mercoledì 21 luglio 2010

Night and fog ( Ann Hui , 2009 )

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Spietato dramma famigliare

Grandi riconoscimenti nello scorcio iniziale del 2010 per questo lavoro di Ann Hui : la nomination a miglior regista, miglior attore e migliore attrice all'Hong Kong Film Awards e premio per la migliore regia all'Asian Film Festival di Roma; ed in effetti è un riconoscimento meritato per la storica regista del cinema HKese, ma anche per i protagonisti, per un film che, almeno sul piano della regia  della tecnica e della interpretazione,  è senz'altro valido e bello.
E' un drammone toccante in cui si fanno strada aspetti sociali e in cui viene narrata con estrema lucidità una storia di violenza famigliare , specchio e conseguenza di una società disagiata e disumana che stenta ad accettare gli immigrati provenienti dalla Cina continentale all'ombra dei grattacieli di Hong Kong.
Ann Hui mostra subito l'epilogo drammatico, scoprendo sin dall'inizio le carte su di un ambiente famigliare che vede protagonisti Sum , Ling e le loro due bambine; lei è da poco giunta nella ex colonia, dopo avere sposato l'uomo e i lunghi flashback ci mostrano la coppia nell'arco della loro storia, felice all'inizio, ma che già covava i germi del malessere; viceversa le indagini della polizia portano ad altri flashback , più recenti, in cui viene narrata l'escalation di violenza e di terrore cui sono sottoposte Ling e le sue figlie. Sum è personaggio tra i più detestabili che il Cinema abbia mai messo in mostra e la sua condotta violenta verso la moglie, rea solo di lavorare in un fast food, si esercita con brutale continuità , fino a che Ling , stanca della situazione, fugge via presso un centro di assistenza dove troverà solidarietà ed amicizia.
Il finale ,agghiacciante nel suo silenzio e nelle immagini ,ci riporterà alle scene iniziali quando la mattanza è stata già compiuta, chiudendo un cerchio tragico.
Il dramma famigliare quindi, per certi versi anche inspiegato, fa da fulcro per una pellicola in cui una malcelata critica alla organizzazione sociale di Hong Kong si affaccia spesso e volentieri unita alla denuncia di una condizione femminile ancora precaria, retaggio di tradizioni ataviche; la famiglia come specchio di un disagio profondo in cui trovano sfogo gli istinti più brutali, purtroppo, ed è un limite del film, non sufficinetemente esplorati ed indagati: creare l'immagine di personaggio maschile così bieca solo mostrandone i suoi aspetti violenti e malsani , senza indagare a fondo sulla psicologia del personaggio, toglie spessore all'aspetto umano della storia, che per il resto è ottimamente condotta, grazie allo sguardo partecipe  da varie angolature di tutti i personaggi di contorno chiamati in causa dalle indagini di polizia.
L'andamento discontinuo del film, in cui esplosioni improvvise e momenti di apparente immobilità si alternano, dona un fascino drammatico alla pellicola, in cui la mano ferma ed elegante di Ann Hui non passa inosservata, soprattutto nelle sequenza del massacro in slow motion, in un silenzio che impaurisce e in cui le immagini dapprima simulano in maniera ingannatrice e poi mostrano l'orrore in tutta la sua pienezza.
Straordinaria l'intrepretazione di quel formidabile attore che è Simon Yam, che aggiunge forse il suo personaggio più odioso alla già ricca carrellata di brutti ceffi, e bellissima anche quella di Zhang Jingchu nel ruolo di Ling, soprattutto per quel senso di innata fragilità che mostra.

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