mercoledì 25 gennaio 2012

Quitting / 昨天 ( Zhang Yang / 张杨 , 2001 )

Giudizio: 8/10
Il testamento di una vita

Il terzo lavoro di Zhang Yang, datato 2001, cioè quattro anni prima di quello che va considerato come il suo film più bello ed impegnativo, Sunflower, è una biografia sottoforma di cinema-verità di Jia Hongsheng, attore che a cavallo del finire degli anni ottanta ed inizio dei novanta si impose come una delle figure più controverse del panorama cinematografico cinese indipendente, prima che l'abuso di alcool e droga ne decretassero la fine della carriera artistica; nove anni dopo l'uscita di Quitting Jia Hongsheng pose fine alla sua vita suicidandosi, lui che aveva interpretato il ruolo principale in Frozen di Wang Xiaoshuai in cui il rapporto tra arte , morte e suicidio erano l'asse portante del film.
Una vita artistica e personale indubbiamente vissuta a mille all'ora quella dell'attore, che nel suo breve periodo di fulgore ebbe modo di lavora anche con Lou Ye, oltre che con gli altri registi citati.

Quitting è una sorta di testamento personale , prima che artistico, un progetto in cui Zhang Yang è stato in grado di coinvolgere lo stesso Jia, la sua famiglia, i suoi amici che tutti recitano se stessi nel film che utilizza una struttura mista, in parte documentaristica, in parte narrativa; fu questa anche l'ultima apparizione sullo schermo dell'attore che si ritirò quindi a vita privata, nonostante i numerosi tentativi fatti da vari personaggi dela cinema indipendente cinese di coinvolgerlo in qualche lavoro.
Alla luce della sua morte avvenuta nel 2010, la pellicola assume una luce diversa, drammatica, a dispetto del finale che lascia ampi squarci di ottimismo, dopo avere offerto momenti di drammaticità unica ( su tutti la scena degli schiaffi al padre al colmo di una farneticante discussione sul senso della vita).
Nel film seguiamo la storia di Jia a partire dal momento in cui i genitori, entrambi attori di teatro, lasciano il paese natale del nord, per recarsi a Pechino per stare vicini al figlio che aveva imboccato la strada dell'autodistruzione; qualche balzo a ritroso ci mostra come il ragazzo, allora ancora neppure trentenne, in un clima di fermento culturale underground, tra musica rock e Beatles, si fosse avvicinato alla droga e all'abuso di alcool. Il profondo disagio personale di Jia travalica nell'ossessione, nella paranoia, nella creazione di una realtà fittizia in cui lui si vede come il figlio di John Lennon; dall'altra parte gli sforzi della famiglia , soprattutto del padre che cerca quasi di diventare un suo complice morale, di fermarne la caduta nel baratro, fino all'inevitabile ricovero presso un istituto per la cura delle malattie mentali, da cui Jia esce dopo alcuni mesi apparentemente guarito ed in grado di riprendere una vita normale.
Zhang non si limita ad una semplice operazione biografica e descrittiva, cerca di presentare un ambiente culturale come quello pechinese dei primi anni novanta, fortemente influenzato da abitudini e pensieri occidentali, nella musica anzitutto, ma soprattutto pone le basi per una tematica a lui carissima e che troverà in Sunflower il massimo dell'espressione e cioè il rapporto conflittuale tra uomo e arte e tra padre e figlio, che fa si che Quitting sia ben più che un film che racconta una vita eccessiva.
Il mettere in scena un racconto in cui sono i veri protagonisti a raccontare se stessi è probabilmente il massimo dell'ideale dei registi della Sesta Generazione, attentissimi nella ricerca del realismo più assoluto, ma allo stesso tempo non perde occasione per ricordarci che di Cinema si tratta, usando l'espediente di mostrare la ricostruzione scenografica in studio della casa dei protagonisti.
Pur ovviamente non avendo neppure il sentore di quello che sarebbe accaduto 9 anni dopo, Zhang riesce a creare uno splendido e lacerante clima di abbandono interiore in cui i conflitti si susseguono senza sosta gettando una abbagliante luce profetica su tutta l'opera.

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