lunedì 14 febbraio 2011

Yang Yang ( Cheng Yu-chieh , 2009 )

Giudizio: 7/10
Uscire dal tunnel dell'adolescenza


La cinematografia di Taiwan si sta dimostrando negli ultimi anni una delle più fertili e valide del panorama mondiale, e il giovane regista Cheng Yu-chieh è senz'altro tra i più apprezzati, avendo già avuto l'onore del palcoscenico berlinese , seppure in una rassegna collaterale a quella ufficiale.
Yang Yang è film che presenta molti spunti interessanti, primo fra tutti l'eccellente livello della regia, ma anche dei notevoli buchi neri che rischiano di rovinare il lavoro.
Yang Yang è una ragazza euroasiatica, padre francese che l'ha abbandonata e madre taiwanese che all'inizio della storia vediamo unirsi in matrimonio con un uomo che è anche l'allenatore della ragazza , padre a sua volta di una coetanea di Yang Yang , Xiao Ru.
Le nozze sembrano suggellare una felice unione famigliare, ma il sano spirito di competizione che anima le due ragazze nel campo dell'atletica, si fonde col ben più pernicioso antagonismo amoroso.
Yang Yang , che intuiamo subito essere un personaggio fragile e che si porta sulle spalla il trauma dell'abbandono paterno, decide di cambiare vita: appende le scarpette al chiodo e si affida ad un talent manager per fare strada nel mondo della fotografia e dello spettacolo, lei , mezza cinese e mezza francese, e quindi dotata di un surplus di attrattiva, lascia la famiglia e cerca in Ming Ren , il suo factotum , una figura a metà tra il paterno e il rassicurante che dia stabilità alla sua vita inquieta che si nutre di sofferenza per la sua diversità etnica e per le ingiustizie subite.
L'epilogo che da una parte sconcerta per il molto poco convincente tentativo psicoanalitico trainato dal cinema nel cinema, dall'altra mostra una scena che sembra uscita da un film di Tsai Ming-liang, carica di significati metaforici, che lascia molto all'interpretazione.
Il regista si cimenta in un film che vuole essere un racconto dell'uscita da quello che per molti è il tunnel dell'adolescenza e per farlo concentra il suo occhio su questa ragazza, che vive la sua diversità intensamente, che ricerca l'accettazione di se stessa e che si strugge al pensiero dell'abbandono subito; sembra proprio un percorso di maturazione in cui gli slanci emotivi troppo violenti , tipici dell'adolescenza, hanno il sopravvento totale.
Ci sono però alcune cose che impediscono al film di raggiungere livelli di eccellenza: anzitutto una seconda parte , quella dell'incursione nel cinema da parte Yang Yang, che mostra troppi luoghi comuni, che avanza con estrema difficoltà rasentando la noia e la ripetitività; il già citato tentativo di superare da parte della ragazza il trauma dell'assenza del padre con un espediente che appare come minimo cervellotico, oltre che poco credibile.
Viceversa Cheng mostra di avere le carte in regole per diventare un regista coi fiocchi, essendo la regia del lavoro sicuramente l'aspetto più valido: sa tenere in piedi una pellicola che scricchiola frequentemente, usa una tecnica che risente degli influssi europei, soprattutto di certo cinema francese e del Dogma, con esclusivo, o quasi , utilizzo della macchina da presa in spalla, a volte frenetica nelle sue riprese, e dei primissimi piani, col risultato di costruire una pellicola che si nutre della forza dell'immagine, si avvale infine di una fotografia che sa essere elegante senza essere ridondante.
Anche gli attori, soprattutto la giovane euroasiatica Sandrine Pinna, pur mostrando grandi qualità potenziali, non riescono sempre a rendere al meglio il clima di spasmodica ricerca di un equilibrio interiore che è il filo conduttore di tutta la vicenda.


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