lunedì 22 marzo 2010

I racconti della luna pallida d'agosto ( Kenji Mizoguchi , 1953 )

*****
Rivisitazioni cinematografiche
Miseria e violenza fuori dallo spazio e dal tempo


Considerato da molti come l'espressione più alta della copiosissima produzione cinematografica del grande regista giapponese, anche questa opera, come molte altre di Mizoguchi, trae spunto da un'opera letteraria del XVIII secolo, Ugetsu Monogatari, raccolta di racconti ambientata nel Giappone feudale sconvolto dalle guerre; epoca che ha ispirato numerosissime opere cinematografiche, anche per l'alto valore storico che ha avuto nella formazione della cultura di quel paese; a ciò si aggiunga che i fatti narrati si prestano benissimo a trasposizioni neppure troppo celate sulla condizione del Giappone moderno e alla lettura critica delle geste umane, queste sì universali e senza connotati temporali.
Anche in questo lavoro, racconto di miserie e di aspirazioni molto terrene, proprie della gente comune, il regista descrive il divenire di pulsioni che portano a gesti e ad eventi nei quali si possono leggere le mille sfaccettature della vita.
L'avidità e la ricerca di una affermazione violenta della propria esistenza che albergano nei due personaggi maschili si contrappongono in maniera speculare alla epica saggezza delle due donne, veri motori trainanti della famiglia, entrambe destinate alla sofferenza e all'umiliazione, ma sempre in attesa di poter accogliere i propri mariti. Genjuro, vasaio con la smodata sete di benessere e di ricchezza, vive la sua ossessione con la forza dell'allucinazione e dell'illusione, al punto di farsi inglobare dallo spettro della nobildonna Wakasa, che gli promette e gli dona una sorta di illusorio paradiso terrestre, pronto a sgretolarsi come un sogno nel momento in cui l'uomo, riportato alla ragione dalla parola di Buddha, fuggirà dal castello dorato divenuto ormai incubo. La sua vita di illusioni troverà la tragica e memorabile conclusione in un altro spettro che lo accoglierà al ritorno, uno spettro che ben presto diverrà il suo angelo custode.
Tobei invece vive la sua insulsa vita all'inseguimento di una corazza e di una lancia che gli permettano di divenire un temuto e rispettato samurai, abbandonando la moglie, saggio grillo parlante, ad un destino di umiliazione; ottenuto con l'inganno l'ambito titolo, la realtà gli si parerà davanti in tutta la sua crudezza e avrà se non altro una funzione risanatrice.
Spesso nei lavori di Mizoguchi è presente una neppure troppo nascosta critica alla condizione femminile dell'epoca, che qui si conceretizza con la creazione di tre figure femminili grandiose,  tragiche nella loro solitudine, anche quando hanno le sembianze di uno spettro evocato ma desideroso di impulsi vitali e passionali.
Su tutto, la violenza della guerra per bande che distrugge vite, sconvolge le menti , semina morte e disastri, disintegra il tessuto connettivo familiare che tiene in piedi la comunità: la famiglia come riparo dalla sopraffazione, insomma, un piccolo cerchio dove , a modo loro tutti torneranno alla fine del film , per ritrovare con i forti legami personali una via d'uscita alla miseria del proprio animo.
Al termine della visione rimane una fortissima sensazione di atemporalità: lo spazio storico vine sopraffatto dall'universalità dei temi, uno spazio astratto in cui Mizoguchi pone l'uomo e la sua vita al centro di ogni cosa.

2 commenti:

  1. Forse il capolavoro di Mizoguchi, insieme a "L'intendente Sansho". Come dici anche tu, è un film senza tempo, proprio come le opere d'arte più preziose.

    RispondiElimina
  2. Ho in mente una vasta rivisitazione di Mizoguchi, evidentemente un po' perchè è sempre più valida la tua teoria che tutti i film vadano rivisti e anche perchè quando li vidi qualche anno fa peccai un po' di superficialità, probabilmente. Questo è veramente splendido e di una semplicità narrativa stupefacente.

    RispondiElimina

Condividi