giovedì 27 maggio 2010

The show must go on ( Han Jae-rim , 2006 )

*****
La dura vita del gangster

Operazione egregiamente riuscita: costruire una storia al cui centro domina incontrastato uno dei più bravi attori orientali di oggi (Song Kang-ho), miscelare con brillantezza dramma e commedia , gangster movie ed ironia, ritmare il film anche grazie ad una pregevole colonna musicale; il risultato è di quelli che soddisfano e sorprendono e che lasciano la sensazione di non aver buttato via due ore del proprio tempo.
Non che l'operazione sia particolarmente originale, anzi, ma nel mare magnum di un genere che in Corea produce schifezze quasi quanto in Italia, questo lavoro si ritaglia un posto tra le produzioni più azzeccate degli ultimi tempi.
La trama tutto sommato è abbastanza banale e semplice: In-gu è un gangster molto sui generis, combattuto eternamente tra il suo lavoro, per il quale non sembra particolarmente tagliato, e la famiglia che disapprova i suoi affari fino a far crescere un odio viscerale verso di lui; lui da parte sua vive il suo lavoro con lo stesso stato d'animo che può avere un qualsiasi lavoratore alla ricerca dell'agio e di condizioni economiche migliori che gli consentano di potere comprare una casa nuova e di mandare i figli a studiare all'estero.

Quando l'affare che potrebbe dare una svolta alla sua vita gli viene soffiato da sotto il naso dal fratello scemo e inetto del capo, In-gu non ha altra scelta che far valere le sue ragioni con la forza; il risultato sarà una sconfitta su tutto il fronte: scia di morti, galera , famiglia che lo molla e per finire una capriola a 180 gradi che lo porta , dopo inutili promesse a mollare tutto, sulla sponda del clan rivale con cui aveva combattutto fino a poco prima. Lo show deve continuare, anche quando si rimane soli davanti ad un mega schermo a guardare una videocassetta in cui la famiglia lontana gli mostra quello che avrebbe dovuto essere la sua vita e che invece non è.
Il film, come detto, è costruito quasi su misura per Song, il quale da parte sua è bravissimo nel passare dal comico al dramma, confermando una versatilità fuori del comune, ma sarebbe sbagliato pensare a questa pellicola come ad un esercizio di recitazione dell'attore protagonista; il regista sa far scivolare bene il tragico nel comico, orchestrando i vari momenti della storia con indubbia capacità, porta alla luce con chiarezza il conflitto di inadeguatezze del protagonista, come gangster e come capo famiglia, al punto di sucitare un sottile sentimento di simpatia e tenerezza verso di lui, costruisce alcune scene ad impianto drammatico con canoni assolutamente comici (vedi la battaglia nel cantiere tra malviventi e muratori), sa articolare con brillantezza, che sfocia a volte nell'esilarante, momenti che strappano risate sincere ( il colloquio con l'insegnante della figlia, i duetti con l'amico-rivale del clan avversario); ma soprattutto dipinge con una forte carica di ironia il difficile mestiere del gangster, racchiuso nella sua solitudine impenetrabile.
Un film bello, insomma, ottimamente diretto che scorre con leggerezza, senza eccessi e con eleganza; peccato, al solito, che pellicole come questa passino totalmente ignorate da noi, grazie ad un atteggiamento che ormai suona di puro ostracismo.

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