martedì 11 settembre 2012

The Millennial Rapture ( Koji Wakamatsu , 2012 )

Giudizio: 6/10
La maledizione dei puttanieri

Forte dell'enorme credito che gli hanno consegnato alcuni tra i lavori più rivoluzionari della cinematografia nipponica, il nuovo film di Koji Wakamatsu, seppur nella sezione collaterale Orizzonti, era uno degli eventi più attesi del recente Festival di Venezia.
Aspettative andate, ahimè, in gran parte deluse , perchè The millennial Rapture è un lavoro fiacco, a tratti induce la noia e , andando al nocciolo, ha la pretesa di essere una metafora sulla ciclicità della vita e della morte.
Quasi tutto narrato come un lunghissimo flashback da parte della morente Oryu, in uno spazio e in un tempo dilatati dove i kimono si mescolano alle insegne al neon , alle antenne televisive e all'abbigliamento da pifferaio magico, è il racconto di una maledizione che affonda nella notte dei tempi della leggenda e che si protrae in eterno e che colpisce i rampolli maschi della famiglia Nakamoto, "stirpe nobile ma viziosa" di un piccolo paesino adagiato sul mare.

Quale sia la natura di questa maledizione, tramandata anche figurativamente dal sangue, non è dato capire bene, sta di fatto che tra puttanieri impenitenti, drogati, ladri e assassini, i Nakamoto fanno tutti una brutta fine, nonostante l'affetto che Oryu, loro levatrice, nutre verso i giovinotti.
Donne vogliose e facili, al limite della ninfomania, offrono pane per i denti dei giovani donnaioli che naturalmente tra una scappatella e l'altra non mancano di aspergere con profitto il loro seme perpetrando la maledizione; però, attenzione, non è il sesso alla Wakamatsu, diretto e senza scrupoli, spesso è chiacchiera fatta di battute degne di Bombolo e Alvaro Vitali che nulla hanno a che vedere ad esempio con lo scandalo provocato a Berlino da Caterpillar, già di per sè piuttosto edulcorato.
E' insomma un Wakamatsu che piroetta su se stesso e volge la sguardo alla vita e alla morte, attraverso canoni che non convincono per nulla ,avvalendosi di qualche simbolismo poco efficace ( la grotta a forma di vagina dalla quale provengono i vagiti) e di un personaggio quale quello di Oryu che sembra essere la depositaria del concetto dell'equazione vita=felicità.
Lungi dall'essere dissacrante e provocatorio, Wakamatsu sembra più che altro stanco e a corto di idee, al punto che la striminzita sufficienza che il film raggiunge la deve quasi per intero all'ambientazione suggestiva del paesino, all'interpretazione, stavolta difforme dal suo abituale clichè, di Shinobu Terajima e alla presenza, udite udite, del ritratto parlante del marito di Oryu al quale la donna confessa che anche lei alla fine ha ceduto all'ingordigia sessuale dei Nakamoto.

2 commenti:

  1. Quoto. L'ho trovato abbastanza deludente e ho seguito con un certo interesse solo la prima parte. Poi non vedevo l'ora che finisse per uscire dalla sala. Anche la mia adorata Terajima piuttosto sbiadita.

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  2. Ciao Fabio :) Mah per certi versi è un film incomprensibile , sotto tutti i punti di vista; la Terajima, tagliata a mio avviso per altri ruoli dove gronda dramma e follia, è comunque una delle poche cose che salvano il film.

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