lunedì 4 ottobre 2010

When we leave ( Feo Aladag , 2010 )

Giudizio: 8/10
Libertà e tradizioni

Dopo il grande successo ottenuto all'ultima Berlinale , giunge anche la nomination agli Oscar in rappresentanza della Germania  per la regista austriaca Feo Aladag che grazie ad un'opera prima di spessore impone la sua personalità di grande narratrice attenta agli aspetti sociali.
When we leave è film drammatico , duro, in cui gli aneliti alla libertà però non vengono gridati a gran voce ma rimangono racchiusi sotto una coltre di dolore famigliare.
Se La sposa turca girava intorno ad un atto di ribellione violentissimo scaturito da un essere votato all'autodistruzione, questo è un scontro titanico tra libero arbitrio e tradizione , libertà ed imposizione del clan.
E' forse solo un caso che l'attrice protagonista è la stessa del film di Akin, quella Sibel Kekilli che mostra di aver raggiunto una maturità notevole, imponendosi come attrice di valore, grazie ad una interpretazione straordinaria.
Umay è una giovane donna turca che , stanca dei soprusi e delle violenze del marito, decide di fuggire col figlioletto e riparare presso i suoi genitori residenti in Germania. All'iniziale entusiasmo della famiglia, fortemente legata ancora alle tradizioni isalmiche, segue lo sgomento per la scelta della figlia rea di aver abbandonato il marito e di avergli sottratto il figlio; la giovane , anche di fronte alle pressanti e anche violente argomentazioni dei membri della famiglia oppone un rifuto sempre più netto a tornare dal marito: vuole una vita sua, indipendente lì in Germania.
L'iniziale avversione della famiglia si trasforma in ostilità franca allorquando, avendo la ragazza violato regole e costumi tradizionali, getta la vergogna e il disonore su tutta la famiglia.
Tutto il film sarà una continua battaglia tra la sua volontà a resistere e  al tempo stesso a non tagliare i ponti con genitori e fratelli, verso cui comunque prova amore, e la crescente ostilità, se non disprezzo vero e proprio, che cova nella sua famiglia.
Finale con eccessiva piroetta tragica che poco aggiunge alla già drammatica situazione di dolore e disperazione che monta prepotentemente nel film.
E' una storia raccontata con molta lucidità ed equilibrio, senza eccessivi slanci ideologici, in cui non è l'integrazione culturale al centro delle tematiche affrontate: qui l'influenza della cultura europea si sente poco, la famiglia di Umay vive nella prospera Germania come se stesse ancora sulle sponde del Bosforo, senza avvertire alcun disagio; qui c'è il deflagrare dall'interno di una cultura , di forme estreme di tradizione che vengono vissute dalla protagonista come un calvario , come una eccessiva punizione e come un soffocamenteo della propria libertà e personalità; ma quel che più convince è l'altro lato della barricata, cioè i sentimenti della famiglia, quasi ingessati e obbligata ad un comportamento dettato solo da un ottuso senso dell'onore che porta fino a gesti fatali. Il dolore e il senso di dramma che serpeggia nel racconto sta da entrambe le parti, espressione di una guerra tra sentimenti contrastanti  come l'amore e l'onore, la fedeltà alle tradizioni e la libertà, che lacera la famiglia di Umay portando tutti alla disperazione.
Il film è molto bello, commovente in certi passaggi, terribilmente d'attualità, ed il registro narrativo scelto dalla regista, fatto di lunghi silenzi, sguardi che si incrociano, prevalenza degli interni, spesso in chiaroscuro, accentua il tono di drammatico intimismo contenuto nella pellicola; la figura di Umay si staglia come un'eroina neoumanistica che combatte contro l'oscurità della ragione, avviluppata ancora a valori  imprescindibili quali l'affetto famigliare che non vuole perdere; peccato solo per un finale che è sembrato un po' troppo frettoloso e in cui la regista ha voluto calcare troppo la mano, inutilmente, ma , sinceramente è poca cosa rispetto ai grandi momenti che il film regala.
Non è improbabile che il film possa emergere tra i cinque candidati finali all'Oscar, visto che il suo messaggio,  lungi dall'essere una condanna di idee o di credi religiosi, può con estrema facilità essere manipolato da una giuria che troppo spesso ha dimostrato di ragionare sulla base di una ottusa opposizione  tra credi religiosi e stili di vita.

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