giovedì 22 luglio 2010

Sulle mie labbra ( Jacques Audiard , 2001 )

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Metamorfosi e rinascita

Mescolando abilmente vari registri narrativi e generi, Jacques Audiard dirige questo lavoro, in cui viene messo in scena l'incontro di due solitudini, diverse all'apparenza ma intimamente uguali , in cerca di riscatto , che passa attraverso una iniziazione a nuove forme di esistenza: sta nella metamorfosi dei due protagonisti che avviene per un meccanismo osmotico l'aspetto più interessante.
Carla è una giovane donna sorda cui solo gli apparecchi acustici portano i rumori di un mondo dal quale spesso lei vuole estraniarsi, la sua vita è quanto di più normale e grigio possa esistere, con un lavoro   in cui sono più le vessazioni che subisce che le soddisfazioni che offre, anche in funzione del fatto che la sua capacità a leggere le parole anche a distanza non le risparmia nulla dei giudizi e dei lazzi dei suoi colleghi di lavoro. Paul è un poco di buono appena scarcerato che viene assunto come assistente di Carla cui, naturalmente, ben presto l'ambiente in cui è vissuto torna a chiedere il conto.
La diffidenza prima, l'interessato mutuo soccorso poi, porterà i due a stretto contatto, con un sottofondo di sottile attrazione inespressa.
La vicinanza dell'uomo col quale crea un legame di vicendevole complicità, porta Carla alla scoperta di un mondo che sembra essere lontano anni luce dai suoi silenzi e dalla sua esistenza in cui trova posto solo un celato feticismo come soddisfazione sessuale, ma soprattutto scoprirà un suo lato intimo molto meno propenso al grigiore e alla routine nella quale è ingabbiata e senz'altro meno angelico.
E' veramente una rinascita della personalità, un battesimo di fuoco verso un mondo in cui ancora la forza  serve per affermare se stessi , quello che accadrà alla donna, seguendo un ritmo e una suspance da autentico thriller (non riuscitissimo a dire il vero) fino all'esito che suona tanto di rivincita personale e di liberazione.
Se il manipolare vari generi è sempre stato esercizio stilistico affascinante, è altresì vero che l'operazione di per sè non sempre riesce, ed è questo probabilmente il limite maggiore del film di Audiard: quando la storia vira chiaramente verso il noir, la pellicola perde qualcosa colorando i due protagonisti con le tinte dei supereroi invincibili. Nella prima parte in cui viene presentato il profilo di Carla prima e di Paul poi ed il loro morbosamente sottile rapporto, il film da il meglio di sè, soprattutto nella descrizione dell'handicap della donna e dei suoi lunghi volontari silenzi uditivi che tolgono colore e voce al mondo e della subitanea deflagrazione che l'ingresso dell'uomo nella su vita rappresenta.
Indubbiamente Audiard è bravissimo nel descrivere la metamorfosi che subisce Carla (antesignana del protagonista de Il profeta) e nel raccontare l'esaltazione delle capacità sensoriali che accompagna sempre chi è privato di uno dei sensi, così come è abilissimo nel creare un clima inquietante con piccole striature morbose: un agnello che si trasforma in lupo e cova la sua vendetta è sempre esercizio notevole quando viene presentato con l'efficacia che utilizza il regista; tutti aspetti che rendono il film comunque valido, al di là dello scadimento formale che si ha con il viraggio al thriller e all'assolutamente inspiegabile vicenda legata al personaggio che deve vigilare sulla buona condotta fuori dal carcere di Paul.
Bravi sia Vincent Cassel, sempre a suo agio in questi ruoli al limite ed Emmanuelle Devos che dona grande espressività alla metamorfosi di Carla.

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