giovedì 1 dicembre 2011

24 City ( Jia Zhang-ke , 2008 )

Giudizio: 9/10
La fabbrica dove pulsano le vite

E' occorsa una seconda visione, distanziata nel tempo, per poter capire pienamente la grandezza di questo lavoro del regista cinese Jia Zhang-ke, troppo influenzato sarebbe stato il giudizio nell'immediato, frutto soprattutto di una reazione emotiva alla visione.
Non avrà la stessa suggestione di Still Life, lavoro che gli valse il Leone d'Oro a Venezia, non sarà a livello di Platform, che rimane al momento il punto più alto della cinematografia del regista cinese, ma questo 24 City è un film bellissimo, commovente, poetico come se ne vedono pochi, strutturato quasi come un documentario-inchiesta, ribollente di umanità e di storie vissute che danno a tutta l'opera un aspetto profondo, come sono tutti i lavori che scavano nelle viscere dei sentimenti veri.

La storia ruota intorno ad una fabbrica di Chengdu giunta alla fine della sua gloriosa attività, esempio tangibile di quella politica di migrazione dell'attività produttiva verso le zone interne del Paese , intrapresa nei tardi anni 50-primi anni 60 per difendere la produzione di armi e di manufatti siderurgici da un ipotetico attacco sovietico ed ora lasciata morire per fare spazio ad attività più produttive.
Attraverso racconti che spaziano dai tempi della Guerra in Corea fino ai giorni nostri, passando per la Rivoluzione culturale e per la modernizzazione intrapresa negli anni 80, i dipendenti della fabbrica raccontano la loro vita, indissolubilmente legata a quella della grande industria chiamata in codice 420 dove si producevano componenti aeronautiche.
I racconti procedono di pari passo con lo smantellamento della fabbrica per fare posto ad un centro residenziale di lusso, 24 City appunto; operai, impiegati, sorveglianti si muovono come spettri tra le mure cadenti e l'abbandono totale di quella che fu per molti la seconda casa, per raggiungere la quale dovettero recidere legami famigliari e radici con il passato, per altri fu l'inizio di una nuova vita a partire dalle aule scolastiche, per altri ancora fu il luogo dove nacquero amori e miti; per tutti è comunque un pezzo di passato che crolla sotto la spinta di un presente prepotente e iconoclasta in un paese lanciato verso un futuro che porta più dubbi e incognite che certezze.
La grandezza di Jia Zhang-ke si misura soprattutto nella capacità di usare un palcoscenico assolutamente inusuale, nella sapientissima manipolazione degli spazi, nella creazione di immagini che non hanno probabilmente il carico di suggestioni quasi metafisiche  che avevano quelle di Still Life, ma che sanno raccontare con forza impetuosa una storia di sacrifici e di nostalgia, di ideologia e di trasformazione e che , con coerenza ferrea , rimandano alla forza visiva dei lavori precedenti.
Il film , come detto, lascia uno strano senso di inquietudine, avviluppati dal racconto di vite semplici in cui solo nell'ultimo personaggio raccontato, una giovane ragazza che in quella fabbrica giunse da piccola,si affaccia il senso di rivalsa, proiettando i propri desideri verso l'arricchimento, laddove per i genitori era il duro lavoro e l'orgoglio nazionalistico il motore delle esistenze; sono molti , inoltre, i momenti in cui tra i racconti affiora una sentita commozione, tra tutti quello con Joan Chen, il Piccolo Fiore della fabbrica, citando un film che vedeva la stessa attrice protagonista.
Raccontare la realtà con questa limpidezza narrativa e con questo candore del sentimento è operazione che riesce solo ai grandissimi e questo quarantenne di Fenyang ha ormai un posto di diritto in prima in fila nei grandi del Cinema contemporaneo.

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