giovedì 3 novembre 2011

Un cuento chino ( Sebastian Borensztein , 2011 )

Giudizio: 8/10
Un incontro fissato dal destino

Proviene dall'Argentina, terra dove il cinema sta vivendo un buon periodo di fertilità, uno dei film che la critica ha unanimemente riconosciuto come uno dei migliori del Festival di Roma ed in effetti, grazie ad atmosfere da commedia brillante miscelate sapientemente a riflessioni esistenziali, il lavoro di Borensztein è godibilissimo, divertente al punto giusto, in alcuni momenti commuove anche ,usando sempre toni contenuti che non escono mai dai confini del buon gusto e dell'intelligenza.
E' la storia dello strano incontro tra Roberto, origini italiane, gestore di un negozio di ferramenta, profondamente segnato nella vita famigliare e negli affetti con Jun , un giovane cinese volato in Argentina alla ricerca dello zio, suo unico parente rimasto vivo; la convivenza forzata che si impone Roberto, mosso a compassione dal giovane perso nelle vie di Buenos Aires, mette però a dura prova la stabilità dell'uomo, abituato a vivere da solo, sommessamente, leggendo e collezionando ritagli di giornale che parlano di notizie assurde che sembrano scherzi del destino, ripetendo riti quotidiani, girando per la città con la sua  Fiat 1500 anni 60, rifiutando gli assalti di una spasimante.

I tentativi di liberarsi della presenza del ragazzo cinese portano a scarsi risultati: lo zio è irrintracciabile e Roberto è un buono con la scorza del misantropo che in qualche modo si lega al giovane.
Ma quel destino beffardo, che Roberto insegue collezionando notizie assurde di cui non riesce ad afferrare il senso, ha riservato per lui un ultimo scherzo che metterà a confronto due vite così apparentemente distanti ed incomunicabili ma che in realtà sono così simili.
Giocando sull'incompatibilità dell'idioma e sulla singolarità della vicenda narrata, il regista costruisce dei dialoghi che, soprattutto nella prima parte del film, strappano risate sincere insieme a situazioni che regalano al lavoro una fresca e intelligente brillantezza; scolpisce un personaggio, quello di Roberto, cui ci si affeziona subito così carico di umanità dolorosa e ironica al contempo e che trasuda nostalgia, mostra un incontro-scontro dove la difficoltà linguistica acuisce le distanze per poi presentarci una chiave di lettura in cui le distanza vengono colmate dalla capacità del destino di avvicinare mondi incomunicabili.
E anche quel tocco di sentimentalismo che raggiunge l'apice del confronto tra i due, mediante un improvvisato interprete, non presta mai il fianco a facili scadimenti di stile, così come il finale che sembra indicare una via d'uscita sia a Roberto che a Jun.
E' senza dubbio un bel film, di quelli in cui con garbo ed intelligenza si ride, ci si commuove, ci si sente vicini ai protagonisti, si partecipa ad un percorso umano di rinascita e di riscoperta di qualcosa che si riteneva sepolto per sempre, si accettano le scelte del fato che poi alla fine un senso ce lo hanno sempre.
Bravissimo ancora una volta Ricardo Darin che già apprezzammo nel pluripremiato Il segreto dei suoi occhi di Campanella, splendido interprete di un personaggio cinematografico tra quelli che vanno iscritti nell'album dei ricordi tanto è carico di sfaccettata umanità

2 commenti:

  1. l'ho visto in spagnolo, è interessante che quando si parla in cinese non ci sono sottotitoli, credo per rendere meglio il clima di incomunicabilità verbale.
    spero che in italiano sia ancora così.

    è un film che merita molto, mi sembra a tratti neorealista, a De sica e Zavattini piacerebbe, penso.

    RispondiElimina
  2. Ha vinto al Festival di Roma meritatamente, anche perchè riesce a coniugare bene cinema di qualità e facile fruibilità.
    Direi che possiede svariati paradigmi questo film, sicuramente lo sguardo disincantato sulla gente comune può rimandare al neorealismo.

    RispondiElimina

Condividi