giovedì 13 settembre 2012

West of the Tracks / 铁西区 ( Wang Bing / 王兵 , 2003 )

Giudizio: 10/10
Il monumento ad una civiltà che muore

Poco più che trentenne il giovane Wang Bing, spinto dalla nostalgia (sua affermazione) per un luogo che era stato, come molti altri, il cuore della attività industriale del paese e che cominciava a traballare sotto i colpi della modernità e del capitalismo alla cinese, si armò di fotocamera ed iniziò a girovagare nel Distretto di Tiexi, tra enormi industrie, anelli ferroviari usati per i trasporti e sterminati quartieri dormitorio dove le famiglie dei lavoratori risiedevano.
Quello che doveva essere un racconto che in qualche modo si sarebbe dovuto riunire in un unico filone, divenne un maestoso documentario imperniato su tre tematiche essenziali che produsse ore e ore di ripresa e che impegnò Wang Bing in un massacrante lavoro di montaggio per potere racchiudere il tutto in cinque ore di pellicola da presentare al Festival di Berlino nel 2002 tre anni dopo, prima di vedere la sua definitiva versione un anno dopo al festival di Rotterdam, che con grande sapienza ne contribuì alla produzione. Finalmente nello stesso anno vide la luce anche a livello di distribuzione europea, in Francia per la precisione.

A quel punto West of the tracks, nei suoi tre segmenti Rust,Remnants e Rail, era già un lavoro di culto, sia per le proporzioni (nove ore di film) che per il significato intrinseco dell'opera.
I tre segmenti che compongono il documentario sono il risultato del girovagare, camera in mano, del regista tra le fabbriche, i quartieri dormitorio e la ferrovia che cinge il complesso industriale e regalano un lavoro che non è azzardato definire come una delle più importanti testimonianze di sempre di una metamorfosi epocale che si tira dietro rovine e disfacimento.
E' il racconto, girato con la consueta discrezione e silenziosità che ben impareremo a conoscere in Wang Bing, di un epoca al tramonto, costellata di mastodonti di lamiera ed acciaio vanto di una nazione che li aveva ereditati dall'occupazione nipponica e rimpolpati con l'aiuto dei "fratelli" sovietici,  ora ridotti a simulacro di una sconfitta, quella della rivoluzione industriale cinese soppiantata dalla rivoluzione capitalistica.
L'occhio del regista si insinua nei locali comuni delle fabbriche tra chiacchiere e sbadigli, preoccupazioni per il futuro lavorativo , ora che i giganti con le ciminiere vedono la fine arrivare, descrive l'abbandono e l'ergersi a monumenti del nulla delle immense fabbriche; gira nei vicoli dei quartieri riservati ai lavoratori che stanno lasciando il posto a nuovi edifici moderni, racconta la vita dei giovani e degli anziani, delle famiglie e delle amicizie che si frantumano, da voce alla rabbia e alla rassegnazione di quanti hanno capito che il futuro, sicuramente duro, sarà lontano dalle ciminiere ed infine mostra i treni in perenne marcia sull'enorme anello ferroviario industriale tristemente vuoti di materie prime e di prodotti finiti.
Ma racconta anche la vita sotterranea che pullula all'ombra delle fabbriche: rigattieri alla ricerca di ferro vecchio, persone che hanno fatto della fabbrica la loro casa madre, mille piccoli e grandi imbrogli che danno la misura della lotta per non venire sopraffatti.
West of the tracks è in tutto e per tutto un monumento, un totem cinematografico imperituro che è il racconto e l'emblema di un mondo che scompare, lentamente , lasciandosi dietro solo rottami su cui rinasce la civiltà tecnologica e della corsa al denaro, cui fanno da contraltare i volti sporchi, le mani rugose e nere, i mozziconi di mille sigarette e gli sputi sul pavimento di coloro che in questo mondo in disfacimento hanno vissuto.
Pochi lavori cinematografici hanno la forza di West of the tracks, una forza che nasce dal racconto delle immagini che Wang Bing, senza mediazione e senza intrusione, riesce a riunire in nove ore, finite le quali nella mente tornano a girare in un loop quasi infinito, a dimostrazione che il segno, forte , è stato lasciato.

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