lunedì 3 maggio 2010

Rule number one ( Kelvin Tong , 2008 )

*****
I fantasmi non esistono

E' del singaporegno Kelvin Tong uno degli horror movie più interessanti degli ultimi anni, un film che sposa in maniera armonica ghost story e thriller , offrendo di ognuno dei due generi una interpretazione elegante e sfiziosa.
Sia chiaro, nulla di particolarmente nuovo all'orizzonte, ma la storia genera suspance e regala momenti belli affidandosi con sapienza ad alcuni dei clichè classici del cinema di genere, con tanto di citazione nakatiana a base di lunghi capelli neri e di ambientazioni marlowiane in cui stanchezza e vite consumate vanno a braccetto.
La regola numero uno del film è che "i fantasmi non esistono" ,tanto ufficiale quanto falsa per la polizia di Hong Kong ,al punto che esiste un dipartimento degli affari generali che si occupa di farla rispettare onde impedire il diffondersi del panico.
Che i fantasmi invece esistono lo capiamo subito dalla prima scena e verrà sancito solennemente nel finale e i due ghostbusters, il sergente Lee e l'ispettore Wong  , fra doppi e tripli colpi di scena, avranno modo di rendersene conto sulla propria pelle.

Ma alla fine ben più importante risulta essere la regole numero tre e cioè che" le cose non sono mai come sembrano" , esplicata con gran classe dal regista nel doppio binario narrativo conclusivo, in cui anche sul volto di un fantasma può scorrere una lacrima.
Una prima parte in cui la ghost story ha il sopravvento, presentandoci degli arhcetipi di fantasma forse già troppe volte visti, lascia il posto ad una seconda in cui il thriller e l'azione la fanno da conduttori, alternandosi momenti da clima crepuscolare fatto di wiskey e sigarette ad altri in cui gesti di violenza esplodono con parossismo e con il curioso e gustosissimo intermezzo ballerino in cui campeggia un rosso vermiglio T-Rex gonfiabile.
Le figure dei due poliziotti , ben interpretati da un bravo Shawn Yue e da un Ekin Cheng perfettamente a suo agio nel ruolo dello stanco e navigato ispettore Wong, costituiscono l'asse portante della storia, animati da curiosità investigativa e da un ruolo forse catartico per spazzare via dal loro essere i fantasmi che si trascinano dietro.
Tong sembra molto a suo agio nel manipolare la storia alternando generi diversi e arrichendola di citazioni mai fuori luogo, tra le quali spicca, su tutte, quella di Suicide Circle, arricchita, con molto sense of humor, dalla catena formata dai capelli.
Non sarà un film che riscrive la storia del cinema horror e neppure del thriller, ma sicuramente dimostra che , soprattutto ad oriente, ancora si riescono a concepire pellicole ben costruite e che svolgono il loro compito in maniera più che degna, muovendosi con classe e leggerezza tra generi abusatissimi e , spesso, insozzati da prodotti scadenti.

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