sabato 5 giugno 2010

Vibrator ( Ryuichi Hiroki , 2003 )

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Esistenza fragile e amore impossibile.

L'ottima impressione destata da It's only talk ha reso necessario un approfondimento dell'opera di Ryuichi Hiroki , che proprio con questo Vibrator ha iniziato ad ottenere riconoscimenti meritati anche al di fuori della madre patria.
E' un lavoro che si muove sulla stessa lunghezza d'onda del seguente, risultando forse meno duro, ma pur sempre angosciante in alcuni momenti.
E' la sera di S.Valentino e Rei, tormentata dalle voci che la perseguitano e la flagellano, vaga per il piccolo supermarket alla ricerca di vino (bianco e tedesco); la sua esistenza è di quelle fragili, che si dibatte tra anoressia, insonnia e insicurezze; il soliloquio iniziale, sussurrato e tutto interno alla sua mente imprime subito il segno sulla storia. Vorrebbe avere anche lei, forse, un fidanzato con cui festeggiare, ma alla fine conclude che si tratta solo di stupidaggini; quando nel negozio entra un giovanotto biondo platino, Rei è mossa da improvvisa attrazione, carnale e fisica.
Il giovane è un camionista che gira per il Giappone col suo camion giallo e che , sotto una nevicata che dona poesia , accoglie la ragazza nel suo piccolo mondo su quattro ruote fatto di coperte , di cuccette e di parcheggi.

Sembra l'inizio di una storia d'amore, di quelle in cui due solitudini cercano anzitutto un contatto fisico che dia calore : solcano le strade innevate a bordo del camion , amoreggiano, parlano, ma il muro che Rei ha steso davanti a sè resiste e non cade.
Tante parole scorrono, storie di vita, di yakuza, menzogne che servono a celare un vuoto nel quale c'è spazio solo per una solitudine sconfinata, e Rei continua a sentire le voci, vomita in continuazione, sta male , vive momenti di angosciosa depressione (straziante la scena nella stazione di servizio); il ragazzo biondo ossigenato è impotente di fronte a tanto dolore che paralizza, nonostante provi per Rei un sincero sentimento.
Dopo tanto girovagare, con modi che sembrano quasi scimmiottare il road movie, il camion torna davanti a quel supermarket, dove le due vite tornano ad allontanarsi, ma ,seppur immerse nuovamente nella solitudine, forse qualcosa è cambiato.
Grazie ad una regia bella che fa della misura il suo pregio e nonostante il tema possa indirizzare verso un clima pesante, il film, pur procedendo ad un ritmo lento, risulta mai noioso, a volte impregnato di un clima straziante che deriva dalla assoluta intellegibilità della condizione di Rei, trattata senza ridondanze e con discrezione, ma al contempo con un efficacia che colpisce profondamente.
Ancora una volta l'incomunicabilità, l'incapacità di rapportare se stessi con l'altro, il prevalere delle parole sui semplici gesti empatici segna il limite di una esistenza soverchiata dal malessere di vivere.
Hiroki mostra una sensibilità fuori dal comune , dipingendo un personaggio, quello di Rei, che rimane profondamente impresso e che trasmette la sua profonda inquietudine trasformandola, in chi guarda, in tenera compassione.
Il film infine poggia le sue solide basi anche sulla convincente interpetazione di Nao Omori nella parte del biondo camionista e, soprattutto, su quella magnifica di Shinobu Terajima nel ruolo di Rei, straordinaria nel trasmettere la fragilità che pervade la protagonista.

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