martedì 2 ottobre 2012

Submarino ( Thomas Vinterberg , 2010 )

Giudizio: 8/10
Vinterberg guarda indietro

Abbandonato da anni il Dogma di cui fu uno dei rappresentanti più illustri e dopo avere dato alcune prove non proprio esaltanti, Thomas Vinterberg torna con una ottica diversa a temi e ambientazioni che si avvicinano come non mai al suo lavoro più importante , Festen.
Cambia il punto di vista, non più la borghesia danese racchiusa nella sua ipocrisia, bensì una famiglia disintegrata sin dall'inizio che porta su di sè le stigmate della tragedia immane, quale è quella dei due fratelli protagonisti che vediamo in un bellissimo e livido inizio e che ritroviamo anni dopo segnati indelebilmente  dalla vita.
Nick, cupo e violento, solitario e avanzo di galera, l'altro (che non è degno neppure di un nome) vedovo e drogato con un amatissimo figlioletto da tirare avanti tra espedienti e illusorio benessere da spacciatore, raccontati in due storie parallele che si intersecano solo in alcuni momenti drammatici e sentiti, soprattutto il finale.

Sullo sfondo una città plumbea , neve e pioggia in profusione, abitata da sbandati, psicopatici, teppisti, anime che vagano confusamente e senza rotta in un mare di indifferenza e di asocialità.
E' la famiglia, distrutta prima, ferita e anelata nel profondo dell'animo poi, l'entità che Vinterberg indaga; non il nucleo covo di ipocrisia che emergeva in Festen, bensì l'aspetto popolare, incattivito e di abbandono che è il vero cuore pulsante della storia, sulla quale si stagliano almeno un paio di personaggi efficacemente rappresentati ( Nick e Ivan ad esempio).
Nel buio profondo nel quale il film si adagia regalando momenti di cupa durezza, si fa strada un minimo sprazzo di luce in un finale che sembra indicare , forse, una via d'uscita dignitosa e anche se l'epilogo sembra stonare con la coerenza del resto della storia, il confronto finale tra Nick e il piccolo Martin, proiezione del piccolo fratello che vediamo battezzare laicamente dai due fratelli maggiori all'inizio del film, è momento di grande Cinema che sa lasciare il segno.
L'abiura del Dogma stavolta regala un lavoro bello, duro e potente che si avvale (udite! udite!) persino di una colonna sonora rockeggiante , antitesi assoluta dei silenzi dogmatici e ci regala nuovamente un regista che sembra avere ritrovato la strada giusta e l'ispirazione artistica. 


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