lunedì 21 maggio 2012

Hard romanticker ( Gu Suyeon , 2011 )

Giudizio: 4.5/10
L'eroe "romantico" biondo ossigenato e impomatato

Può il fatto di essere un lavoro autobiografico motivo valido e convincente per poter apprezzare un film?
Questo è quanto ci si domanda alla fine della visione di Hard romanticker del giapponese di origini coreane Gu Suyeon, tratto da un racconto a forte impronta biografica del regista stesso.
Chiaro che una domanda del genere si pone nel momento in cui si arriva a raschiare il fondo del barile per poter trovare un  aspetto valido del lavoro che per il resto , nonostante la pesante contaminazione di generi che presenta non riesce a colpire per nulla o quasi.
Sfruttando situazioni che vorrebbero richiamare atmosfere da Kitano, quello peggiore e più deludente di Outrage però, e situazioni da romanzo nichilista , col consueto sottofondo sociologico di denuncia della società giapponese, il regista racconta  quella che dovrebbe essere un po' la sua storia personale, non a caso il protagonista si chiama come lui: un biondo ossigenato impomatato teppistello di quartiere  e le sue avventure e disavventure tra delinquenti da strapazzo, boss della yakuza, schegge impazzite della malavita, immigrati coreani, con i quali mette in continuo confronto i suoi personalissimi canoni di giustizia e di morale, tra bastonate, mazze da baseball rotanti, botte a non finire, scene di violenza nelle quali vorrebbe insinuarsi una certa dose di ironia, con risultati discutibilissimi, venature sentimentali, sempre secondo i suoi canoni, che finiscono malissimo ed una epilogo eccessivo e distruttivo oltre ogni limite.

Il susseguirsi di tutte queste situazioni, scandito da un sottofondo musicale jazz-fusion che alla lunga diventa quasi insopportabile, vorrebbe dipingerci questo "eroe romantico" senza che però di questo romanticismo si veda alcuna traccia, nè nel senso teutonico da Sturm Und Drang, nè nelle accezioni più comuni o dilatate, al punto che alla fine del film si giunge alla domanda di cui si parlava poc'anzi sulla validità autobiografica del film.
La sensazione è quella di assistere ad un  film che mette in scena tutte situazioni ed atmosfere già abbondantemente viste, compresa la ribellione all'omologazione tipica giapponese del nostro eroe e se in alcuni momenti di azione la pellicola indubbiamente ha un discreto ritmo, per il resto non riesce a fare emergere nulla o quasi di quella forza esplosiva che vorrebbe essere alla base di una rivolta interiore individuale.
Personaggi stereotipati, boss e semiboss psicopatici e tossici, delinquenti di mezza tacca che si credono grandi padrini, poliziotti idioti e violenti, le solite studentesse giapponesi pronte a tutto si affollano in una messinscena in cui sono più le teste fracassate che i momenti degni di un lavoro di qualità.
Non potrà forse essere accusato di essere troppo autorefenziale Hard romanticker, ma sicuramente il fatto di raccontare vita da strada violenta e  senza legge sulla base di esperienze personali, non è neppure un motivo valido per potere definire il lavoro poco più che mediocre.
Anche l'interpretazione di Matsuda Shota, che pure saprà riscattarsi alla grande in Afro Tanaka, per quanto rappresenti una tra le poche cose accettabili del film, non sfugge allo stereotipo quasi macchiettistico.

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