venerdì 23 luglio 2010

Le tre scimmie ( Nuri Bilge Ceylan , 2008 )

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Quando l'immagine si disgiunge dalla narrazione

Il lavoro del regista turco Nuri Bilge Ceylan, premiato a Cannes per la miglior regia, si presenta come un film  dalla struttura nettamente dicotomica: notevolissimo nella regia e nell'aspetto visivo, assolutamente deficitario sul piano narrativo, creando un prodotto finito di non facile giudizio.
Se la bravura di Ceylan nel sapere presentare immagini  e inquadrature sublimi ne esce ulteriormente rafforzata, la sceneggiatura e il piano narrativo risultano prive di forza, quasi fastidiose a tratti, essenzialmente per la mancanza di una profondità del racconto che pure si prestava a simili esercizi.

La storia , scarna , ruota intorno a quattro personaggi che risultano tra loro legati in maniera fortemente ambigua: il politicante Servet causa un incidente stradale in piena notte e, temendo per la sua carriera politica, propone al suo autista Eyup di finire in galera al posto suo in cambio di un bel gruzzolo di soldi; l'uomo accetta, lasciando moglie e figlio sfaccendato al loro destino.
Servet , da buon viscidone , quando la moglie andrà a chiedere un anticipo della somma pattuita, proporrà l'antico e sempre valido baratto: soldi per sesso. La donna invece vivrà la situazione come una focosa infatuazione , il figlio scopre la tresca e Eyup , dopo nove mesi torna a casa; naturalmente la vicenda esploderà fino ad un epilogo che vuol dimostrare come sia semplice imparare in fretta le lezioni della vita.
Tralasciando la dozzinale tematica dei soldi che fanno muovere il mondo, c'è da dire che la situazione da cui parte la storia, con relative dinamiche interpersonali  all'insegna dell'ambiguità e dell'omertà che rimanda alla famose tre scimmiette, poteva essere sviluppata con maggiore efficacia; invece assistiamo a silenzi imbarazzanti che non dicono nulla, suonerie di telefonini che assurgono, fastidiosamente, a filo conduttore, e contestualmente a grimaldello, delle vicende; anche il ritratto di una famiglia che con imbarazzo fa fronte alle difficoltà della vita, avviandosi alla disgregazione, è debole e priva di mordente; dulcis in fundo, il dramma represso e mai rimosso che dona un aura di tragicità al nucleo famigliare appare quasi un inutile orpello che serve solo a creare un clima artificioso di sventura incombente.
E, ripetiamo, è un vero peccato che la storia non regga il confronto con le immagini e la capacità del regista di confezionarle: il risultato quindi, al contrario di Uzak, è una certa noia insinuante per tutta la durata del film, tanto misero è il tentativo di scandagliare in profondità gli aspetti psicologici dei protagonisti.
Se esercizio stilistico voleva essere , il risultato è senz'altro valido, ma il segno che lascia il film nella sua intierezza è veramente poca cosa.

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