venerdì 15 luglio 2011

Cold fish ( Sion Sono , 2010 )

Giudizio: 5.5/10
La felicità nella violenza ?

Presentato all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, Cold fish è un lavoro che mantiene le promesse (nel bene e nel male) che sempre si accompagnano ai film di Sion Sono, divenuto ormai da tempo regista le cui pellicole sono quasi sempre precedute da attese spasmodiche.
Il regista giapponese , in effetti è divenuto ormai un punto di riferimento nell'approccio al cinema giapponese da parte del pubblico occidentale, alla stregua di Takeshi Kitano o di Takashi Miike.
Cold fish è un'opera che sembra riportare, riguardo alle tematiche, ai tempi di Noriko's dinner table uno dei suoi film più belli.
Pur offrendo ancora una volta il proprio volto pletorico, seppure non ai livelli di Love Exposure (il film dura due ore e mezzo piene), Cold fish manca anzitutto di quella forza surreale che è l'impronta d'autore di Sion Sono, il quale da parte sua ci tiene subito a ricordarci che la storia è liberamente ispirata ad un fatto realmente accaduto, puntualizzando in continuazione riferimenti di data ed orario nel corso della narrazione, quasi a metterci in guardia che i voli pindarici, le atmosfere surrealiste ed oniriche non fanno parte del suo nuovo lavoro.

E' la storia di un proprietario di negozi di pesci con famiglia lacerata da lutti e da contrapposizioni tra la nuova moglie e la figlia della moglie morta che per una serie di circostanze si trova a legarsi ad un altro proprietario di negozio di pesci, ben più grande, all'apparenza un simpaticone che ben presto si rivela un serial killer che nel suo personale santuario, tra immagini sacre, croci, statue della Madonna e candele smembra i malcapitati e li offre in pasto ai pesci del torrente situato presso il mattatoio.
L'unico punto in comune tra i due si rivela la professione, essendo Shamoto timido , tranquillo, privo di ambizioni e Murata invece spavaldo, sadico e violento.
Il legame obbligato porta il mite Shamoto a scoprire il mondo di Murata e della moglie e a squarciare il velo che sembra coprire la sua vera essenza , fino all'epilogo in cui i due mondi sembrano fondersi per poi fuggire uno dall'altro.

Chi si aspettava la consueta parata di perversioni non rimarrà deluso: botte, violenze più o meno gratuite, stupri, amplessi in laghi di sangue, squartamenti, sangue che schizza ovunque, perversioni sessuali a gogo riempiono il film in maniera eccessiva come se Sono abbia bisogno di calcare la mano laddove solitamente certi eccessi vengono indagati più sotto l'aspetto psicologico e soprattutto aleggia un messaggio che appare un po' troppio ovvio (oltre che da pervertito, ma questo stupisce meno) , e cioè che la felicità la si raggiunge solo nella violenza e nelle perversioni.
In tal senso emblematica la scena sul ponte dove Murata, incalzandolo, tira fuori dal mite Shamoto la violenza che cova sotto le ceneri, uno dei migliori momenti del film.
Ma quello che si pone al centro del lavoro è ancora una volta uno sguardo cattivo sull'istituzione della famiglia, intesa come nucleo esplosivo risultante da rapporti umani marci e nichilisti, famiglia che sta alla base di una società , molto formale e ipopcrita, come quella giapponese; è così, quindi, che Sono, distruggendo la famiglia , prende a randellate tutta una civiltà , al punto di mostrare come una via d'uscita una serie di rapporti basati su una violenza estrema.
Qualcosa però nel film vacilla: quella violenza che il regista tanto mirabilmente ha raccontato in molti suoi lavori, qui sembra un po' troppo indotta , soprattutto con l'ausilio di scene assolutamente da sconsigliare a chi manca di pelo sullo stomaco, risultando quel misto di satira e gore che non sempre si fa apprezzare ed inoltre, cosa abbastanza rara da trovare in Sono, in qualche tratto è la noia che prende il sopravvento.
Laddove il regista riesce a mettere al centro della scena le sue tematiche amorali, il film sembra spiccare il volo, ma solo per un attimo, rimanendo per il resto appiattito su temi ed immagini che mancano di reale forza.
La contrapposizione tra Shamoto ,che insegue i suoi insignificanti valori famigliari, e Murata, che fa invece del suo sadismo la via per raggiungere la felicità, si configura spesso come un percorso di iniziazione al male che trova l'acme in un  finale che definire eccessivo, ed in qualche modo anche sorprendente, è dire poco , ma al tempo stesso sembra porsi come una profezia pessimistica sul futuro del genere umano, richiamata spesso dal riferimento all'età del pianeta Terra e alla sua (presunta) fine dopo altrettanti anni.
Nel complesso quindi un film discontinuo con troppe ombre e troppo poche luci in cui comunque Sion Sono da prova di capacità tecnica e anche quando confeziona un lavoro non propriamente memorabile come questo, riesce lo stesso ad attirare l'attenzione e a far definire il suo lavoro come "da vedere".


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