venerdì 30 aprile 2010

Ne te retourne pas ( Marina De Van , 2009 )

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Gli strappi ricuciti dell'anima e della mente

Dopo lo straordinario esordio con Dans ma peau , Marina De Van attinge a piene mani allo star system affidando il ruolo di protagonista a due fra le più acclamate attrici del cinema francese per raccontare una storia che si allontana (ma non del tutto) dallo strazio corporeo dell'opera prima , indagando invece sul marasma interiore , tanto simile alla schizofrenia e ai disturbi della personalità senza però mai assurgere francamente a patologia conclamata.
Jeanne è una scrittrice di biografie di successo  che stanca di raccontare degli altri , decide di lanciarsi nel romanzo autobiografico, con risultati pessimi; l'editore rifiuta il suo lavoro considerandolo brutto.
La donna, spinta a scrivere il libro dalla sua voglia di conoscere alcuni buchi neri della sua infanzia, inizia a dare segni di malessere interiore: vede cambiare tutto intorno a lei, madre, marito e figli compresi, ha frequenti crisi di amnesia ed in ultimo subisce una cronenberghiana trasformazione nel suo aspetto fisico. 
Convinta che il suo preoccupante stato trovi origine in qualche episodio dell'infanzia , intraprende un viaggio verso Lecce dove probabilmente troverà risposte ai suoi dubbi.

Il finale , forse troppo consolatorio, chiarirà tutto, donandoci immagini da copertina stile rivista glamour.
Va subito detto che, pur non risultando assolutamente la porcata che molti critici hanno voluto farci credere, il film rimane ben lontano dall'angosciante e straordinaria opera prima, ma non per questo non risulta sufficientemente valido.
La regista possiede grande sensibilità , soprattutto riguardo al mondo della sofferenza, e la descrizione del percorso a ritroso di Jeanne verso una riappacificazione con se stessa, offre momenti belli e degni di nota, avvalendosi ancora una volta della "corporalità" che in Dans ma peau era esaltata al parossisimo e qui solo accennata, dapprima nella trasformazione fisica della protagonista e poi nel fiorire di cicatrici, bubboni, piaghe che affiorano sul suo corpo, estrinsecazione di un dolore vissuto anzitutto con le carni.
Il pregio maggiore della pellicola però risiede nella maniera in cui la regista nasconde le carte, lasciandoci fin quasi alla fine in bilico tra ossessione patologica e passato che ritorna; il dubbio che Jeanne sia una pazza ossessionata viene solo fugacemente scalfito da piccoli episodi, fino al sottofinale a chiara impronta thrilleristica con tanto di dichiarata chiave di lettura.
Marina De Van dimostra  anche stavolta notevole eleganza stilistica (influsso Ozoniano ? ) , offrendo tra l'altro dei bellissimi scorci barocchi di Lecce senza cadere nella cartolina turistica e sa tenere il filo del racconto ben teso.
Sophie Marceau e Monica Bellucci interpretano i due volti di Jeanne, con un frammento di alcuni minuti in cui la trasformazione è in divenire ed il volto è per metà dell'una e metà dell'altra , con risultati orribili a dire il vero nonostante la bellezza esplosiva delle due attrici; le due oltre che belle risultano anche brave donando inquietudine e profondità al personaggio di Jeanne.

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