giovedì 11 marzo 2010

The hurt locker (Kathryn Bigelow , 2008 )

*****
Un film che passa senza lasciare traccia.

Pur non volendo prendere in considerazione l'assurda incetta fatta da questo film all'ultima edizione degli Oscar, non si può non riflettere sulla mediocrità del cinema americano che intende ora, con due anni di ritardo, spacciarci per capolavoro, quello che è soltanto un filmetto che nulla di meglio offre rispetto alle decine di omologhi, clamorosamente ricicciati negli ultimi anni grazie alla massiccia presenza americana nei più drammatici scenari di guerra, infarcito come è dei soliti luoghi comuni e delle consuete situazioni streotipate (dai dialoghi alle scene da caserma) cui il cinema di guerra ci ha abituati dai tempi dello sbarco in Normandia.
E' vero, la storia racconta di una squadra di artificieri, professione poco narrata sugli schermi ed è altrettanto vero che la regia in alcuni momenti è buona finchè non viene soverchiata da una sceneggiatura modesta, ma il film nel suo insieme non dice nulla che possa essere degno di essere ricordato. Forse, se invece di mostrarci il sergente James perennemente in tuta anti-esplosione, più simile ad un astronauta con camminata alla Frankstein, la Bigelow si fosse incentrata sulla sua figura che aveva i crismi dell'estremo e che impersonificava alla perfezione la frase che apre il film "la guerra è una droga", la pellicola avrebbe senz'altro avuto qualche qualità in più , laddove, invece, regna sovrana la confusione e , spesso la noia, diretta conseguenza di una sceneggiatura troppo zoppicante e approssimativa.
 In più non possiede nulla che possa non dico avere un messaggio destruente come poteva essere Full metal jacket , ad esempio, ma almeno un accenno a qualcosa di non politicamente corretto (nell'ottica americana, ovvio): un film perfettamente schierato cui manca solo la bandiera americana sui titoli di coda e la fatidica dedica agli eroi morti per la libertà; è talmente vuoto di emozioni che neppure la scena del kamikaze per forza, riesce a dare un sussulto, pur avendo le stigmate della scena madre per antonomasia. Solo nel finale, un breve dialogo tra James e Sanborn butta lì, quasi con sufficienza, una piccola riflessione su come la guerra penetri nel profondo dell'animo umano dilandiandolo e rendendolo debole e lo stesso finale col sergente James, tronfio di felicità , che dopo avere dichiarato al figlioletto che ormai alla sua età solo una cosa ama, torna ad indossare la sua ridicola tuta e a camminare come un robot alla ricerca di ordigni,  sembra più un compiacimento che una ricerca dolorosa di quella droga che sazi la sua dipendenza.
In conclusione un film che passa senza lasciare traccia e che probabilmente, tra qualche mese, sarà solo uno dei tanti titoli visti di cui si fatica a ricordare qualcosa.

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