venerdì 3 giugno 2011

Post mortem ( Pablo Larrain , 2010 )

Giudizio: 7/10
L'occhio di chi non c'era


Rimasto un po' a sorpresa a mani vuoti nella kermesse veneziana dello scorso anno presieduta da Tarantino, dove viceversa ha ricevuto valanghe di applausi e ovazioni dal pubblico, Post mortem del cileno Pablo Larrain è film bello e importante per almeno due ragioni: anzitutto è una forma di metabolizzazione del dramma di quasi quaranta anni fa da parte di una generazione, cui appartiene il regista, che a quei tempi non era ancora nata e quindi, per necessità la rilettura è costruita con angolature diverse da quella cui siamo stati abituati in questi decenni; in secondo luogo, e qui entriamo probabilmente in un campo più intimo e personale, è una sorta di ribellione del regista all'ambiente famigliare in cui è cresciuto, pericolosamente vicino alle forze politiche di destra che in qualche maniera tendono a ridurre la portata del dramma del golpe di Pinochet del 1973 (padre capo del partito più di destra cileno, madre ministro del governo conservatore).
Ma Larrain non si lascia trascinare sulla disputa storica e ideologica e tanto meno sulla cronaca, quella che narra è una storia cupissima in cui accanto alla ferocia dei golpisti dalle mani insanguinate, scrive una storia di amore e di tradimento che nei giorni del golpe si consuma nella sua mestizia.


Tutto il film è cupo, freddo, desolante e per acuire questa ambientazione Larrain mette al centro degli avvenimenti la figura di Mario, piccolo scribacchino dell'obitorio che redige sotto dettatura le autopsie, personaggio solo, privo di affetti, melanconico che crede di trovare in Nancy , ballerina di cabaret in declino inarrestabile (perchè troppo magra e con le tette flosce), nonchè sua vicina di casa, l'oggetto del suo amore, non corrisposto.
Il golpe che piomba su di loro sembra scuotere solo la coscienza di Nancy, mentre per Mario si tratta solo di redigere più verbali di autopsia e di assistere a quella di Salvator Allende (scena tra le più belle del film), sempre però nella sua totale passività e abulia, interessato solo a ritrovare Nancy che nel frattempo si è nascosta in una cantina. Una volta trovata, tra i due le distanze si amplificheranno, vuoi perchè Mario si sente tradito e non corrisposto, vuoi perchè Nancy teme per la vita di padre e fratello scomparsi e cerca di usare Mario fino ad uno squallido do ut des
E' proprio l'interagire freddo e privo di emozione da parte di Mario che diventa l'obiettivo della storia: niente può spostarlo dal suo stato di egoismo e di rancore che va maturando, neppure la vista dei cadaveri che crescono come cumuli nell'ospedale.


La lunghissima scena finale, agghiacciante, drammatica sembra veramente la tomba della coscienza di Mario e quella di tutti coloro che hanno sepolto il dramma o guardato da un'altra parte ( e l'accusa verso certo ambiente di destra cileno sembra palese).
Per accentuare la freddezza e il grigiore che regna nel film, Larrain si avvale di ambientazioni quasi sempre squallide (l'obitorio, il teatro, le case), con colori che tendono a sbiadirsi, con una povertà di dialoghi e soprattutto una esasperata lentezza, a volte poco comprensibile, che alla fine risulta essere il punto debole della narrazione; vero che spesso parlano molto bene le immagini (quella iniziale ad esempio), ma soprattutto all'inizio, l'incedere esageratamente lento  tende quasi ad infastidire.

Non c'è dubbio però che Larrain apre un nuovo corso nella rilettura del dramma cileno, probabilmente perchè capace di valutare con più obiettività le conseguenze di quel periodo storico del suo paese, libero dalle suggestioni e dai ricordi diretti.

4 commenti:

  1. Questo per me un grandissimo film, per forma e per contenuti. E anch'io sono tra quelli che lo avrebbe voluto vincitore del Leone d'Oro al posto del filmetto della Coppola.

    RispondiElimina
  2. Sui contenuti concordo Christian, soprattutto si vede che è un film che emana sincero dolore, sulla forma ho qualche riserva: l'incedere lento apparentemente fine a sè stesso toglie qualcosa al lavoro.

    RispondiElimina
  3. È vero che è lento, ma anche questa lentezza mi sembra "sincera", connaturata alla cifra stilistica di Larrain e non "calcolata" su misura per farne un prodotto autoriale come se ne vedono troppi nei festival. Hai visto il suo film precedente, "Tony Manero"? Te lo consiglio.

    RispondiElimina
  4. Ho messo in cantiere di vederlo , appena fatto ti farò sapere :)

    RispondiElimina

Condividi