mercoledì 18 maggio 2011

Hazard ( Sion Sono , 2005 )

Giudizio: 8/10
Il Giappone che fa addormentare


Quarto film diretto da Sono nel 2005, anno di assoluta grazia visto che al medesimo periodo risalgono anche Strange Circus  e Noriko's dinner table, a dimostrazione di una vena creativa fertilissima che ha prodotto un capolavoro assoluto (Strange Circus) e altri due eccellenti lavori.
Se il suo capolavoro è film eccessivo, surreale, stravagante, cattivissimo e originalissimo nello svolgimento, Hazard sembra posizionarsi su un versante diametralmente opposto: film lineare, rari sprazzi di surrealismo, cattiveria e durezza a gogo anche qui , ma molto realistiche, quasi documentaristiche, soprattutto in funzione della scelta tecnica di ripresa , dominata da macchina da presa a mano, immersione nella realtà totale (spesso si ha l'impressione nelle scene girate in esterna  che solo gli attori sappiano che si sta girando un film), descrizione di un ambiente urbano essenziale, quasi minimalista.

Nonostante una scelta che in apparenza sembra porsi in antitesi col cinema di Sono, Hazard è film molto bello, provocatorio nelle sue tematiche, sarcastico verso il modello di vita nipponico, ironico verso quello americano, solcato da un male di vivere, da una cronica insoddisfazione del protagonista, da una ricerca di vitalità che sembra essere estranea alla vita abituale del giovane Shin, ragazzotto ventenne giapponese, che seguendo la metafora dell'aereo e del volo, decide di lasciare il Giappone perchè " il Giappone ti fa addormentare, ma non ti lascia riposare" per atterrare a New York, la città con il tasso più alto di criminalità al mondo.
Giunto in America farà presto conoscenza della vita nella grande mela, si unirà ad una stramba coppia di nippoamericani che vive facendo rapine e spacciando droga coi gelati coloratissimi e che lo aiuterà a conoscere quell'immenso luna park che è New York.
Momenti di poesia, di violenza, di ribellione si succedono fino all'integrazione completa di Shin: il battesimo di fuoco si avrà in un finale tanto drammatico quanto bello.
Ancora una volta quindi Sion Sono stupisce, con un racconto che senza cadere mai nell'eccesso narrativo, parla del Giappone e dell'America, del nichilismo derivato da uno stile di vita che opprime, della ribellione come atto di vitalità, della realtà di vite condotte sul filo alla ricerca di una affermazione: appare come un grido di dolore immane, quel dolore che nulla riesce a risolvere se non , forse, l'estremizzazione della vita.
Magnifiche le riprese notturne per le strade di New York, sgranatissime, macchina da presa in spalla, in cui il tessuto urbano viene spersonalizzato fino ai massimi livelli ,alla continua rincorsa dei tre protagonisti fino all'approdo che permette loro di dominare la vista di Manhattan, il tutto accompagnato da una colonna sonora azzeccatissima.

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