lunedì 27 dicembre 2010

Somewhere ( Sofia Coppola , 2010 )

Giudizio: 5.5/10
Dolori e tormenti ad Hollywood


Vincitore, non senza qualche polemica e dubbio, dell'ultimo Leone d'oro, il nuovo film di Sofia Coppola, ritorna dalle parti del bellissimo Lost in tanslation, senza però neppure sfiorarne la leggerezza e la bellezza, forse anche perchè privo dell'autoironico istrionismo di Bill Murray.
Indubbiamente la regista mostra ancora una volta il suo talento tecnico e la sensibilità che abbiamo conosciuto nei lavori precedenti, ma stavolta quello che stona è un eccesso autoriale, quasi un compiacimento fine a se stesso nell'eccessivo uso di talune situazioni tecniche di ripresa.
Anche stavolta il protagonista è un attore hollywoodiano, non sulla via del tramonto come Bill Murray, ma comunque spossato da una stanchezza ed una apatia che lo rendono sin da subito simile a quei personaggi che non riesci a capire se vorresti prendere a schiaffi oppure affettuosamente commiserare.
Come è fatto e come vive Johnny lo capiamo dopo neppure 5 minuti di pellicola: dapprima un insulso girare in tondo con la sua Ferrari su un circuito desertico, poi uno spettacolino privato con tanto di palo da lap dance portatile su cui si avvinghiano due gemelle bionde mostrando generosamente il lato b, che lungi dall'eccitare annoia fino al sonno.
La sua esistenza nel famosissimo Chateau Marmont, storica residenza di molte star del cinema, scorre tra donnine procaci pronte a concedersi, festicciole private , vicine di casa provocanti, avventure facili e scontate; un mondo che forse farebbe la felicità di tanti uomini, ma non di Johnny, che continua a vivere sepolto dall'abulia e dalla solitudine.
Solo la presenza inattesa della figlia adolescente sembra portare un influsso vitale sulll'uomo, soprattutto la ragazzina sembra scalfire quella scorza di torpore che avvolge il padre, portandolo ad intravvedere una possibile via d'uscita, in un epilogo che almeno in parte riabilita il film.
E' poco chiaro quanto Sofia Coppola volesse irridere certo star system hollywoodiano e quanto , invece, scrutare  le tensioni e le angosce di un giovane uomo che all'apice della disperazione dichiara il suo sentirsi inutile; sta di fatto che , qualunque siano gli intenti, l'operazione riesce solo in parte e, soprattutto nella parte centrale , il film si trascina pericolosamente, senza un chiaro indirizzo narrativo.
Le scenette cui assistiamo, ambientate nello star system, rasentano la pantomima, un gioco delle parti, in cui ognuno recita maldestramente la sua parte e l'apoteosi sta nell'intermezzo milanese  in cui Johnny ritira il telegatto, rappresentazione grottesca della subcultura televisiva italiana votata al kitch e alla vacuità ( ecco come ci vedono giustamente...).
Insomma il film non convince, a volte sembra veramente troppo freddo e  lontano e l'eccessivo uso di primi piani con lentissime e interminali zoommate sembra acuire tale sensazione; si merita comunque una stiracchiata sufficienza se non altro per la fragorosa presa per i fondelli della tv italiana che offre, nonostante la bravura del protagonista Stephen Dorff che ha la faccia giusta per un tipo tormentato e deluso quale è Johnny e che sa rimanere bene nella parte senza eccessi.

4 commenti:

  1. pur condividendo tutto ciò che di dici, a distanza di giorni dalla visione di questo film mi è rimasto moltissimo, mi si è incollato addosso. credo sia questo il pregio di una pellicola che sul momento può sembrare fredda eppure a me è rimasta. a differenza di molti altri film che magari divertono alla visione, ma dopo due ore sono dimenticate.
    la scena in piscina poi è memorabile e stephen dorff ed elle fanning sono grandiosi

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  2. Può darsi che sia come dici tu, Marco, però a primo impatto debbo dire che il film mi ha abbastanza deluso, pur avendo dei momenti interessanti.

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  3. Meno riuscito di "Lost in translation" ma è un film che mi ha convinto abbastanza. Ma sono un coppoliano convinto...

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  4. Anche io Bruno sono un coppoliano convinto, però stavolta mi ha lasciato con l'amaro in bocca: ho avuto la sgradevole sensazione di vedere una regista che si specchia un po' troppo.

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