sabato 31 dicembre 2011

A beautiful life / 不再让你孤单 ( Andrew Lau / 刘伟强 , 2011 )

Giudizio: 6/10
Concentrato di drammi e sventure, ma la vita è bella

Relegato a gloria imperitura per la trilogia di Infernal Affairs di cui è coregista insieme ad Alan Mak, Andrew Lau ha imboccato da diverso tempo ormai la strada del film commerciale definito in senso lato mainstream e anche l'ultimo lavoro, A beautiful life , non sfugge a questa tendenza.
Sicuramente Lau sa come accalappiare lo spettatore, mettendo in scena due attori tra quelli che vanno per la maggiore, imbastendo una storia che colpisce emotivamente (anche troppo probabilmente) e come se non bastasse inserisce nel cast niente meno che un pluricampione olimpico cinese, Tian Liang,alle prime apparizioni come attore.

Il film, pur vivendo di genuina emotività e di sincero (melo)dramma, sfugge però di mano al regista nella seconda parte che si trascina sempre più stancamente fino ad un epilogo francamente poco riuscito e incoerente col resto della narrazione.
E' la storia, ambientata a Pechino, di un incontro casuale tra una agente immobiliare ed un poliziotto, in cui il destino beone ci mette lo zampino; entrambi soli, con storie famigliari e personali alla spalle poco edificanti, complice la sbronza della protagonista Li Peiru che si ritrova tra le braccia del taciturno Fang Zhengdong, si incontrano quasi fosse un appuntamento dato chissà quando, tanta è la naturalezza e la semplicità con cui iniziano a frequentarsi; l'uno che sente crescere il sentimento , l'altra che tra una sbronza e l'altra cerca solo di fuggire alla solitudine e alla insoddisfazione. Come non bastasse lui soffre di una precoce forma di demenza, esito di un trauma ricevuto sul lavoro, lei viene licenziata e biecamente mollata dall'amante sposato: sono gli eventi che porteranno una nelle braccia dell'altro, quasi fossero un completamento reciproco.
La malattia di Fang avanza, arriva pure un bebe che porta gioia ma acuisce il senso di inadeguatezza dell'uomo malato , il quadro si completa con l'idillio tra il fratello minore di Fang, affetto da turbe psicologiche, e una ragazza muta. Il finale sembra volere portare un minimo di chiarore in una trafila di sventure difficili da concepire, ma non convince per nulla, anzi semmai ottiene l'effetto contrario.
Se nella prima parte il film è ben costruito, soprattutto nel rapporto che si instaura tra i due protagonisti, scandito dalla vocina di Li che chiama in continuazione per nome e cognome, come è usanza tra l'altro in Cina, il suo amico, quando il dramma inizia ad incombere in maniera possente la pellicola si gioca in pochi attimi quanto di buono aveva creato fino ad allora.
Poi, e va detto ancora una volta, i registi HKesi come Lau hanno nel dna la capacità di trattare temi che potrebbero sembrare sdolcinati fino al melenso con una genuinità e una naturalezza che li fa apparire spontanei e piacevoli, ma ciò non toglie che nella seconda parte il film sembra più un concentrato di sventure e di drammi senza fine che una storia drammatica.
Nel complesso il film merita la visione, se non altro per le tematiche sulla solitudine urbana e per qualche momento che genera sincera commozione e soprattutto per la prova degli attori protagonisti , Shu Qi e Liu Ye , che danno vita a due personaggi  efficaci e che attraggono subito le simpatie: lui taciturno, animato da confuciana solidarietà famigliare nella cura del fratello e paziente e disponibile con la sua nuova amica; lei misto di isteria, tenerezza , bellezza conturbante e comportamenti da ubriacona molto verosimili; tutto sommato bene se la cava il tuffatore Tian Liang nella parte del fratello di Fang ed infine non si può non sottolineare l'ennesima perfetta prova di Anthony Wong in una parte secondaria, quella dell'amico non vedente.

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