lunedì 4 ottobre 2010

Lost in translation ( Sofia Coppola , 2003 )

Giudizio: 8/10
Rivisitazioni cinematografiche
La finestra sulla solitudine

Ri-visione propedeutica all'ultimo lavoro vincitore a Venezia, Lost in translation, conferma l'ottima impressione ricevuta al primo impatto. Da allora Sofia Coppola si è giustamente meritata la fama di regista emergente e si è scrollata di dosso tutte le insinuazioni e i dubbi che le derivavano dal nome altisonante, ma soprattutto Lost in translation si conferma lavoro fondamentale nella sua carriera cinematografica.
Rispetto alla precedente opera prima il cambio di registro è abbastanza evidente, pur mantenendosi fedele ad uno stile pacato che poggia molto sul sentimento e sullo stato d'animo, giocato su ritmi blandi con frequenti spunti brillanti, sempre però misurati e mai fuori luogo.
E' una sorta di incontro di due anime erranti a due passi dalla crisi esistenziale in un mondo lontano anni luce dal loro, in quel substrato inconscio di abbandono e solitudine che ognuno di noi ha provato quando si è trovato da solo in un paese che non conosce , in cui anche l'atto più semplice sembra diventare un'impresa titanica.
Bob e Charlotte, possiedono quel reciproco magnetismo che consente a due persone sole, spaesate , quasi in balia degli eventi, di potersi attrarre e ricavare dall'incontro quel sollievo emozionale che mitiga il disagio.
Alla base del loro incontro non trapela mai una attrazione sessuale nè una infatuazione improvvisa, bensì un bisogno di poter condividere momenti di vita difficili da sostenere altrimenti, il letto è solo un luogo dove poter finalmente dormire dopo essersi liberati reciprocamente dei pesi che opprimono.
E anche il finale, quasi misterioso con le poche parole pronunciate da Bob nell'orecchio di Charlotte al momento del saluto ,che il pubblico non può udire, sembra più una liberazione che si disegna col sorriso sul volto di entrambi.
Anche grazie all'eccellente interpetazione di Bill Murray, bravissimo nel dare volto e corpo ad un uomo che sente il peso degli anni e di una carriera ormai al tramonto, e a quella di Scarlett Johansson capace nel suo candore quasi adolescenziale di rappresentare il perenne smarrimento della sua esistenza, la regista costruisce il film su questi due personaggi, sui loro stati d'animo, sulla rassegnazione dell'uno contrapposta alla delusione dell'altra; il continuo dinamico intersecarsi dei loro stati d'animo costituisce l'essenza del film, in cui una certa venatura di mestizia è sempre pronta ad emergere.
E poi c'è Tokyo e il Giappone, coi suoi luoghi comuni, le sue tradizioni, la sua frenesia, disegnato con immagini bellissime, a volte tendenti un po' troppo al videoclip, ma sicuramente di gran forza, il sottile scontro tra due civiltà che hanno modi di intendere la vita diversa, la quasi incapacità di comprendersi in un intreccio di luci sfavillanti e di specchi; ma anche una città così colorata e così pulsante può diventare lo specchio della solitudine e della tristezza se vista dall'alto della grande finestra di un lussuoso albergo, immersa nelle nebbie del mattino o illuminata a perdita d'occhio nel cuore della notte.

4 commenti:

  1. A mio avviso il miglior film di Sofia Coppola, superiore anche a Somewhere, vero che i ritmi sono blandi, ma la bravura e l'ironia di Murray danno la giusta dose di brillantezza ad un film che per certi versi è ben più drammatico di quanto possa sembrare.

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  2. Bill Murray poi è un grande. Concordo sulla bellezza del film.

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  3. @baobab: Somewhere non l'ho ancora visto e ho voluto rivedere questo prima , proprio perchè mi pare di avere capito che qualche richiamo il nuovo film lo presenta. Anche secondo me tra quelli visti è il migliore di Sofia Coppola.

    @Alessandra: Bill Murray è fondamentale nella riuscita del film, quella sua carica di autoironia unita alla indubbia bravura creano un mix grandioso.

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