sabato 6 marzo 2010

Il sapore della ciliegia ( Abbas Kiarostami , 1997 )

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Il suicidio e il sapore del gelso.

La jeep del signor Badii si muove lenta nella periferia di Teheran, si inerpica sulle strade sterrate delle colline brulle intorno alla città, incrocia camion e lambisce cave di pietra; il suo guidatore, sguardo fisso in avanti privo di espressione, cerca qualcuno che risolva il suo problema: ricoprire la fossa da lui scavata una volta che si sarà suicidato, previo accertamento che non sia ancora in vita.
Un giovane soldato scapperà impaurito alla richiesta, un seminarista afghano rifiuterà, forte della religione che condanna il suicidio, un vecchio custode di un museo accetterà, non prima però di aver raccontato all'uomo di come molti anni prima anche lui aveva deciso di togliersi la vita, salvo poi ripensarci nel momento in cui aveva assaporato il gusto di un gelso, frutto dell'albero prescelto per il cappio.
Il lungo monologo del vecchio , seduto con Badii  in auto mentre questa percorre gli infiniti tornanti delle colline argillose, contiene il senso del film e, estrapolando, il senso della vita secondo Kiarostami: " devi cambiare il tuo modo di vedere le cose" dice l'anziano all'aspirante suicida , appellandosi alla grande forza taumaturgica della natura, espressione della volontà divina.

Forse Badii ha cambiato idea, forse il vecchio è riuscito nella sua opera di convincimento, pur avendogli assicurato che la mattina seguente sarebbe stato presente all'appuntamento con la fossa: non lo sapremo, perchè il film, rompendo una sorta di incantesimo onirico, ci riporta alla realtà tangibile mostrando la troupe al lavoro nel film. Immaginazione e realtà che cozzano, una annulla l'altra , senza possibilità di compenetrarsi, questo il senso del finale, che a dire il vero non convince totalmente, segnando un margine troppo netto tra il reale e il fittizio.
Il film , nella sua assoluta semplicità, si presenta con grandissime ambizioni: dissertare non tanto sulla morte (in effetti non sappiamo perchè Badii vuole uccidersi), quanto sulla liceità di esserne complici è argomento che si presta a infinite valutazioni e Kiarostami per primo non sembra in possesso di una risposta.
Sta di fatto che la pellicola, con grande semplicità e con tempi pacati, nobilitato da riprese belle , campi lunghi e piani sequenza dilatati, esprime il disagio di una vita apparentemente giunta ormai al capolinea, privata  di qualsiasi forza vitale.
La scelta del regista di utilizzare attori non professionisti, presi dalla strada, rende ancora più vera e priva di orpelli la storia, che nulla ha di ridondante, al punto che quasi ci vierne da credere che sia realmente possibile togliere dalla testa il pensiero del suicidio solo assaporando il sapore di un gelso.

3 commenti:

  1. questo è uno dei film che preferisco, e forse il migliore di kiarostami che abbia mai visto (insieme allo splendido dov'è la casa del mio amico?); l'alternarsi tra realtà e finzione cinematografica dà un senso quasi onirico, irreale, metacinematografico appunto, a tutto il film. Peccato che al di fuori della ristretta cerchia degli appassionati di cinema Kiarostami non goda della celebrità che invece meriterebbe.

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  2. Vero quello che dici però bisogna ammettere che è un tipo di cinematografia che può anche risultare un po' ostica ai più o semplicemente troppo statica , in più, per onestà, c'è da dire che Kiarostami ammanta i suoi film di un certo intellettualismo che non li rende certo di facile lettura.

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  3. Non uno dei miei Kiarostami preferiti (amo di più la trilogia di Koker e "Close up"), ma comunque un film assai interessante. Secondo me proprio il finale lo rende particolarmente significativo: non a caso i film iraniani che rimangono più impressi nella memoria sono proprio quelli che rompono il muro fra cinema e metacinema (come i succitati di Kiarostami, "Pane e fiore" di Makhmalbaf o "Lo specchio" di Panahi).

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