mercoledì 3 novembre 2010

Wo hu - Operation undercover ( Marco Mak , 2006 )

Giudizio: 7.5/10
La guerra degli infiltrati


Anche al di fuori dell'ombra lunga di Johnnie To, il noir metropolitano HKese regala frutti apprezzabili, e questo lavoro di Marco Mak, cineasta con gavetta di primo ordine alle spalle, si impone come uno dei film più innovativi che rivolgono il loro sguardo alla mille volte raccontata contrapposizione polizia-triadi nella ex colonia inglese.
Vero quindi che il tema non è di quelli originalissimi (la  guerra combattuta a colpi di infiltrati), però il registro narrativo scelto dal regista è asenz'altro innovativo, libero dalle sparatorie infinite e dagli inseguimenti a perdifiato, in favore di una quasi ostinata ricerca di intimismo , di introspezione e sottili giochi psicologici; il risultato è una pellicola in cui non spadroneggiano eroi e neppure fiumi di melodramma, semplicemente vengono raccontate esistenze quasi normali, vissute però da alcuni su una sponda, da altri su quella opposta e da pochi nel mezzo in bilico tra legge e gangsterismo.
Le triadi si riorganizzano dopo l'handover che sembra aver offerto loro più spazio di manovra e nuove leve, la polizia decide di combatterle con una mega operazione che porta ad infiltrare centinaia di agenti nelle bande allo scopo di causare il collasso di queste e del sistema malavitoso che regna ad Hong Kong.
Ed in effetti il sentire la loro granitica unità minacciata dall'interno da parte degli infiltrati causa tensioni ed insicurezze nelle triadi , in cui la paura di doversi guardare da tutti insinua il dubbio del tradimento.
Mak mette al centro della storia una banda in cui i quattro luogotenenti dell'anziano boss iniziano a pagare le conseguenze del clima del sospetto che ormai regna sovrano e dall'altra parte un gruppo di poliziotti che ha intessuto per anni la tela che dovrebbe distruggere la malavita.
Sarà anzitutto una guerra di nervi, in cui i ruoli spesso travalicano e in cui il passato ricorda che certe scelte hanno sempre una conseguenza da pagare, fino ad un epilogo agrodolce che lascia aperte molte strade , financo quella di un sequel.
Variando molto i ritmi e i piani  narrativi Marco Mak costruisce un film che fa dell'atmosfera fin troppo rilassata il suo punto di forza, indaga nelle sottili dinamiche psicologiche che si instaurano negli affiliati alla banda, disegna personaggi che da un lato sembrano non avere altro destino , ma che dall'altro cercano una via d'uscita, sia essa la fine dell'ombra che li avvolge o l'amore per una giovane donna o i legami famigliari.
Unico vero difetto grossolano la ridicola e patetica storia d'amore similadolescenziale fatta di sms sdolcinati tra Jim , uno dei capi della banda e la vetrinista Elaine, che appare sinceramente fuori luogo e assolutamente non in linea con il resto del film, che seppure con qualche calo di ritmo, si fa apprezzare per l'angolatura sotto cui vengono osservati gli eventi, per la puntuale e affascinante descrizione di una Hong Kong perennemente buia e per il cast stellare in cui spiccano in maniera prepotente Eric Tsang e Francis Ng.

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