lunedì 10 maggio 2010

City of life and death ( Lu Chuan , 2009 )

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Guerra e kolossal

Filmone con livrea da kolossal hollywoodiano che narra la caduta di Nanchino per mano giapponese nel 1937 e degli eccidi di civili che fecero seguito all'occupazione dell'esercito imperiale, City of life and death si presenta come un lavoro in cui il facile sdegno va a braccetto con una sostanza molto flebile.
L'ambientazione curata, a metà strada tra Schindler's List e film di guerra classico , in cui lo schermo viene riempito per interminabili minuti da battaglie tra case diroccate e fumanti e momenti di puro orrore bellico e che si avvale di un bianco e nero visto già troppe volte, non è sufficiente a far sollevare la pellicola da un livello appena decente: filmare l'orrore della guerra, gli stupri , le mitragliatrici che sputano fuoco è esercizio che rende sempre dal punto di vista emotivo estemporaneo, ma che a conti fatti lascia pochissimo, in quanto già tutto visto e, ahimè, metabolizzato,  tanto da creare una sorta di cinismo cinematografico.
A poco serve inserire nel contesto storico vicende personali e drammi individuali che rimangono troppo lontani, sovrastati dall'enormità dell'evento epocale.

Il film, sia chiaro, per l'aspetto fin qui descritto funziona bene, ma alla lunga lascia addirittura momenti di noia, troppo evidente risultando l'operazione: cioè quella di raccontare un evento storico, per di più con l'occhio inevitabilmente parziale, attingendo a tutti i canoni classici funzionali al montare dello sdegno e dell'orrore.
L'impianto da kolossal dona alla pellicola anche una falsa aura epica e la regia asseconda questo aspetto, pur risultando molto scrupolosa e tecnicamente valida.
Solo il finale, criticato da molti, cerca di uscire dai binari prestabiliti mostrandoci come la differenza tra la vita e la morte può essere in un breve tratto di prato,  lasciando in sospeso la domanda se , a certe condizioni, sia più facile vivere piuttosto che morire.
Alla fine, comunque, rimane un senso troppo profondo di già visto e il sopetto di una operazione fine a se stessa, troppo semplice da compiere.
Devils on doorstep di Jiang Wen raccontava gli esiti della guerra cino-giapponese in maniera diametralmente opposta , solo il bianco e nero accomuna i due lavori, a dimostrazione che per  dirigere un film di guerra che colpisca è necessario tirare fuori dal cilindro un autentico capolavoro.

2 commenti:

  1. bella recensione, che mi frena un (bel) po'.

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  2. Alla fine iosif la visione la merita tutto sommato, però rimane un film un po' troppo superficiale, seppure ben confezionato.

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