sabato 12 maggio 2012

The cockfighters ( Jin Rui , 2011 )




Giudizio: 7/10
La metafora sulle contraddizioni sociali

L'esordio alla regia per Jin Rui, giovane cineasta cinese, è un lavoro coraggioso che comunque merita apprezzamento , probabilmente anche al di là del reale valore artistico contenuto nel film.
Attraverso il racconto di una provincia cinese polverosa e ancora fortemente legata alle tradizioni che contrastano in maniera stridente con la modernità galoppante che pervade il paese, il regista descrive, attraverso una metafora neppure troppo oscura, il momento storico della Cina.
L'ex aviatore Lao Wei si guadagna da vivere allevando galli da combattimento e con le scommesse che girano intorno al gioco che fa parte della tradizione cinese dalla notte dei tempi; in una provincia pigra fino quasi all'abbandono, l'uomo vive con la figlia da quando la moglie attratta dai facili guadagni e dalla ricchezza se ne è andata , frequenta una ballerina del night gestito dal suo amico nonchè ex compagno d'armi nonchè improvvisato consulente finanziario cui Wei affida i soldi guadagnati che serviranno per regalare un futuro tranquillo alla figlia.

Quando Wei si troverà ad incrociare la strada del giovane Mao, rampollo psicopatico del riccone locale, infastidito dalla sconfitta subita nel combattimento per galli, la sua tranquilla e desolata esistenza si trasformerà in una battaglia privata alla quale, armato di coriacea cocciutaggine, non si sottrarrà, neppure quando il giovane Mao metterà nell'arena dei galli armati di affilate lame al posto dei rostri.
Lotta senza confine quindi e senza regole nella quale si evidenzierà drammaticamente la profonda spaccatura che separa ricchi e poveri nella Cina moderna, per i quali le regole e le leggi hanno valore diverso.
Esasperato Wei, la cui figlia neppure viene risparmiata dalle angherie del ragazzotto, indossa la divisa da aviatore, con la quale cerca di richiamare il suo passato glorioso e si avvia al drammatico epilogo.
Sebbene il film soffra di qualche difetto derivato da una scrittura non proprio organica, indubbiamente possiede dei pregi apprezzabili: una descrizione della provincia cinese ben calibrata, stretta tra tradizioni e difficile progresso, una denuncia gridata a gran voce sul divario tra ricchi e poveri e sull'adeguarsi della legge  a questa dicotomia, l'importanza delle regole nella convivenza civile, chiare denuncie sulla cronica corruzione abituale nella società cinese; non manca neppure un sarcastico riferimento alla censura cinematografica, allorquando, al culmine della faida col giovanotto , il povero Wei viene accusato di organizzare orge per il solo fatto di avere proiettato nel cortile di casa Lust di Ang Lee.
Ma il film non è solo denuncia e metafora sociale: nel contesto descritto Jin Rui va a scavare anche nei rapporti personali che da tale situazione sociale si vengono a creare; la solitudine di Wei che ha nella figlia e nella amica ballerina le uniche maniglie per emergere, rappresentano una condizione cui certe derive della moderna situazione economica del paese sembra approdare inevitabilmente; il risultato è una efficace costruzione dei personaggi, sia quelli positivi che quello del giovane Mao, drammatico nel suo essere totalmente fuori le righe.
Potrà forse sembrare eccessivo il registro scelto dal regista per condurci all'epilogo, ma tutta la storia contiene la giusta tensione emotiva per cui anche un finale forse "eccessivo" appare tutto sommato coerente.


Nessun commento:

Posta un commento

Condividi