giovedì 6 gennaio 2011

The longest night in Shanghai ( Zhang Yibai , 2007 )

Giudizio: 7.5/10
Anime perse a Shanghai


Variazione sul tema del coppoliano Lost in translation , The longest night in Shanghai di Zhang Yibai, uno tra i più validi e interessanti cineasti della nuova cinematografia cinese, pur non raggiungendo i livelli di eccellenza raggiunti un anno dopo col bellissimo Lost indulgence, si mantiene sul solco tracciato dal precedente Curiosity Killed the cat, spostandosi però più verso la commedia brillante , se non altro come contenuti, visto che anche qui , come per il precedente, il regista da sfoggio di una notevole capacità descrittiva delle nuove metropoli cinesi.
In effetti le luci di Shanghai, come lo erano le grandi vetrate e le insegne al neon per la Tokyo di Sofia Coppola, sono tra le protagoniste indiscusse del film che con estrema cura pittorica ci offre delle immagini della metropoli cinese molto belle e tutt'altro che stereotipate.
L'allegra brigata che sbarca in Cina proveniente da Tokyo è composta da professionisti dell'hair styling tra cui brilla Naoki Mizushima, autentica star del make up, famoso in patria, ma , si intuisce subito dalle poche parole pronunciate fuori campo che fanno da introduzione al film, in crisi montante con se stesso e con l'amata Miho che l'accompagna nel viaggio visto che è pure sua collaboratrice professionale.
Le inevitabili incomprensioni idiomatiche porteranno Mizushima a perdersi nella caotica Shanghai e sarà solo grazie all'incontro con la taxista Lin Xi che troverà la sua guida; anche la ragazza ha da leccarsi non poche ferite sentimentali e a fronte di uno stile di guida e di un look tipicamente mascolino, mostra una fragilità interiore che cattura subito l'ospite giapponese.
Sarà quindi una notte lunghissima, in cui ci si allontana e ci si riavvicina, ci si consola a vicenda e si parla solo con le parole dei sentimenti, si scopre che il senso di infelicità e di insoddisfazione può unire e aiutare a comprendersi più di una lingua in comune; una notte in cui gli ospiti giapponesi vagano per la città, coppie si formano anche se solo per una notte e altre si disgregano.
L'alba coglierà tutti pronti al rientro,forse con un sguardo diverso sulle proprie esistenza, anche se per Mizushima rimane un ultimo impegno da onorare.
Il film sa ondeggiare con grazia e con classe tra la risata per le ovvie gag legate alla incomprensione linguistica (esilarante la scena del fratello di Lin Xi che millanta una conoscenza del giapponese) e per la carrellata di personaggi pittoreschi e momenti di intensa emotività intima cui si lasciano andare i protagonisti.
Il filo della storia lo tengono in mano Mizushima e Lin Xi, delineando un incontro tra personaggi a loro modo crepuscolari  che sa ben schivare le situazioni ovvie e di facile presa; emerge invece una universalità dei sentimenti capace di travalicare ogni ostacolo e che sa essere di conforto.
Come detto Zhang conosce bene l'arte della regia: il film è formalmente e visivamente perfetto, poco o nulla stona, rimane sottilmente legato alle tematiche relative ai problemi della nuova Cina, primo fra tutti un raffreddamento dei rapporti umani dispersi nelle magalopoli.
Unico difetto: una certa tendenza a smussare gli angoli, ad occidentalizzare troppo la narrazione, ma essendo questa una delle primissime coproduzioni cino-giapponesi, la cosa non deve stupire più di tanto.
L'incontro tra i due protagonisti è prima di tutto l'incontro tra due grandi attori: Masahiro Motoki nel ruolo di Mizushima ha il giusto mixing di tenebroso e di brillante e la splendida Vicky Zhao dimostra, ammesso ce ne fosse ancora bisogno, di essere attrice completa , capace di passare con estrema naturalezza da momenti brillanti al volto rigato dalle lacrime.

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