mercoledì 14 aprile 2010

Departures ( Yojiro Takita , 2008 )


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La morte e l'ultimo viaggio

La preparazione ai viaggi che pubblicizza l'annuncio non è quella di una agenzia turistica, come ingenuamente crede Daigo Kobayashi, ma ormai il passato di violoncellista è alle spalle, l'orchestra sciolta e il prezioso strumento rivenduto; il presente ,nella città di provincia dove è nato e dove è tornato con la moglie, offre poche possibilità, tra cui quello strano annuncio.
Daigo capisce presto che il lavoro, ben remunerato, è quello di accompagnare il defunto verso l'ultimo viaggio, mediante il rito della vestizione e della composizione del cadavere, e, nonostante un iniziale sbigottimento, accetta ponendosi sotto l'ala protettrice di Shoei Sasaki, maestro becchino con grande esperienza alle spalle che lo svezzerà insegnandogli l'arte di questo rito laico, preambolo della cremazione.
In questa nuova attività Daigo sembra abbandonare quella forma di inadeguatezza che lo porta a presentare spesso a se stesso i propri limiti, quasi a monito a non travalicarli; il trovarsi a contatto così direttamente con la morte nei suoi aspetti più vari lo rende quasi realizzato, anche se in fondo al suo essere rimane un conflitto paterno irrisolto, iniziato con l'abbandono quando aveva solo sei anni; i luoghi della sua infanzia sembrano riproporre di tanto in tanto la figura paterna, così assente e così disprezzata dal giovane, ma nonostante ciò sempre presente sotto forma di un sasso che nasconde però il volto.
Ed è così che dapprima il conflitto con la moglie mansueta che però gli rimprovera un simile lavoro e poi quello paterno troveranno una soluzione forse un po' ovvia, ma senz'altro credibile in un finale impregnato di melodramma sincero, in cui l'ultima vestizione assurge a rito conciliatorio.
Nonostante la tematica possa far pensare ad un film drammatico e cupo, il risultato invece è tutt'altro che pesante, anzi i ripetuti tentativi di schivare la lacrima facile sono ottimamente riusciti, avvalendosi anche di una buona dose di umorismo nero (esilarante in tal senso la scena delle riprese video per il dvd esplicativo), che conferiscono alla storia una leggiadria che la rende assolutamente gradevole.
Nel contempo la riflessione sul rapporto con la morte e sul dolore che consegue alla perdita è molto ben descritto soprattutto nei momenti in cui vediamo all'opera Daigo, che risultano essere senz'altro i momenti più belli del film.
La minuziosa descrizione di un rito tradizionale, quasi in disuso ormai, mostra come esso abbia una duplice funzione: preparatoria al trapasso nell'aldilà per il defunto, consolatoria per i congiunti che offrono il loro ultimo omaggio pietoso e gli conferisce un ruolo quasi esorcizzante verso il contatto ravvicinato con la morte.
La regia di Takita è molto sobria, in classico stile nipponico ma, come detto, ha l'indubbio pregio di condurre il film su binari in cui sorriso e dolore, commozione e melodramma sono molto ben miscelati, senza facili trucchetti; bravissimo Masahiro Motoki nel ruolo di Daigo , un po' meno convincente Ryoko Hirosue nel ruolo di Mika , moglie di Daigo, un po' troppo incline all'occhio sbarrato e al sorriso forzato, ma soprattutto spicca Tsutomo Yamazaki nel ruolo del mastro becchino, grande attore di kurosawiana memoria che tinge del giusto carisma quello che è il personaggio più bello del film.

2 commenti:

  1. l'ho visto l'altro giorno e sono del tutto d'accordo con le tue parole.
    il maestro becchino è perfetto, Daigo bravissimo, gli altri "solo" bravi.
    bravissimo il regista a passare spesso dalla commozione all'umorismom

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  2. Infatti Isamele, credo che il maggior pregio di questo film sia la sottile ironia sempre presente che fa sì che non scada nel lacrimoso gratuito.

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