sabato 31 marzo 2012

Big Blue Lake / 大蓝湖 ( Tsang TsuiShan / 曾翠珊 , 2011 )

Giudizio: 5.5/10
Il ritorno al passato

Esponente del Cinema indipendente HKese, fattosi notare soprattutto per una serie di corti che hanno ricevuto anche riconoscimenti festivalieri, Tsang TsuiShan è alla sua opera seconda come lungometraggio: Big Blue Lake è un film che al primo impatto fa subito capire la volontà del regista di distinguersi dalla gran parte delle produzioni di Hong Kong, soprattutto grazie ad uno stile fortemente caratterizzato nel senso dell'intimismo e del minimalismo, fin quasi a sfociare nell'antropologia.
La storia narra di una giovane donna,LaiYee, che, delusa dalla professione di attrice che ha intrapreso, decide di tornare al suo villaggio natale di Ho Chung nella penisola di Sai Kung ad Hong Kong da lei lasciato dieci anni prima.

Al suo arrivo trova madre con l'Alzheimer, padre e fratello assenti, lontani da casi, torna a toccare con mano un modo di vita distante da quello delle metropoli, rincontra vecchi compagni di scuola e amiche , ognuno con storie alle spalle fatte di ricordi , illusioni e rimpianti, scopre una umanità di cui sono testimoni i vecchi del villaggio che tramandano storie di vite difficili e avventurose.
LaiYee viene , suo malgrado, piano piano risucchiata in questo vortice di di rimembranze che si agita al di sotto di una atmosfera tranquilla dove il tempo sembra quasi fermo, si prende cura della madre e quando torna anche il padre si trova di fronte all'ostilità dell'uomo che ha avversato le sue scelte di vita.
Il finale, quasi un racconto su usi e tradizioni locali, rassicura oltre modo e rimette a posto tutte le tessere del mosaico.
Se un difetto il film possiede, ed è purtroppo cosa non da poco, è quell'atmosfera quasi artificiosa che si crea sin dall'inizio, col racconto sospeso nel tempo e in uno spazio che assume quasi i canoni dell'immaginario e che appare più una sovrastruttura tendente a spingere la pellicola su sentieri ostentatamente minimalisti, senza con ciò lasciare scorrere una narrazione fluente, che anzi molto spesso inceppa in maniere molto evidente.
La metafora del lago che non c'è che da il titolo al film, che poi lago non è ma un semplice villaggio immerso nella campagna, risulta essere un po' troppo forzata e lungi dal regalare un tono che scava nel ricordo e nel'immaginazione appesantisce non poco la storia.
Viceversa c'è da dire che non mancano i momenti in cui trasuda un genuino sentimento che fa perno sulla forza del ricordo, sulla difesa delle tradizioni e sul rimpianto di un mondo quasi fermo nel tempo, così come non mancano gli attimi in cui la storia si eleva al di sopra della mediocrità (la cena in quasi silenzio tra LaiYee e il padre in cui sono i semplici gesti a parlare al cuore); così come va detto che la regia è nel complesso valida e accurata.
Tirando le somme, al di là delle numerose forzature stilistiche narrative, il film , pur con ritmi lenti e spesso troppo compassati, si lascia vedere, instillando però il rimpianto per quella che sembra una occasione persa.
Accanto alle prove oneste della bella Leila Tong e di Lawrence Chou, spicca quella di Amy Chun nel ruolo della stralunata madre di Lai-Yee.

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