sabato 4 giugno 2011

The way back ( Peter Weir , 2010 )


Giudizio: 6.5/10
Il lungo viaggio per tornare alla vita

Il ritorno dopo sette anni dietro la macchina da presa di Peter Weir si presenta come uno degli eventi della stagione cinematografica, a maggior ragione se si considera che negli ultimi 13 anni il grande regista australiano si è cimentato solo in tre lavori.
L'attesa per l'evento non risulta vana , essendo il film bello, seppur non a livello dei migliori del cineasta, soprattutto grazie ad una regia che conferma le grandissime doti di Weir nel far parlare le immagini.
Ispirato liberamente al testo di Slavomir Rawicz , Tra noi e libertà, il film narra della fuga da un gulag siberiano di un piccolo manipolo di detenuti, alla ricerca della libertà per riprendersi la loro vita.
I fuggiaschi arriveranno dopo un viaggio a piedi in India, dopo avere attraversato la steppa innevata, la Mongolia e il deserto del Gobi, fino ai piedi dell'Himalaya.
Il manipolo di fuggiaschi è un coacervo di razze e culture (un americano, un paio d russi, un lettone , un paio di polacchi, appartenenti ai più disparati strati sociali) ; quello che li accomuna è la riscossa verso chi vuole cancellare la loro vita e il loro spirito e la ricerca di una libertà che deve essere anzitutto una riscossa e una redenzione per se stessi e per le storie che hanno sul groppone.
Schivando abilmente l'aspetto storico-politico delle vicende (solo un finale a mo' di volo d'uccello su quanto accaduto dalla fine della guerra ad oggi), Weir sembra ancora una volta voler anzitutto raccontare una storia di conflitti interiori dapprima e con la natura in secondo luogo, tornando a quelle atmosfere quasi metafisiche che impregnavano il suo magnifico lavoro d'esordio Picnic ad Hanging Rock in cui il contrasto tra l'uomo e la natura esplodeva violento.
Qui, anche grazie a paesaggi meravigliosi, stupendamente fotografati, il cammino dei fuggiaschi, ancor prima che una fuga per la libertà e per il riappropriarsi della propria vita, mette in evidenza il drammatico dualismo tra la tragedia umana e la forza, quasi sempre ostile, della natura, al punto che in certi frangenti il film assume quasi un aspetto documentaristico da National Geographic (che infatti è presente a livello di produzione).
E' proprio questo taglio da documentario che spesso prende il sopravvento sulla storia a scapito di uno studio più approfondito dei personaggi, risulta essere uno dei limiti del lavoro dal punto di vista narrativo: troppi coni d'ombra si proiettano sui personaggi che risultano , almeno alcuni, troppo superficialmente indagati.

Il film comunque è bello, e non delude, soprattutto perchè alla fine è il dramma personale che prevale sulla Storia, senza spettacolarizzazioni che non siano quelle dei bellissimi paesaggi, arricchito da alcune interpretazioni molto ben riuscite come quella di Ed Harris , di Jim Sturgess e soprattutto di Colin Farrell che da vita al personaggio probabilmente meglio riuscito e più bello di tutto il film.

10 commenti:

  1. interessante, grazie assai.

    RispondiElimina
  2. Weir è uno dei miei registi preferiti e attendo con grande interesse ogni suo film... Di questo si è parlato pochissimo (la tua è forse la prima recensione che leggo). Spero di vederlo presto nelle sale. Tu lo hai visto in inglese?

    RispondiElimina
  3. Si visto in inglese, considera che almeno all'inizio ci sono molte parti in russo coi sottotitoli inglesi, nel resto del film, anche gli attori di lingua inglese ma che interpretano personaggi non anglofoni, usano un inglese molto scolastico e volutamente stentato; inoltre i dialoghi sono molto concisi, secchi e si riesce a seguirli bene anche se non si è padroni totalmente della lingua.

    RispondiElimina
  4. insomma, avrebbe potuto essere "La tregua"... il film di Rosi mi è sempre sembrato un'occasione mancata, forse il regista giusto poteva davvero essere Peter Weir, non ci avevo mai pensato. Però l'Europa orientale non ha più i grandi spazi che piacciono a Weir...
    mi metto in attesa anch'io, qualsiasi cosa se dirige Peter Weir.

    RispondiElimina
  5. Ti assicuro Giuliano che tra Siberia, steppa mongola, deserto del Gobi e Himalaya è unn trionfo di spazi aperti e sterminati sempre incombenti quasi con ostilità sui personaggi, un po' come era Hanging Rock

    RispondiElimina
  6. questo ho in programma di vederlo...

    RispondiElimina
  7. per la cronaca, ci sono anche i sub ita.

    RispondiElimina
  8. vero iosif, non me ne ero accorto :)

    RispondiElimina
  9. visto. non male, però eccessivamente lungo e a tratti piuttosto noiosetto...

    RispondiElimina
  10. A mio avviso è quel tocco documentaristico che zavorra il film togliendo spazio alla'approfondimento sui personaggi, ad esempio

    RispondiElimina

Condividi