domenica 18 luglio 2010

Cous Cous ( Abdellatif Kechiche , 2007 )

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Il cous cous che unisce

Affresco franco-maghrebino del nuovo millenio che ritrae gli immigrati di seconda generazione, coloro i quali, seppur con qualche difficoltà, hanno ottenuto una certa integrazione, cercando di mantenere vivo l'impronta culturale che deriva dalle loro origini, Cous Cous è un film che ondeggia tra neorealismo e sociale, dramma e sentimento, privo però di qualsiasi ruffiano mezzuccio tendente a ingannare lo spettatore.
I protagonisti, una comunità di immigrati maghrebini che ruota intorno ad una famiglia allargata numerosa, sono personaggi ben disegnati, che vomitano, quasi tutti, fiumi di parole (raro esempio di film inguardabile sottotitolato) ma che si stagliano con limpida chiarezza nel marasma dei problemi , grandi e piccoli, che li affliggono.
La storia ruota intorno alla figura di Beiji, sessantenne capofamiglia in disarmo sul lavoro e nella vita privata: al cantiere navale presso Marsiglia non c'è più posto per lui, la globalizzazione avanza e lui, ormai francese ,è manodopera troppo cara, meglio affidarsi ad extracomunitari dalle poche pretese; vive nell'albergo della sua compagna , dopo avere abbandonato la moglie e i figli , cui però continua a fare visita regolarmente.
Spronato dalla figlia della sua nuova compagna ,che gli è molto affezionata, una volta perso il lavoro, cercherà di dare corpo al suo sogno di trasformare un barcone diroccato in un ristorante dove servire l'ottimo cous cous cucinato dalla moglie.
Seppur tra difficoltà economche, ripicche , malumori tra le due famiglie dell'uomo, la solidarietà di parenti e amici si mette in moto, cercando di superare gli impedimenti burocratici: una cena organizzata per cercare di strappare i permessi, mostrando l'eccellente lavoro svolto, si trasformerà in un quasi giallo dai contorni hitchcockiani in uno spasmodico crescendo a ritmo di danza del ventre; quando tutto sembra tornare al suo posto, il fato ( o il malocchio ,tante volte citato nel film) emetterà la sua sentenza.
Sta proprio nel finale convulso, tra un ventre che si muove sensualmente a distogliere l'interesse dei conviviali dal cous cous che non arriva in tavola  e una corsa affannata ,che il film da il meglio di sè,  con la beffa che aleggia, proprio quando tutto sembra remare dalla stessa parte.
Lo spaccato di vita famigliare che Kechiche presenta è vivo e solo qualche volta sembra segnare un po' il passo; le gelosie , le invidie , le dinamiche che percorrono la grande famiglia sono ben descritte dando sfogo ad una logorrea dei protagonisti che a volte sembra anche esagerata, contrapposta al quasi mutismo di Beiji, il cui volto segnato dalla vita parla già abbastanza; il regista amplifica questo taglio incollando la macchina da presa alle facce dei protagonisti, verso i quali ben presto lo spettatore prova sincera simpatia nella loro tenace ricerca di una scalata sociale che ne mitighi i travagli di tutti i giorni.
Lo stampo neorealista funziona abbastanza bene quindi, semmai qualche dubbio può sorgere su una certa insistenza con la quale si indaga sulle dinamiche dei rapporti parentali, affiorando qua e là una certa prolissità.
Il film comunque è valido e nel suo beffardo finale, ammantato di un fatalismo che non disturba, trasmette un messaggio tutto sommato di ottimismo: la solidarietà può forse fare il miracolo, anche a dispetto di un destino cinico.
Da segnalare, come detto, la bellissima e coinvolgente danza del ventre finale, autentica ciliegina sulla torta dell'interpetazione splendida e sorprendente di Hafsia Herzi (premiata a Venezia) : una sensualità ed una vitalità che fa da sottofondo ad una vicenda umana che colpisce.

7 commenti:

  1. a volte la psicomagia è allarmante. rileggevo 30 secondi fa quel che ho scritto di cous cous 3 anni fa, perché pare lo ridiano, qui a bologna. è uno dei film che mi ha fatto più soffrire. fisicamente. insopportabile.

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  2. Film interessante (vale la visione) ma estenuante, la tira davvero troppo per le lunghe: e il regista si è anche lamentato per essere stato costretto ad alcuni tagli! Di Kechiche mi è piaciuto di più "La schivata" (L'esquive), più compatto e minimalista.

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  3. @iosif : in effetti ci vai giù pesante nella tua recensione, ed è giusto così, anche a me certi film fanno imbufalire fino all'insulto, però, pur non ritenendolo un capolavoro, a me non è dispiaciuto, il nucleo del film non è male, il contorno spesso sì.
    @Christian: vero , spesso è prolisso e logorroico (la scenata finale della moglie di uno dei figli, porterebbe allo stremo anche un santo), La schivata non l'ho visto ancora, ti farò sapere.

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  4. a me è piaciuto molto, forse in questi tempi moderni è troppo "neorealista", l'ultimo di Akin me l'ha fatto ricordare, forse solo per motivi gastronomici.

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  5. Soul Kitchen rimane pur sempre nel solco della commedia, questo, in cui forse c'è addirittura un eccesso di neorealismo, risulta alla fine un dramma beffardo.

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  6. Son d'accordo con chi non ha apprezzato questo film: troppe chiacchiere, troppa prolissità fine a se stessa; in effetti il finale , nel suo insieme, è una delle poche cose che salvo.

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  7. Sulla prolissità siamo d'accordo, è il vero punto debole del film.

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