lunedì 13 giugno 2011

Mukhsin ( Yasmin Ahmad , 2007 )

Giudizio: 8/10
Gioie e dolori del primo amore

Yasmin Ahmad ha sempre fatto della rivisitazione autobiografica uno dei punti fermi dei suoi lavori , in maniera assolutamente intellegibile e per nulla sfumata , a partire dal ripetersi degli stessi protagonisti (qui come nei precedenti la giovane Orked), le figure dei genitori ben individuabili (padre musicista), luoghi e  situazioni che sono propri della sua vita.
Questa scelta così netta ha fatto sì che tutta la purtroppo breve cinematografia della regista scomparsa, brilli per una forte spinta emotiva e per una sincerità che colpiscono profondamente , maggiormente se si considerano i binari stilistici impostati: una narrazione sempre pacata, quasi sussurrata, che regala una soavità e un soffio di purezza , difficili da trovare nel panorama cinematografico.

In Mukhsin , la ragazzina Orked  e il suo quasi coetaneo che da il titolo al film si ritrovano a condividere il tempo libero durante la vacanze; i loro sono due mondi agli antipodi: una famiglia unita, allegra , progressista , quasi naif quella di lei, una disgregata e smembrata, dominata da un padre violento quella di lui, due mondi che non possono non entrare prima o poi in collisione parallelamente al nascere tra i due ragazzini di una unione che sembra l'inizio di un amore adolescenziale.
La fine delle vacanze e la partenza del ragazzo saranno l'epilogo agrodolce, venato di poesia e di quel senso di rimpianto che sempre accompagna i ricordi infantili quando vengono evocati.
Una trama esile e scarna come questa in mano ad una regista della sensibilità di Yasmin Ahmad diventa un racconto leggero nei toni ma ricchissimo nella sostanza che raramente esci dai binari del lirismo spontaneo,da cui si percepisce  chiaramente il ricordo dell'infanzia da parte dell'autrice che con tinte , colori e dialoghi sommessi sembra rimandare quasi ad attimi di cinema rohmeriano.
L'omaggio alla propria famiglia si tocca con mano, ben prima della dedica finale e del siparietto da dietro le quinte che chiude meravigliosamente bene il film: è un inno ai valori dell'unione e dell'affetto famigliare che la regista accentua nella descrizione delle altre famiglie che abitano vicino ad Orked, tutte percorse da problematiche che minano la robustezza dei legami fino a distruggere.
Il senso di disincantata nostalgia che emana dal racconto non stanca e non appare mai forzato anzi rafforza una storia semplice ma di grandi sentimenti in cui le gioie e i gli affanni del primo amore vengono proposti quasi con raffinata e genuina delicatezza, facendo anche ricorso ad alcuni brani musicali azzeccatissimi, fra cui Ne me quitte pas di Jacques Brel, e il contrasto tra la modernità della famiglia di Orked (personaggi riuscitissimi) e la tradizione spesso gretta dei vicini di casa suona come sottile condanna di retaggi culturali difficili da superare.

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