giovedì 1 luglio 2010

Kynodontas ( Yorgos Lanthimos , 2009 )

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L'agghiacciante vuoto bianco


Premiato a Cannes nel 2009 nella sezione "Un certain regard" , questo film greco è di quelli destinati a far discutere e pensare molto, tante sono le possibili chiavi di lettura alle quali può essere sottoposto.
Sicuramente però si tratta di pellicola che non passa inosservata e che non produce sentimenti a mezza strada: comunque lo si voglia leggere rimane un film che colpisce con estrema forza, la stessa che è capace di suscitare un Haneke , ad esempio, primo paradigma venuto in mente durante la visione del film.
La grande villa immersa nel verde e con piscina ha le pareti bianche in ogni stanza, una siepe altissima e una palizzata la nascondono dall'esterno bruciato dal sole e desolato: qui vivono come reclusi i 3 figli (un maschio e due femmine, senza nome e senza età, intuiamo all'incirca ventenni) di una coppia attempata che ha deciso di riservare loro una vita isolata, protetta e lontana del mondo , in un microcosmo dove tutto è arbitrario e nulla oggettivo, dove l'annichilimento è legge e il cervello è privo di ogni capacità cognitiva.

Tutto è governato dai genitori , persino il lessico: il sale si chiama telefono, il mare è una poltrona, la fica è una lampada grande e gli zombies sono dei fiori gialli. I giovani sono felici della loro vita artificiale, non conoscono altro modo di vivere, parlano e si muovono come eterni fanciullini, l'annientamento è completo, sanno (estrema alienazione) che potranno uscire solo quando cadrà il dente canino.Unico contatto con l'esterno una donna che funge da mero oggetto sessuale per il ragazzo, procacciata dal padre e condotta bendata in villa.
Sarà questa donna, involontariamente e per puri scopi lesbici, ad aprire una fessura nella vita della figlia più grande: il grimaldello sarà il cinema di Rocky e de Lo squalo, estremo atto di salvataggio per una esistenza allucinata.
Definire agghiacciante questo film non credo sia una iperbole, così come leggerlo come una maestosa metafora sull'assolutismo che si appropria della mente prima che del corpo: di certo assistiamo alla cancellazione progressiva della persona e al suo ridurlo a semplice oggetto delle proprie smanie di possessione. Non fosse per l'incombente clima disturbante alcuni momenti sarebbero di una assoluta cinica comicità ( Frank Sinatra che canta spacciato per il nonno dei giovani che inneggia alla famiglia e alla armonia, le riprese amatoriali della famiglia usate come intrattenimento serale davanti alla tv); sono invece momenti che conducono al buio dell'anima e al parossismo ( l'incesto tra fratello e sorella come surrogato dello sfogo sessuale non più attuabile dalla donna portata dal padre).
Ecco allora che la follia della normalità che ci ha magnificamente illustrato Haneke viene a galla prepotente, il racchiudersi all'interno della propria follia microcosmica assurge a visione nerissima del mondo e la possibilità di aprire uno squarcio nella mente divorata dal nulla sta tutta in qualcosa di magico esterno, capace di creare una nuova realtà, che per quanto romanzata e sceneggiata è sempre più rispondente al vero del bianco vuoto di una villa immersa nel verde piena di zombie e di gattini mangiatori di bambini.

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