sabato 10 luglio 2010

M ( Ryuichi Hiroki , 2006 )

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Esistenze fragili e un po' di confusione

Ryuichi Hiroki è  considerato unanimemente uno dei registi giapponesi più bravi e  interessanti , narratore di storie umane spesso al limite, con personaggi che portano alla ribalta disagi diffusi. Anche M , film del 2006, si iscrive a pieno titolo nella lista dei film del regista che scrutano e sviscerano situazioni che trovano origine in quello che una volta si definiva il "male di vivere".
In questo lavoro è una famiglia all'apparenza come tante, coniugi giovani e marmocchietto annesso, a finire sotto la lente di ingrandimento di Hiroki: ben presto si capisce che quella che sembra una situazione famigliare molto borghese e molto normale, altro non è che è un covo di malesseri, solitudini e disperazioni; la moglie , apperentemente solo per noia della routine, si lancia nel mondo delle chat per incontri sessuali e finisce tra le braccia di un yakuza-pappone, il marito ben presto scopre la cosa ma tace, mostrando l'assoluta incomunicabilità che regna nel microcosmo. In questo contesto si inserisce quasi come un transfert la storia di un giovanotto che porta con se un'altra gerla bella piena zeppa di traumi infantili e di solitudine e che decide di assurgere a salvatore della donna dalle vessazioni del malvivente.

Il passato ritorna a galla  e spinge a comportamenti fin troppo chiari dal punto di vista psicologico, tutti nutriti da una enorme spinta autodistruttiva e flagellatoria.
Il finale sembra acquietare tutto, ma forse è solo un coperchio messo a coprire e pronto ad esplodere nuovamente.
Descrivendo gli eventi con una miscela di morbosità e di angoscia, che contribuisce non poco a creare un clima di costante disagio, Hiroki arrichisce le sue carrellate sui malesseri interiori di uno spaccato sulla famiglia, sulla 'ineluttabilità del passato che torna a farsi vivo e sulle esistenze vuote come fantasmi: pizzica forse troppe corde (amore, morte suicidio, sesso, incesto etc etc), a volte anche con troppa superficialità e conseguenti ovvietà, però il lucidissimo senso di fragilità che pervade i personaggi è forte e plasma alla perfezione il film, risultando l'aspetto più bello. D'altronde Hiroki già con It's only talk e Vibrator, lavori nettamente superiori a questo, aveva dato prova di sapere narrare la fragilità umana come pochi.
Senz'altro la figura di Satoko, moglie modello e squillo al servizo dello yakuza. è quella che si staglia con maggior efficacia su tutta la storia, mostrando se stessa non come vittima soltanto (ed in parte lo è) , ma come artefice delle sue gesta , dettate da rimembranze del passato, sensi di colpa e ricerca di un appagamento illusorio; in questo è perfettamente in linea con le protagoniste dei precedenti lavori di Hiroki.
Meno organico con la storia, anzi forse addirittura forzato, appare l'incrocio delle esistenze di Satoko stessa e di Minoru, quasi un suo alterego alla resa dei conti, che nel finale troverà una congiunzione effimera ma risolutiva.
Comunque Hiroki anche quando  dirige lavori non certo memorabili come questo, mostra tutta la sua fulgida bravura tecnica e la sua grande capacità nel costruire il film con riprese dove luce e colori sono ottimamente maneggiati e dove le tematiche  sono offerte nella maniera più naturale, senza schermi e senza mezze misure.

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