domenica 4 settembre 2011

Chatroom ( Hideo Nakata , 2010 )


Giudizio: 4.5/10
Nakata, torna ai fantasmi !

Cosa possa spingere un regista giustamente considerato come uno dei fondatori del J-horror ad emigrare temporaneamente a Londra per dirigere un lavoro scritto da uno autore irlandese (Enda Walsh) e liberamente ispirato ad un testo teatrale dello stesso, rimane un motivo arcano ai più, soprattutto ove si consideri il mezzo fallimento della pellicola, presentata in una sezione collaterale a Cannes lo scorso anno.
Sarà forse stato l'abbaglio di considerare le tematiche trattate affini a certa cinematografia nipponica, ma l'avere accettato di dirigere un lavoro che parte male sin dal testo, ed è sicuramente l'aspetto più negativo del film, non poteva che condurre ad un risultato mediocre, dove solo la sapienza tecnica del regista, ben conosciuta e osannata, risulta alla fine l'unica ancora di salvezza, insufficiente a salvare l'opera , a meno che non ci si accontenti di un esercizio di stile e basta.
Trasportare i disagi, l'alienazione e la disperazione giovanile nel mondo della rete di per se non costituisce certo una novità, e Nakata racconta di come cinque adolescenti londinesi si ritrovino in una chat spinti dalla loro ricerca di fuga da una realtà deprimente, nascosti dietro un accomodante anonimato, alla ricerca di una nuova identità.
L'espediente di figurare gli incontri in chat all'interno di vere stanze che si affacciano su un lynchiano corridoio senza fine dai muri scrostati  se da una parte non presenta alcuna trovata geniale, dall'altra tende a scindere i due mondi paralleli dei cinque ragazzi che da parte loro sono i prototipi di tutte la tipologie di teen ager occidentali, ognuno con alle spalle una storia più o meno problematica.
Naturalmente c'è l'immancabile manipolatore, probabilmente il più sociopatico dei cinque , il quale, ammantandosi di una autorità che non si capisce bene da dove arrivi, si erge a psicoterapeuta del gruppo, di fatto sciorinando una serie di ovvietà sentite mille volte.
William il manipolatore individua nel debole Jim il soggetto su cui dar sfogo alla sua distruttività portandolo ad un passo dal suicidio.
Finale gettato nella vita reale in cui di fatto non si risolve nulla, perchè nulla c'è da risolvere.
La descrizione dei personaggi è a dir poco affrettata e superficiale, non sapremo mai perchè William possieda tutta quella carica (auto)distruttiva (non puà bastare una madre di successo, un fratello stimato e lanciato nella società), l'unico su cui si indaga un minimo è Jim che regala nel suo racconto dell'abbandono del padre forse l'unico momento bello del film; gli altri sono personaggi di contorno che si accontentano, come atto catartico, di gettare merda sulla macchina della madre o di imbrattare con la vernice i muri di casa.
Il conflitto tra le generazioni viene estrinsecato con troppe ovvietà che non giustificano la contrapposizione velenosa dei ragazzi e le dinamcihe familiari che conducono a ciò sono in larga parte sottaciute.
Francamente è un lavoro che non porta luce nella carriera di Nakata, che , speriamo, stia meditando di tornare presto ai capelli lunghi sul volto di Ringu o all'acqua sporca di Dark water.

4 commenti:

  1. Ciao sobek! Sono battleroyale! :)
    Complimenti per il blog! è sempre bellissimo leggere le tue righe.

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  2. ohhhhh caro BR! che piacere vederti da queste parti :)
    I complimenti vanno a te per la tua indefessa attività di traduttore.

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  3. Mi trovi decisamente d'accordo. Davvero quasi insalvabile...

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  4. Delusione completa , maggiore qualora si valuti la bravura di Nakata e l'importanza avuta nel J-horror; speriamo sia solo un passo falso.

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