduce i personaggi a frequenti viaggi tra i due paesi; la sottile denuncia di certi retaggi ancora vivi in Turchia serpeggia con discrezione, ma soprattutto è l'identità culturale che, seppur sopita, torna ad affacciarsi negli ex immigrati, l'aspetto che sembra interessare di più Akin, il quale, sia chiaro, non tralascia assolutamente quello che è il punto di vista personale dell'individuo in favore di tematiche più ampie e politiche.
Pur risultando un po' troppo macchinoso in alcuni punti, il film si presenta come una bella corsa ad inseguimento in cui tutti inseguono tutti , ma senza sapere bene chi e questo dona alla pellicola una certa originalità. Istanbul sarà il capolinea di tanti viaggi e di tanti intrecci che finalmente, quasi casualmente, nonostante tutto, troveranno un termine, che stavolta non sarà in un tragico via vai di bare all'aereoporto.
L'immagina finale, improntata alla calma che segue la tempesta, con il professore che si siede sulla sabbia del Mar Nero, aspettando il ritorno del padre dalla pesca, nobilita senz'altro l'intero film.
La sposa turca, film d'esordio di Akin, risultava senz'altro pellicola di maggior forza e impatto e si lascia preferire a questo, però la conferma del talento del regista è assolutamente fuori discussione: lo attendiamo quindi al prossimo lavoro, con la curiosità che meritano i registi che sanno raccontare belle storie.

1 commento:

  1. La voglia matta di farla finita; le vene rotte di rabbia - e demoni e sangue - dapprima dentro nordiche ceramiche bianche poi giù per corpi, promesse e silenzi; i lampi grattugianti sul Bosforo... Ma questo è tutto rimpianto di sposa turca.

    Questo invece è pulito, incrociato a puntino, senza incastro addosso. Qui tutti si fanno amabili e petulanti segnalazioni con la torcia elettrica.

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